The joshua tree

Scrissi queste parole cinque anni fa in occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione dell’album capolavoro che fu anche l’ultimo in studio della band irlandese. Quello che è venuto dopo conta quanto la discografia di The Buggles al netto di Video killed the radio star.

Quando uscì The joshua tree avevo diciannove anni, affrontavo le ultime curve della devastazione adolescenziale, in quel tratto in cui entri nel regno dei vivi e cominci a pensare in proprio. E mentre assorbi cose nuove (un miscuglio tremendo di pensiero, sogno, passione, figa) ne assapori il gusto e perdi l’orientamento; ti incanti e ti dimeni; rifletti svelto ma non troppo; “scarti di lato” come il bufalo e come il bufalo cadi; ti lanci dal trampolino più alto; non spari cazzate a caso, centellini; e cominci sul serio a prender mazzate; non ti pieghi, sei sbruffone anche se non sai un cazzo di nulla a parte la prima seconda terza declinazione e la formazione dell’Italia campione nell’ottantadue, se va bene anche quella del settantotto (perché non ce l’hai avuto ancora il tuo tempo per apprendere); puoi perfino credere, a diciannove anni, che non ci sia posto per la morte.  Ti guardi intorno, intuisci molto più di quanto dovresti ma non sai ancora giocare di fino. E corri dietro alla Rivoluzione. Che non c’entra nulla con la politica e la filosofia. È una cosa che si dipana dal fondo delle interiora la Rivoluzione, sale ai ventricoli, vorrebbe raggiungere la corteccia e le sue inesplorate stanze. È un moto confuso che prova a spingerti oltre, vuole che affronti un nuovo tempo con una carica ancora tutta da esplodere. Un’inquietudine che non conoscevi ti punge, fino a mettere in discussione, quasi senza che te ne accorgi, la tua vita e la tua storia. La Rivoluzione abbatte muri, distrugge ponti e strade lasciandoti a petto nudo sul limite del precipizio. Usi modi nuovi di essere sfacciato, prepotente, impegnato e ribelle, quando basterebbe solo muovere in silenzio le pedine giuste sullo scacchiere del giorno. La musica non è lo sfondo del quadro. Le canzoni che ti scegli sono la cinghia di trasmissione al tuo animo in moto. The joshua tree dicevo. Gli U2 erano talento vero a disposizione delle mie budella in fermento. War e Under a blood red sky facevano parte a pieno titolo della pila dei trentatré giri sul tavolino accanto al mio Technics. Non c’era The joshua tree. Non colsi in diretta la sua forza dirompente. Perché la sua forza non era intonata alla Rivoluzione in corso nelle mie vie sanguigne. The joshua tree è l’album che chiude un Evo e dà vita a una Storia nuova, proprio come la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il Congresso di Vienna e Sgt Pepper. È il capolavoro in vinile che sul finire degli Ottanta, a tempo quasi scaduto, reinventa il rock alla portata dei più, trascinandolo indietro nelle sue forme essenziali eppure vivissime. Lo fa nella temperie dei suoi testi, nei giri degli stessi accordi di sempre che Edge modella con abilità d’artista. The joshua tree cominciò a suonare e lo fece con la forza di un uragano muto. Lontano da involucri pomposi o attese da spasmo. Per questo forse non mi si attaccò alla pelle come invece fecero altre “immondizie musicali” di quell’estate di trenta anni fa. I miei diciannove anni mi trascinavano altrove quando non avrebbero dovuto. The joshua tree era la Rivoluzione paziente, l’onda lunga che solleva senza che te ne accorgi, l’orizzonte che sfuma al viola, il mare che si confonde ma non si piega all’orizzonte. Andate su You Tube e ascolte oggi “I’m still haven’t found what I’m lookin’ for”, ditemi poi se davvero non vi torna la voglia di mettervi a cercare qualunque cosa non abbiate ancora trovato.

A tutti buona notte.

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