Mattinata fiorentina

Palazzo del Podestà, Firenze

Era il settembre scorso. Il giorno resse per un po’ a nuvole larghe in un rettangolo di cielo che assomigliava a una pista di autoscontro. Poi il sole arretrò dinnanzi a quelle nuvole che si tagliavano la strada gettandosi addosso l’una all’altra come fossero pilotate da adolescenti perfidi e storditi. Uno strato d’aria grigia si stese sulle strade finché la pioggia spazzò via gli ultimi odori dell’estate. Occorsero mantelle e cappucci stretti sul collo a sfidare il gennaio mascherato che ci si era parato davanti gonfio di minacce. Non mi ero portato la tenuta del moschettiere ma solo un ombrellino da segaiolo per proteggere il naso sacrificando zaino e schiena, o viceversa. Mi parse di capire, al riparo del mio ombrello e della felpa ogni minuto più inzuppa, guardando in giro e soprattutto scrutando l’alto dei muri e degli orli – così come suggerito da Sam, il nostro splendido Virgilio -, che certi luoghi più di altri non si piegano alla luce che cambia di colore. Certi luoghi hanno un modo loro di stare nello spazio e nel tempo, resistenti e imperiosi. Non patiscono l’ineluttabile intercedere del giorno e della sera; tantomeno l’avvicendarsi più cauto delle stagioni. La penombra e il buio capitolano innocui contro i palazzi di pietra forte; li innalzano semmai a tutta la magnificenza che si portano appresso. I bugnati delle facciate impongono il chiaro e lo scuro all’intero scenario cittadino e mentre lo fanno rosicchiano margini all’indefinito. Attraversammo le vie del centro fiorentino in cerca di quello che c’é e non si mostra ad un’occhiata fuggevole. Quelle vie sono ciascuna uno scrigno che cova segreti e meraviglie di uomini che sbatterono in faccia al mondo la loro superbia e arroganza senza l’ombra di un risparmio. I Medici, gli Strozzi o i Pazzi li conosciamo fin dai manuali di storia di quando eravamo bambini. Così come sappiamo di Brunelleschi, Alberti, dello stesso Michelangiolo, il genio a libro paga di quel mecenatismo d’annata a tratti osceno e perverso. Ignoriamo invece i nomi di coloro che transitarono senza un soldo e morirono per aver issato o trasportato tonnellate di materie a tenere in piedi il tutto. Per aver dato corpo a un’idea. E se quell’idea si è realizzata lo dobbiamo proprio a uomini e donne che nei secoli hanno calpestato le stesse nostre strade di oggi senza lasciare impronte o forse lasciandone troppo in profondità nella terra per essere cancellate perfino da una vita vissuta come dei fantasmi. Straccioni, affamati che traboccano ad ogni argine della storia. Gente che passa senza lasciare in giro rumore o memoria, che se ne va prima di recare anche il minimo disturbo. Che non si svela, o lo fa quando ormai è tardi. Come il bambino che muore di freddo nel bosco d’Europa. E noi, di qua, alla fine del bosco, nelle vie di mezzo delle nostre città sempiterne, che facciamo? Nulla, a parte godere di tutto il bello che possediamo, e trastullarci con gli ultimi avanzi putridi di dolore e rimpianto. Sfacciati e inutili. Anche meno.

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