Racconti dentro a una scatola (3)

Ne scaldai una tazza e provai a mandarne giù un sorso come non facevo dai tempi delle medie. Avevo vomitato tutto sul pavimento della cucina un mattino presto prima di andarmene a scuola, così lei aveva smesso per sempre di costringermi al supplizio quotidiano fatto di caffellatte e marie. Il solo odore mi fa crescere i bubboni in faccia. Ebbi però improvvisamente voglia di latte. Non capivo perché. Lo guardai bollire nel ciottolo di acciaio, poi mi salì un conato e vomitai ancora sul pavimento, più o meno nello stesso punto di quarant’anni prima. Pulii io stavolta e tornai al mio quaderno marrone con un serbatoio di inchiostro amaro in bocca.

Rubabandiera

“La bandiera cazzo, hanno rubato la bandiera!” Mi svegliai di colpo saltando a sedere sulla branda. Guardai la parete vuota di fronte. Poi mi accorsi che non ero nel letto della mia camera, e non si trattava della bandiera viola col giglio rosso dipinto al centro. La voce rotta, quasi un pianto, era quella del caporalmaggiore che smontava dopo la notte di servizio alle altane. Rientrando dall’ultimo cambio si era fermato al posto di guardia a prendere il drappo da issare sul palo senza riuscire a trovarlo. Poi era corso da noi alle camerate. “Non c’è la bandiera, vi dico che non c’è…eppure è rimasta sempre sottochiave, chi diavolo è stato a fregarsela?”
“Ci arresteranno forse, e poi dovremo congedarci con disonore e chiuderanno pure la caserma”, disse qualcuno con un accenno di disperazione scivolato fuori dai denti. Qualcun altro lanciò una bestemmia al vento. I più anziani continuarono a dormire e basta. Cercammo un po’ in giro ma non sapevamo bene dove. Poi arrivò il sergente a chiedere di metterci in riga sul piazzale ché era l’ora dell’alzabandiera. Appunto. Ci schierammo alla meno peggio in attesa solo del precipitare degli eventi. Alzai la testa alla cima del palo e vidi che il tricolore stava lassù. Sorrisi mentre il sergente guardava, anche lui, con occhi da pesce morto e la mano tesa al saluto, lo stendardo fermo e sdrucito. “Avete fatto tutto da soli. Potevate almeno avvertirmi stronzi, ci saremmo risparmiati il teatrino.” Non avevamo fatto niente noi. A cominciare dall’ammainabandiera la sera prima.
L’autunno dell’anno ‘90 marcò visita. Le camerate del 1° Reparto Rifornimenti erano un edificio basso e fatiscente. Dentro peggio che fuori. Faceva talmente schifo quel posto che gli ufficiali neanche si avvicinavano. Noi della truppa eravamo un movimento anarchico più che soldati di un esercito regolare. L’autunno dell’anno ‘90 dovette imparare dagli ufficiali, che non si presentavano neppure al contrappello prima che nelle stanze si spegnessero le luci e le ultime sigarette della giornata. La notte era come la pesca a strascico. Passava con la sua mano di scuro e si prendeva tutto. Voci, volti e certi malanni di stagione. Si prendeva anche le mia smania di andarmene e non tornare più, la notte. Rimaneva nell’aria soltanto un lieve sentore d’erba e il suono lontano di un walkman. Sapevo chi era. Dal silenzio, dietro le sue cuffie, arrivava lo stesso giro di note che il tipo ascoltava di giorno nel mangiacassette. Rubber Soul, versione remix. Some are dead and some are living, in my life I love them all. Con sotto i pum pum e le maracas. “Se Lennon sente questa roba e sa qualcosa a proposito della metempsicosi torna indietro e ci ammazza tutti”, dicevo tra me. Girò al largo l’autunno da certe zone su al nord dove la nebbia è fitta anche a ferragosto e il sole davvero una cosa rara. Sono così quelle terre che non ce la fanno a diventare Piemonte e paiono campagna anche tra i muri di città. Terre che non si danno al primo venuto, strette ad angolo tra i luoghi cari a Pavese e colline dove il vino si fa, anche lui, letteratura vera. In ottobre al car, sulla costa, si era marciato coi pantaloni pesanti e la maglietta di cotone verde. Qualcuno perfino a torso nudo per via del caldo e dell’umido. Il sudore aveva straripato dalle mie cosce a cascata, giù, dentro gli anfibi. Poi ci spedirono ad Alessandria e saltarono le stagioni. Ci alzammo dalla branda una mattina e a tradimento ci ritrovammo la neve quasi alle ginocchia. Il freddo ci sbatté le sue mani in faccia e all’improvviso. E ci fece male. Montare di guardia in quel periodo fu difficile. Stavamo sull’altana come animali imbalsamati. S’indossava la superpippo sotto al pigiama. E poi la tuta ginnica, la mimetica e il cappotto di pelo. Tre paia di calzini, due paia di guanti. Il cordiale più del Garand serviva alla nostra guerra contro un nemico che non arretrò di un passo per settimane intere. L’inverno toccò il suo apice a dicembre in una sera di libera uscita. La naja era prima di tutto un gioco utile a reinventare il tempo e trovare le misure giuste al suo trascorrere adagio. Qualche screzio innocuo, nulla di serio, nonnismo solo in maschera. C’era sempre una ricorrenza buona a ricordarci quale posto occupassimo nella gerarchia dei giovani e degli anziani. Prima che soldati da strapazzo eravamo spine, vecchi, congedanti, fantasmi. La cena dei 100 giorni del 5° scaglione fu la mia occasione di rivalsa nei confronti dell’inverno. Uscimmo a piedi dalla porta carraia, in dieci o undici, verso il centro della città. Il freddo menava fendenti su tutto il corpo e la neve cadeva a blocchi di cemento. Entrammo in una trattoria non troppo distante dalla caserma e mangiammo come mangiano gli orchi cattivi e affamati. Alla fine contai i fiaschi vuoti sulla tavola. Il numero non mi fece impressione solo perché ero completamente ubriaco. Come tutti del resto. A fatica facemmo ritorno alle nostre camere. Qualcuno aprì un cassonetto della spazzatura e piegandosi a novanta gradi ci vomitò dentro due litri di Grignolino fino a cadere svenuto per strada. Camminavo sbandando nella neve. Avevo caldo e puzzavo di un sudore che mi stordiva più dell’alcol. Il mio corpo slegato dal cervello reclamava acqua in quantità. All’una e mezzo lo scaldabagno era vuoto ed io non sarei entrato nel mio letto senza essermi ripulito ad ogni angolo di pelle. Attesi che tutti si fossero coricati, mi spogliai, e m’infilai nella doccia gelida trattenendo il respiro. Ho imparato lì, in quei momenti, cos’è la vera apnea. Versai in testa e sul torace una boccetta intera di Neutro Roberts e cominciai a lavarmi con forza, poi chiusi gli occhi e guardai il profilo della Capraia e della Gorgona nitido e immobile al largo delle mie spiagge. Lasciai scorrere l’acqua per cinque o sei minuti fino a non sentirmi più cattivi odori addosso. Allora interruppi il getto, indossai l’accappatoio e attesi di asciugare senza muovere un muscolo. Tirai fuori dall’armadietto mutande pulite e lenzuola nuove di lavanderia. Nient’altro. Mi stesi sopra la branda e ripresi un respiro regolare e profondo. Vidi la neve fare piroette e giravolte da acrobata prima di posarsi sul davanzale della finestra. Battei in ritirata alla fine lasciando al sonno campo aperto. Da quella volta non sono più riuscito ad odiare l’inverno e tutto il freddo che si porta appresso, e quando capita che un certo affanno, senza neppure mostrare le sue fattezze, offuschi molesto pezzi di me e del mio spirito, sprofondo nell’acqua gelida della doccia, chiudo gli occhi e me ne vado in giro a cercare qualunque cosa possa salvarmi; che so esserci da qualche parte, eppure non trovo, come fosse una vecchia bandiera tricolore che nessuno vede appesa in cima alla sua asta. Ogni volta, sotto l’acqua gelida, torno a cantare le canzoni di Rubber Soul con i pum pum e le maracas, e disegno sul vetro bagnato il profilo della Capraia e della Gorgona che ride in faccia al mare e ostinato rimane lo stesso di sempre.

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