Del colonnello e altri personaggi a caso

Una versione originale del Coronel e Drago

Non vedo la strada, solo il ponte sospeso e le macchine che sfilano incolonnate oltre la finestra alle sue spalle. Lui parla di me e del mio lavoro che è buono ma non abbastanza. Non lo ascolto. Guardo fuori e conto le auto. Il sole si affaccia al vetro e inonda di luce gialla la stanza. Continua a parlare il direttore con un tono che conosco e che fa di tutte le occasioni sempre la stessa occasione. Non vedo più neanche il suo volto perché il sole ha fretta di scendere da questa parte di orizzonte e ora è un disco piantato nel sette della finestra. Come una punizione di Zico. Poggia gli occhiali sul tavolo e si strofina la faccia, mi chiede se lo sto ascoltando. Comincio a cantare in testa una vecchia canzone di Battisti. Fa una lunga disamina, non so di che cosa, parla di input e output e feedback, credo. Sento il fischio di un treno. Vuole che dica qualcosa, qualunque cosa che possa mettere a verbale. Non gliene frega niente di quello che penso. Che ne sai della nostra ferrovia che ne sai. Transita un furgone dei pompieri che interrompe la mia canzone. Stringo gli occhi più che posso e fisso la strada per qualche secondo. Non è possibile. Come avere un occhio di bue a un metro e mezzo puntato in faccia. Cerco una posizione migliore sulla sedia ed inizio a parlare.

La mancanza di una buona storia, e poi un’altra, e un’altra ancora, ti ha procurato guai a non finire, gli dico. Il dramma autentico è che non lo sai. Perché la mancanza di una buona storia, e poi un’altra, e un’altra ancora, non la conosci da dentro.

Che cosa non conosco da dentro?, il suo viso si allarga.

È sbagliata la domanda. Avresti dovuto chiedere “Quale dentro”? Ma avresti dovuto conoscere molte storie in più per porre correttamente la tua domanda. Dentro la tua finitudine comunque. Questa è la risposta alla domanda sbagliata. Ché siamo tutti esposti alla nostra finitudine. Lo sosteneva il filosofo, qualche evo fa. Lui sì che conosceva un sacco di storie. Non tutte le storie del mondo certo, perché tutte le storie, anche se non lo ammetti, credi di conoscerle solo tu. È questo che ti fa sentire superiore al resto degli uomini.

C’è un calendario appeso sul muro alla mia sinistra. La pagina è di un altro equinozio.

Non è vero diamine che sei superiore. Mi fa ridere a crepapelle solo pensarlo. Il tuo viso e i pochi vocalizzi a cui sei stato educato ti rendono convinto di ciò. Per riuscire soltanto un poco così ad ingannare il tuo prossimo ti servirebbero parecchie storie in più. Quando fai esempi che conosco a memoria non sei più neppure buffo. Perché vedi, anche se cambi i nomi propri – e di tanto in tanto pure qualche nome comune – la storia (che oramai non è altro che la parodia di se medesima) rimane sempre la stessa (un po’ come la canzone degli Zeppelin). Ti mancano le parole insomma perché hai rinunciato troppo presto ad una nuova storia, e questo problema lo devi affrontare a viso aperto prima o poi. Guarda però che si sta facendo sempre più tardi.

La foto sul calendario alla mia sinistra è un campo di grano che si stende a tappeto sopra il ricurvo della terra. Non c’è traccia di uomini a coltivarlo.

Una buona storia (e poi un’altra, e un’altra ancora) ti avrebbe concesso di uscire dalla camera senza vista che ti sei scelto. E dal cortile. Dal quartiere addirittura. O anche solo guardare oltre il buio della tua siepe. Una buona storia, raccontata con le parole giuste, sì. Meglio se parole scritte. Scendi le scale e magari ti ritrovi dal padre di tuo nonno che non hai conosciuto ma ti sarebbe piaciuto eccome. Oppure sali sulla barca di Long John Silver che ti spiega di sé e del suo modo fine di fare affari, che se lo capisci già ti sei preso una gran bella scorciatoia. E magari ti puoi risparmiare qualcuno di quei corsi farlocchi che chiamano di “formazione” e “aggiornamento.”

Si rimette gli occhiali e scivola in basso sulla poltrona. Scuote la testa portandosi una mano alla fronte. Il sole dietro di lui gli passa a fianco senza toccarlo.

No certo, che c’entra, mica tutti i corsi di formazione e aggiornamento sono farlocchi. Non intendevo questo. Voglio dire che a certi seminari, se proprio è necessario assistervi, dovremmo  tutti quanti essere un poco più preparati (e mi rivolgo a me stesso per primo, sia inteso), dovremmo aver fatto qualche compito a casa insomma. Che intendo? Beh, ti faccio un esempio a riguardo: tracciano due linee cartesiane e poi mi dicono che potrei essere uno rosso del primo quadrante, in realtà non mi sento né un rosso cazzuto del primo quadrante, tantomeno uno sfigato blu (ma anche un po’ verde) del quarto. Poi mi capita di distrarmi e pensare che starmene lì davanti a un tipo che spiega che non siamo tutti dello stesso colore e che le nostre relazioni debbano prendere le mosse da questo concetto nobile è come guardare mia figlia piccola che entusiasta mi recita per la dodicesima o tredicesima volta la scena di Grease con Sandy che canta Summer nights mentre il cazzone di Danny Zuko le fa il verso sulle tribune del campo da gioco. Giusto per dire che io ho mandato a memoria la sceneggiatura intera di Grease nel 1979, o giù di lì, ma voglio un mondo di bene alla mia piccola e non oserei mai mortificarla. Alzo la mano dunque per chiedere al tutor – a cui non voglio lo stesso bene di mia figlia – se posso togliermi dai coglioni. Metterla così però comporta il rischio che tutto vada a ramengo: il piano cartesiano, il corso di formazione, il mio lavoro. Intanto però la mano l’ho già alzata, e mentre il tutor si ferma, intuisce qualcosa lanciandomi uno sguardo diretto come uno scacchista in gamba che avanza ma non si scopre, tocca a me fare la mossa. Non c’è bisogno che alzi la mano per andare al bagno, mi anticipa. Siamo mica alle medie. E tutta l’aula a ridere di gusto. Mi guardo intorno, cerco una sponda nelle due tre facce amiche presenti e anch’io sorrido. Non devo andare al bagno, e lui lo sa bene quanto me. Sa pure che se intendo davvero scomparire devo farlo scegliendo di muovere il pezzo giusto. La mia abilità, se mai ne avessi una, sta racchiusa esattamente nel punto in cui mi trovo adesso. Posso soltanto concederle il passo. Accompagnarla con dolcezza, lasciare che sia lei a dettarmi la mossa, senza fremiti o avventatezza. La mia abilità. Al servizio della mia scomparsa. Potrei dire al tutor che ho un traghetto per la Sicilia che mi attende a Napoli e una volta a bordo saprei come far perdere le mie tracce. Oppure confessare che mi aspettano in teatro perché interpreto Giuda nel Mortorio. Potrei avventarmi nel gambetto di donna come Beth Harmon e svelare la mia identità vera: ammettere, lì, dinnanzi a tutti ed al tutor per primo che il mio vero nome è Anton Vokal. Dovrei però, da ora in avanti, e per il resto della mia vita, smettere di usare la lettera E.

Ma che cosa diavolo stai dicendo?, interrompe il mio delirio il direttore spingendo forte sui braccioli della poltrona. C’è un trattore in fondo al campo di grano che non avevo visto prima.

Perdonami la digressione e torniamo a te, direttore. Voglio aggiungere un’ultima questione. Se proprio devi leccare il culo a qualcuno, e tu sei campione del mondo in questo, che ne so, trovati un personaggio nuovo, che non sia il responsabile di ricerca e sviluppo o l’amministratore delegato. Lecca il culo a Marcovaldo, tanto per suggerirtene uno che non mi sta neanche troppo simpatico da quando lo conobbi più o meno al tempo di Sandy e Danny. Lui sì, Marcovaldo, meriterebbe che qualcuno gli leccasse il culo sul serio. Sai qual è il tuo vero problema direttore? Che non sei mai stato un detective della LAPD. Soprattutto non sei mai stato uno che si dà al narcotraffico, un aspirante assassino. Non hai avuto un poster di Rita Hayworth a coprire un buco nella tua stanza stretta. Non hai bisogno di affilare armi per sconfiggere il nemico dentro. Non sei salito in  groppa a uno schifo di cavallo e non hai provato una sola volta ad attraversare la Sierra Morena sopra quel cavallo. Non hai combattuto a Waterloo o ad Anzio, non hai trascorso un cazzo di notte a Chesil beach. Però sei svelto nelle cose tue. Arrivi primo mentre tutto intorno vacilla paurosamente fino a crollare. E quel tuo modo di arrivare primo, essere svelto, ecc. ecc. è sempre e solo lo stesso tuo fottutissimo modo triste d’intendere le cose. Che non serve a me e a nessuno qua dentro. Perché io, che non ho mai vinto neppure l’ombra di un premio alla fantasia (proprio come te), devo scegliermi ad ogni occasione una, mille, dieci milioni di strade differenti per intendere le cose. Ché la tua è a sfondo chiuso. Non solo non mi fa scattare niente, m’incupisce pure. Mi nega la voglia che ancora ho in serbo da qualche parte, nonostante tutto. Ché non m’è di esempio il personaggio che sei. Non lo è mai stato. Dalla prima volta che ci parlammo. Come invece non smettono di esserlo Raskolnikov e Gregor Samsa, oppure il colonnello che sta ancora lì, cazzo, e niente e nessuno gli toglie dalla testa che prima o poi qualche pezzo di stronzo dal ministero gli scriverà. E così potrà riscuotere la sua pensione e magari tenere con sé il gallo di suo figlio morto. E sai che ti dico? Sono certo in cuor mio che saprà offrire a sua moglie un piatto buono da mangiare. E quel piatto non sarà sempre e solo mierda. Mierda sì, hai capito bene, l’ho pronunciata giusta, perché credimi, nella sua lingua – nella lingua del colonnello – suona da dio. MIERDA! Lo ripeto ad alta voce guardando in fondo ai tuoi occhi spenti, casomai non comprendessi lo spagnolo. Casomai ti assalisse il sospetto che non sto dicendo a te.

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