Dublino

James Joyce nel centro di Dublino

Abbiamo chiesto prima a Joyce. Stava ad un angolo di strada fra O’Connel Street e North Earl Street. Nel mezzo della città. Nutro un’ammirazione sincera verso di lui. Non ci ha negato neppure un selfie. Continuava a tenere la testa in alto e gli occhiali storti riversi su un punto che noi miopi di tutto il mondo dobbiamo ancora mettere a fuoco. Il suo cappello poi si è piegato in uno slancio buffo pronto a volare, credo, verso quel medesimo indecifrabile punto. Dublino ha la sua gente. Continua ad averla. È la stessa di allora. Di qua dal fiume, prima di attraversare il ponte da mezzo penny, abbiamo chiesto a Joyce. Tira un vento fresco che porta pioggia. Nel resto del mondo il vento spazza via le nuvole. Qui no. Stende il verde sui colli il vento e fa incazzare perché è già tempo di sfilare la mantella di nylon dalla tasca dello zaino. Dublino non è caos. Da guardare o sentire. Dublino pare un solo grande quartiere che quasi non ce la fa a diradare in periferia. L’attraversi d’incrocio sul Liffey che taglia la città da ovest e una corrente invisibile ti trascina a Temple. Da lì poi cammini come attratto da un grande magnete che ti vuole dalle parti di Curved. Il muro con le facce giganti di Edge, Geldof, O’Connor non è buono ad ingannarci. Costringere il rock ‘n roll dentro a un tour guidato di museo è come tenere prigioniera la tigre nella gabbia di un circo. Abbiamo chiesto prima a Joyce. Che cos’è Dublino? Un’isola di Man su terraferma. Un carcere in rivolta per gente libera, forse. Cinta urbana che fa da avamposto ai venti e alle intemperie atlantiche. Joyce ha detto che Dublino è birra scura che scende e si fa sentire. Ora lo so. Lo sappiamo. Un mistume di pastelli che non sono ancora il verde d’Irlanda. Dublino ha la statua di Oscar Wilde e di Molly Malone, puttane cosmopolìte che non invecchiano. Una tramvia anarchica sfila per le vie del centro e passa sotto The Spire, gigantesca supposta d’acciaio lanciata in cielo a sfiorare il culo dell’eterno. Ti costringe a gettare gli occhi di là dalla coltre d’umido che s’è fatta un nido d’aria sopra queste strade che odorano d’antico. Abbiamo chiesto prima a Joyce. Che cos’è davvero Dublino? Non lo so ancora, ci ha risposto. È gente che ha memoria di sè. Ed è memoria dura la nostra – ha detto Joyce -, chiedete alle sorelle Nannie ed Eliza Flynn che abitano ancora in Great Britain Street. Chiedete ai morti di ogni mio racconto quanto Dublino sia passione vera e nascosta. E chiedete ai vivi che trovano rifugio alla sera dentro milioni di pinte a cui non rinunciano per partito preso. Guardate il colore delle porte che chiudono le nostre case in faccia al mondo. È il colore che ci tiene in vita e resiste al bianco della neve negli inverni gelidi. La stessa neve – dice Joyce – che cade stancamente su tutto l’universo. È neve che scende come scendesse la nostra ultima ora. Vivi o morti che ci sentiamo. Che poi è davvero l’ultimo dei nostri segreti irrinunciabili. Dublino è tutta qui, che ci smaschera, come una Guinness, densa e possente.

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