Racconti dentro a una scatola (2)

Cominciai dal primo. Non seguo sempre l’ordine imposto dall’impaginazione in una raccolta di racconti. Mi capita alle volte, quando non conosco l’autore, di avviare la lettura scegliendo un punto a caso del libro, più o meno al centro, e poi ripartire dall’inizio se quelle parole mi lasciano intendere che val la pena saperne di più. Non era un libro però quella cosa che avevo tra le mani, e non somigliava vagamente neppure ad un diario; le storie, ad un primo sguardo, mi parvero appartenere a fatti distanti tra loro, senza legami apparenti. Mi chiesi ancora una volta chi avesse riempito quelle pagine di una grafia così piccola e densa. Il vento fuori soffiava forte, stava per piovere. Cercai un posto comodo, in casa di mia madre, al caldo, che diventasse un rifugio.

Menphi 2597 a.c.

Pichefrel e Clao sono seduti su un masso di argilla grande quanto un sargofago in riva al fiume. Ad ovest, dove il sole scende, e non dovrebbero stare.
In quei giorni nessuno dovrebbe andare là. I soldati hanno vietato di attraversare il fiume nei giorni del lutto.
Clao domanda al fratello più grande che cosa vuol dire lutto. Pichefrel guarda il piccolo mentre un sorriso si stende quasi senza volerlo sulle sue labbra squadrate.
“Lutto significa giorno triste per via della morte di qualcuno”.
In effetti ha ragione. La morte viene e porta via, come il vento d’autunno. Come il vento d’autunno lascia tracce che con il tempo si fanno più lievi fino a trasformarsi in ricordi che ci danno nutrimento, e dal nutrimento, si sa, torna la vita.
“Ma a noi che ce ne frega del faraone?” chiede Clao.
I giorni della morte del più grande di tutti i faraoni.
Pichefrel e Clao stanno seduti sulla riva occidentale. Da quella parte fra poco Keope compirà l’ultimo viaggio terreno e dopo la sistemazione dentro la piramide il suo akh se ne andrà per la sua seconda vita.
“Cos’è la seconda vita?” chiede ancora Clao.
“Una specie di giardino dove ognuno può fare quello che vuole senza paura di disturbare gli altri. Un luogo dove tutto è giusto e luminoso.”
“Umphf… e perché non ce lo costruiamo anche noi un posto così? Qua intendo. Qua ed ora. Senza aspettare che dobbiamo morire intendo.”
Il sorriso sfuma dalle labbra di Pichefrel. Volta lo sguardo al fiume a caccia di parole che valgano. Servirebbero parole da vecchio sacerdote, ma non le trova e non sa rispondere alla questione.
Guarda il fiume Pichefrel. Il fratello grande pensa che il Nilo non sia poi così saggio. Non suggerisce risposte. Pensa Pichefrel che non ci sono Dei che suggeriscano risposte alle domande che ingombrano la mente dei fratelli piccoli. Neanche il Dio Nilo le conosce. Guarda il fiume che scorre verso il paese basso. La sponda a oriente era la loro. Ma oggi stanno di qua. Col faraone Keope che è morto e che se ne andrà sotto alla montagna di pietra e oro che un milione di uomini hanno costruito per lui. Sono occorsi venti anni o trenta forse. Non lo sanno Clao e Pichefrel quante stagioni sono servite.
Il soldato li guarda da lontano ma non dice nulla. Si chiede solo qual è il punto. Quale il punto in cui i due sull’altra sponda hanno attraversato il fiume. Ma i fratelli non ci sono riusciti.
Nei giorni del lutto non si può attraversare il fiume. Solo i morti stanno dove il sole scende. Clao era caduto e Pichefrel si era tuffato anche lui. Il soldato li guarda sull’altra sponda ma non può richiamarli.
Lo sa il soldato.
Clao E Pichefrel rimarranno a parlare altro tempo sulla riva sinistra del fiume. Il soldato abbassa il viso e torna al deserto. È il giorno del lutto questo.
Il grande faraone se n’è andato e insieme a lui due giovani fratelli che per il troppo coraggio annegano (ma non esiste un giusto limite al coraggio vero), ansimano dopo la vita, e morendo chiedono risposte nuove al Dio fiume.

continua

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