Dipendenza

Ideazione e foto di Leonardo Lisi

Testi di Alberto Becherini

Model: Andrea Vangelisti

vizio

Crepe di sabbia e carcasse di legna si fondono, e sulla riva non c’è più mare. Solo una bottiglia vuota e un ago. Tutto di me. Non ho più sangue in circolo, basto a un nervo che s’inerpica e mi muove a comando. L’aria è azzurra e la respiro ancora. Tira vento dentro, e un aeroplano dal monte cola a picco senza avvisarmi. Nuove crepe si aprono e fende il silenzio, a ritmo di voce e fiato, una mescola di accordi e dittonghi. Sulla riva aspetto che torni il sereno, aspetto tutto quello che è mio da sempre. A che serve l’attesa? Non lo so più. Il mare rincula e l’affanno si fa schiuma di amaro terrore.

schiavitù

La terra è ampia, si apre a ventaglio una ferita che l’attraversa. Il cane abbaia al nulla, caccia i pochi insetti rimasti e anche lui si prepara a morire. Occupo io la sua cuccia che mi para dal sole e dalla pioggia. E tengo stretta ai polsi la catena. Le mani si piegano a perpendicolo, a implorare un sorso di qualunque cosa sia buona a bruciarmi stomaco e gola. Cosa sto facendo, mi chiedi? Niente più che scontare la mia pena. Ti rammento che il giudice prese posto al suo scranno con un aquilone al posto delle sopracciglia, ordinando al mondo intero che si accalcava dentro l’aula di alzarsi in piedi e rendere gli onori a quella stessa corte. Lesse la sentenza, prese sottobraccio il cancelliere e insieme se ne andarono ballando un valzer triste, come due artisti di strada.
“Dichiaro colpevole Cugo…” ha scritto il giudice nella sentenza, “…per aver mischiato alcol e droga in abbondanza da affogarci dentro la sua anima. Ma l’anima di Cugo non si è mai ribellata a questo scempio, dunque condanno entrambi al massimo della pena. L’uomo sarà destinato al patibolo domani mattina stesso, e prego il boia di predisporre gli utili strumenti a riguardo. L’anima dell’uomo venga messa in catene di fronte la sua stessa casa a reclamare libertà nei tempi dell’eterno che verranno.”

alcol

Farò di tutto. Per primo salirò le scale e prenderò a martellate il tetto spiovente che invade abusivo il cielo. Costruirò un veliero di fiammiferi e piccoli stecchi di pino alpestre rubati alla montagna. Spianerò la trincea poi, e taglierò il filo senza attendere qualcuno che mi riempia il petto della sua artiglieria. Tornerò a meravigliarmi indossando scarpe eleganti per la tua festa. Suonerò i notturni e di notte accarezzerò ancora il suo culo a forma di luna. Ti presterò alla fine il mio martello così che mi risparmierai gli ultimi sforzi. Non saprò più niente di me e tu dovrai frenarmi dal colpire anche questo cielo stretto. Passerà il tempo della morte e farò di tutto. Lascia che io vada adesso. A svernare da solo sul limite dell’orrido.

eroina

È il momento della tregua. Dell’abbandono. Sono qui, in attesa di una crisi che non tarderà. Guardo quello che resta di me, fuori. Perché il dentro ha già consumato il suo intero e non mi è dato sapere più nulla di lui. Il dentro ha divorato se stesso facendo a pezzi il ricordo e lasciando strascichi di sogno. Accenno un respiro, quanto basta a velare il mio viso riflesso in bozza sullo specchio. Curvo gli occhi al fianco dove non c’è opaco a inibire la mia vista. Gli occhi sono la memoria del presente. Cos’è rimasto dunque fuori, di me, a sostenere gli ultimi residui di sangue rappreso a baccanale? Pantaloni di stoffa e carne dura senza traccia di ferite. E uno scavo di gomito lavorato da un ago come fosse lo scalpello impazzito che non obbedisce più alla mano dell’artista.

vicolo

“Vado al lavoro, ci vediamo stasera. Ti aspetta una tazza di latte da scaldare, con dei biscotti, sul ripiano vicino al frigo”. La donna non era più tanto giovane, seppure carica di una tenacia ammirevole in quel suo modo di restare abbarbicata alla bellezza che le apparteneva da sempre. Il ragazzo non era sicuro di aver sentito bene le ultime parole di lei prima che uscisse di casa tirandosi dietro la porta: “Vedi che ti ho lasciato anche la pistola sopra al tavolo, accanto alla siringa e alla tua dose quotidiana”. Lui si alzò dal letto cantando una canzone. Ma non ricorda se fosse davvero una canzone o piuttosto una sorta di preghiera lagnosa. Si vestì in fretta, tirò su il cappuccio della felpa e andò in giro a cercare quello di cui aveva bisogno. Alla fine del giorno le sue mani non hanno presa. Alla fine del giorno anche la forza delle gambe non basta più a tenerlo in piedi. Il vicolo accoglie il ragazzo a sera, prima del rientro, lasciando che l’odore della carne e quello del mondo tornino a confondersi di tutta la loro zozzeria. Farà così lui, ogni sera dentro al vicolo, fino a quando ci sarà aria da succhiare al mondo e al buco del suo culo schifoso.

anime vuote

Quando finisce il tormento ecco che siamo pronti al ballo in maschera. Guardami nella foto. Usa gli occhi che porti sulle spalle, incavati nelle orbite che eseguono gli ordini del tuo pensiero sciocco. Lascia indietro il pensiero, fosse anche solo per una volta. Guardami e riconosci chi, dietro questi volti, tu da sempre conosci. Non ti è possibile dici? Eppure sono io. Quello che ti ha rapito al rumore sordo della tua vita inerme, distrutto il paradiso terrestre che era il tuo armamentario, e scarnificato perfino il terrore che avevi di te. Che ti ha rubato tutto tranne la morte, l’ultimo bene che ci è rimasto indisponibile. Guardami senza vergogna e guardami in mezzo a costoro, ché finirà presto anche questo giro di valzer tra maschere sedute.

il saluto

Spinsi sul gas quando la donna mi disse di lui. Non stava male e basta, stavolta la situazione era seria. Accelerai ancora di più perché colsi tra le pause la speranza mancata. La parola fine nel suo tono di voce. La stessa voce che sapeva già tutto e rinviava ad una verità che non avrebbe mai voluto svelarsi al telefono. Mi abbracciò sulla porta di casa lei: “L’ho sentito ieri sera e non ho avuto una buona sensazione. Sono venuta a controllare come se la stesse passando. Sapevo dei giorni duri che…”, si asciugò gli occhi e smise di parlare. Entrai levando lo sguardo al soffitto, l’aria era irrespirabile e l’odore forte di whisky mi bucò la gola. Si tirò indietro i capelli scuri e ricominciò: “Non ho ancora chiamato nessuno. Volevo che tu lo vedessi prima. Ha una lettera con sé, non ho avuto il coraggio di sfilarla dalla sua mano e leggerla.” Non l’ascoltavo più. Lo cercai in tutte le stanze. Alla fine lei che mi seguiva ad ogni passo guardò verso la scala a chiocciola. C’era un bugigattolo lassù, con un water e un lavandino. Stava seduto mezzo storto appoggiato al muro e teneva stretto un pezzo di carta scritto fitto con una biro nera in una grafia che si faceva più incerta ad ogni frase fino a diventare quasi illeggibile. La penna era in terra alla sua destra vicino alla bottiglia vuota. Puzzava come puzzano gli ubriachi. Gli carezzai la testa fredda e lo guardai in viso l’ultima volta, sperando che anche lui mi vedesse. Da qualsiasi luogo. Ovunque avesse deciso di cacciarsi per sempre. Gli sfilai di mano il foglio e cominciai a leggere.
“Nella vita ho fatto di tutto sulla tazza del gabinetto: costruito fionde, imparato il barrè e il do it yourself (che non c’entra col bricolage), ripetuto la Controriforma, provato a capire la filosofia del diritto hegeliana, fumato Gitanes, guardato la Domenica Sportiva, ascoltato in cuffia il III e il IV degli Zeppelin, mandato a mente la 2^ e la 3^ declinazione, Alla sera del Foscolo e Eskimo di Guccini; ho tagliato le unghie dei piedi, medicato le ferite, mi sono isolato dal resto del mondo e da qui ho ricominciato. Ho giocato a soldatini seduto sul cesso, immaginato un assedio, letto qualche dozzina di Gialli Mondadori, sostituito il Mi basso e il cantino alla Ibanez acustica; ho cambiato voce e pure qualche idea, vomitato di tutto, perso le speranze e compiuto gli anni. C’ho cagato sul cesso anche. Poi l’ho abbandonato alla ricerca di altri lidi e margini di terra. Non ci puoi stare in due (o più) seduto sul cesso. Non ce la fa ad accoglierci in troppi. Ad un certo momento della vita c’è bisogno di spazi più ampi che taglino l’orizzonte e ne mettano via una parte, in vista delle nostre sconfitte future. In due poi non serve un cesso, semmai un viale da camminarci dentro, una lenza che impugniamo ai capi opposti, una striscia finissima di letto da riempire con tutti gli affanni del caso. Sono tornato alla fine, perché questo è il posto migliore per stare da soli, io che da un pezzo non so più come si faccia a rimanere da soli con noi stessi. Sono tornato a sedere sul cesso e mi sono portato una bottiglia a farmi compagnia. Oggi ho scolato un bel po’ di questo whisky scadente seduto sulla mia tazza. Bevo whisky perché è l’arma migliore di noi cavalieri senza più mulini a vento. Bevo whisky da quanto faccio schifo al mio ronzino. Bevo whisky per non guardare in faccia il mondo che vuole fottermi. Mi addormento adesso, non so per quanto tempo. Scivolo indietro fino a appoggiarmi contro il pulsante del serbatoio d’acqua incassato nel muro. Il rumore di una cascata e schizzi d’acqua sulle chiappe mi sveglieranno da questo sonno che mi prende dal basso. Non vedo più il foglio. Ti saluto fratello. Non stare in pen”.
Non ce l’aveva fatta neppure a terminare la frase.
Aprii la finestra in alto, troppo piccola anche solo per immaginare terra abbondante e orizzonti che avanzino alle nostre sconfitte, come aveva scritto lui. Non toccai niente, e rimasi al suo fianco finché non crollai. Finché sentii che per una volta il suo cesso potesse accoglierci tutti e due. Rilessi quelle righe tre, quattro volte seduto per terra con le gambe che sfioravano il suo braccio teso nella mia direzione, piegai il foglio ed alzandomi lo riposi nella tasca dietro i pantaloni. Me ne andai guardando la sua foto di giovane difensore, appesa al muro del corridoio che portava nel cucinotto. Era in gamba a marcare l’avversario. “Il segreto è l’anticipo” mi disse una volta. Abbandonò il calcio che aveva già troppo alcol in circolo. Il segreto è l’anticipo. Sono sicuro: aveva dovuto confessarlo anche alla morte un attimo prima di andarsene seduto sul suo cesso.

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