Racconti dentro a una scatola (7)

Chiusi il quaderno e piegai il collo all’indietro.

C’ è un mal di testa che da sottile si fa ruvido fino a travolgermi senza ritegno. Ed io allora cado, come corpo morto cade. La speranza si riduce ogni volta a un sonno breve e profondo, accompagnato dalla mia dose fissa di paracetamolo. Ingoio pasticche, prendo una pausa da luci e rumori, dimentico tutto, perfino la speranza. Di là da oceani in tempesta e foreste impervie apro di nuovo gli occhi, se va bene il dolore è scomparso. Così torno un po’ stordito alla luce e ai rumori, pronto, neancbe troppo, alla rincorsa viziosa degli affanni di sempre.

Lessi ancora dunque dal mio quaderno marrone.

Domenica di carnevale

L’idea mi girò in testa al mattino presto, nel mio letto, appena svegliata.

Perché succede tante volte. Succede che l’orologio imploda, i secondi diventino attimi di fuoco, gli attimi granelli di tempo pesanti come montagne (ma forse pieni soltanto di sabbia bagnata), e da lì poi…puuuummm…sei già lanciata in un altro iperspazio, dentro a un mondo diverso (mi verrebbe quasi da cantare “…dove crescere i nostri pensieri, dabdundè debdundà…”, se la questione non fosse parecchio seria), verso galassie dove se ci arrivimagari incontri Capitan America o Daitarn III.

O forse solo Winnie Pooh.

Succede che tutta la luce del mondo ti abbagli in un momento preciso, che dura…puf…, non so nemmeno dirlo quanto poco duri, quanto breve sia quell’istante, e quanto forte quella luce. E’ così forte che diventa tutto bianco.

Tutta la vita.

Il passato e il futuro. Il presente no. Il presente sta in un punto inafferabile.

Bisogna essere bravi allora. Spalancare le tempie e acchiappare qualcosa. Qualsiasi cosa. Non credo ci sia l’opportunità di scegliere. Non lo so. O almeno non ne sono sicura. È un po’ come quelle scene tremende di uomini sporchi e affamati, in villaggi di altri mondi, di uomini neri che lottano tra loro, attorno a un camion di viveri, e si strattonano, si sbranano per afferrare un pezzo di pane e nient’altro. Non scelgono il loro pranzo quegli uomini. E tu non scegli cosa guardare quando arriva la luce, al mattino presto, nel tuo letto. Ti dimeni, agiti le mani, il respiro aumenta e ti passano davanti colori tenui, accenni di grigio, e alla fine tinte forti, ad una velocità folle. Infine rimani sola con un brandello – di che cosa? – che ti si è appiccicato addosso. E di quello devi nutrirti. Solo di quello. Come gli uomini neri del villaggio in fondo al mondo (di là dal mondo). Questo mondo.

La luce si spegne di botto, sai. E ti abbaglia ancora, nello stesso modo di quando si era accesa. La voragine si chiude, e in genere ti ritrovi affaticata, infreddolita e sola. Buona solo a dormire. Poi, nelle ore, nei giorni, negli anni che vengono devi ricostruire il breve-lungo viaggio di quegli istanti, la tua storia, cominciando proprio da un fottuto brandello.

Quel mattino fu diverso però. Forse perché avevo risorse nascoste, da qualche parte, energia ancestrale in sovrappiù. Non provai fatica. La luce si spense, ma non rimasi immobile e prostrata. Seguii un filo invisibile e l’idea – la terribile idea – cominciò subito a prendere forma. Mi alzai per un bicchiere di té freddo che servì a rinfrescarmi e a distendermi le interiora. Mi sedetti sul divano del soggiorno e cominciai a raccontarmi come erano avvenuti i fatti sette anni prima. Senza sforzi e ricadute emotive, piano, con voce appena sussurrata, ma ferma e chiara. Avevo bisogno di sentire la mia voce, di rivedere la storia che sgorgava come un fluido dai ricordi.

Le ragazze scosciate lanciavano in aria il bastone bianco e azzurro e non tutte erano brave nel riprenderlo al volo senza farlo cadere. Le ragazze scosciate lanciavano il bastone al ritmo imposto dal rullante e dalla cassa in fondo alla colonna. Alcune di loro erano grasse e tozze. Altre parevano sculture di Modigliani. Ce n’era una poi buffissima che si chiamava Ornella e che aveva le gambe più storte che mai avessi visto. Dopo le mie s’intende. Una X perfetta. Io e mia cugina Alice ridevamo forte sedute sul gradino di casa ogni volta che la banda passava e la nonna di Ornella con la Polaroid in mano gridava alla nipote di guardare dalla sua parte.

“Ornella, ciao Ornella, sei bellissima, c’è la nonna che ti fa la foto, Ornellaaa, ridi Ornella, cheese Ornella, cheese…”, ma Ornella tirava dritto con un ghigno lungo fino ai piedi.

“…Oh, non mi guarda quella birbona, ehi Ornella di qua, c’è nonna che ti fa la fotooo…”

“Camilla…”, bisbigliò Alice guardandomi con la faccia di Piperita Patty, “…sai una cosa?”

“No…”

“Ornella sta perdendo una buona occasione. Fossi in lei la prenderei a calci mia nonna. Così forte da farmele tornare dritte le gambe…”

La guardai inorridita, anche se quell’uscita non mi sorprese. Alice dosava ad arte ogni sua singola dote. Anche la perfidia .

Un bimbo dal carro di Lucifero ribatté all’ennesimo bercio della vecchia come se avesse davanti tutte megere del mondo: “ma la smetti di rompere? Fai più casino tu del trombone e del timpano insieme, e poi ‘un lo vedi che Ornella non ti caga?”

Il bimbo non conosceva la nonna, e non conosceva nemmeno Ornella, ne ero certa.

La ragazza dalle gambe storte si bloccò in mezzo alla strada voltandosi verso il carro del giovanetto, gli occhi spruzzavano sangue e odio, la donna papero (culo basso e in fuori) dietro di lei ruzzolò a terra nel tentativo disperato di non investirla, e la fila delle ragazze scosciate impazzì come la maionese nel piatto. Fine della sfilata. Il capo banda provò a rimettere ordine, ma fu tutto inutile. Ornella, davvero imbufalita, non rispondeva più a nessun comando, la donna papero non accennava a rialzarsi, anche lei in preda a una tremenda crisi di nervi e il tizio con le forbicione lanciò via il suo strumento fuggendo. I suoi compagni col cappello e la piuma lo fissarono allibiti interrompendo di botto una triste e disperata Yellow Submarine.

Quella matta di mia cugina si alzò in piedi ed io fui colta da brividi di terrore quando iniziò a saltare proprio intorno all’Ornella caduta, canticchiando sottovoce:‹‹We all live in a yellow submarine, yellow submarine…››

Un bello spettacolo signori. Davvero.

Chiusi gli occhi per la vergogna e nascosi la faccia fra le gambe. Poi cominciai a ridere e lo feci così forte che le lacrime me le sentii scivolare sotto la canottiera, giù fino all’ombelico.

Odio il carnevale. Non mi sono mai piaciute le maschere e penso che gli uomini siano abbastanza ridicoli così, nelle loro sembianze quotidiane. Non abbiamo bisogno di travestimenti per ridere di noi stessi. Tantomeno facciamo ridere qualcun altro, diverso da noi intendo. Odio il carnevale e non mi piaceva neanche a undici anni. Gli zii con la cugina Alice venivano a pranzo da noi nelle domeniche delle sfilate dei carri. Tutte le domeniche delle sfilate. Così avevo solo un modo per esorcizzare i riti di quella festa. Ridere di tutti quegli uomini e di tutte quelle donne che ridevano. Ridere a più non posso della grande farsa che mamme, nonni e fanciulli ignari ogni volta mettevano in scena per le strade del mio quartiere. Già, perché i carri passavano almeno sette, otto volte proprio davanti al pianerottolo basso della casa popolare dove abitavo insieme al babbo, la mamma, e a Sonia, la mia sorella grande.

Per fortuna c’era Alice. La cugina matta. La cugina che mi faceva diventare una belva cattiva, oppure la più bella di tutte le cenerentole; vergognare come una ladra, oppure morire per il divertimento; che non conosceva vie mediane tra il fregarti le bambole nascondendole nella macchina di suo padre o prendere in giro il mondo senza offrire al mondo la minima opportunità di accorgersene. Quella domenica Alice era fantastica. In grande forma intendo. E non rubò nemmeno una bambola dalla mia camera.

Tornò a sedere per pochi attimi sul pianerottolo che ancora mi asciugavo le lacrime. Si alzò di nuovo poi, e corse incontro alla nonna di Ornella.

Trattenni il respiro.

Una volta di fronte alla vecchia, cercò il mio sguardo tra la folla, stringendomi l’occhio e facendomi segno di starla a guardare. Aveva in mente chissà cosa, mi portai la mano alla bocca per paura di gridare. Era a non più di quattro metri da me quando per alcuni attimi la persi di vista. La nonna di Ornella si agitava verso la donna papero, a suo dire responsabile della figuraccia della nipote e forse di tutti i mali del mondo. L’uomo delle forbicione intanto era riapparso in preda alle convulsioni, e col nodo in gola strillava la sua disperazione per lo strumento perduto. Vidi con la coda dell’occhio la faccia dello zio Carlo galleggiare sopra un intrico di altri visi e braccia, e poi ancora confusione. Mi sembrò di scorgere in basso, tra nani vestiti da Zorro, vomitevoli principesse in abito lungo, decine di piccoli e goffi mostri,  ancora una volta Alice che teneva in mano qualcosa.

Poi più nulla.

Stop.

Fine della storia.

Inizio della tragedia.

Svanì.

Come se non fosse mai esistita.

Mia cugina Alice scomparve, per sempre.

Da quel momento.

E tutti giurano, o hanno giurato, di non averla più vista da nessuna parte su questa terra dopo quel pomeriggio di carnevale.

Maledetto carnevale.

Maledetta la terra che accoglie tristi teatri di volgarità e idiozia.

Il carnevale.

Alice scomparve e oltre a chi se la portò via, la colpa appartiene alla scemenza che imbottì l’aria di quel maledetto giorno di festa.

La zona fu battuta a tappeto. Metro per metro, casa per casa, il quartiere fu rivoltato come un pantalone prima della centrifuga. Polizia e carabinieri. Comandi provinciali, regionali. Digos, antimafia (tutto pensavo fuorchè la mafia potesse venire a prendersi una bimbetta di buona e povera famiglia in uno sperduto paesino non si era mai capito bene se pisano, lucchese o pistoiese). Pompieri e Guardia di finanza. Qualcuno disse che serviva l’esercito. E forse aveva ragione, chissà. Altri sostennero che era tutta una presa di giro. Non ho mai capito bene da parte di chi, e soprattutto nei confronti di chi. Il più strambo fu uno di quei tanti giudici che m’interrogarono prima a casa, nella mia cameretta, la domenica stessa, e poi al tribunale nei giorni seguenti. Continuava a ripetere sui giornali e in televisione che mia cugina era viva e nascosta da qualche parte vicino alla sua abitazione (i miei zii vivevano a un chilometro da noi). Continuava a ripeterlo, cosicché io insistevo nel chiedere a mio padre perché allora non andavamo a riprendercela Alice, punto e basta. Non rispondeva mio padre. Non mi ha mai risposto. Una volta cominciò a bestemmiare e a tirare pugni contro il muro del soggiorno fino a fracassarsi la mano. Poi si lasciò scivolare lungo la parete e seduto sul pavimento pianse a dirotto. Pianse come nemmeno io ero riuscita a fare quel pomeriggio sul pianerottolo di fronte a mia cugina che canticchiava Yellow Submarine.

Non chiesi più a mio padre dove fosse Alice e perché non andavamo a riprendercela.

Il giudice si chetò, e il mio dolore divenne una pezzo di roccia dura piantato nella gola, immobile, invisibile dall’esterno, pronto a sgretolarsi e a bloccarmi il respiro.

Aveva nove anni mia cugina, compiuti pochi giorni prima della domenica di carnevale, unica figlia dei miei zii più cari. Ottavia, la sorella di mia madre e Carlo, l’uomo più bello dell’intero paese, tennista mancato, commerciante di schifosi ninnoli natalizi. Erano pazzi per quella bambina, innamorati e preoccupati per le sue continue trovate, per quella sorta di follia che la spingeva sempre oltre, al di là del limite estremo che il buon senso impone perfino a un essere umano non ancora adolescente. Era folle Alice forse, e per nulla incosciente. Sapeva sempre in anticipo quale mossa compiere, e quando se ne stava in disparte apparentemente buona e tranquilla in realtà elaborava. Elaborava e costruiva un nuovo piano per passare all’azione. Poteva incollare il gatto sull’altalena del giardino, piuttosto che appendere alla finestra il calendario di Max (versione poster gigante), rubato chissà dove, con la Ferrilli di mese in mese un tantino più audace. E aveva sempre un buon motivo da addurre per ogni singola azione.

“Se Sabrina Ferrilli piace a tutti gli uomini, facciamogliela vedere allora agli uomini, anche a quelli che non possono permettersi di ammirarla in casa, tranquilli, sulla poltrona, con la moglie vicino che stira e canticchia Sarà perché ti amo.”

La scuola le andava stretta. Era precoce e si annoiava. Si annoiava e faceva forca. Una mattina chiamarono il padre dallo zoo di Pistoia per sapere se quella bambina svitata che se ne andava a passeggio su e giù nel rettilario fosse sua figlia. Se le avessero dato tempo non so cosa ne avrebbe fatto dei cobra e degli altri lucertoloni.

Lo zio Carlo morì tre mesi dopo la domenica del carnevale.

“Se n’è andato di crepacuore il tuo povero zio” mi disse qualcuno il giorno dei suoi funerali.

“Eh già, non ha retto al colpo…” rimbalzò una voce lì vicino.

“Anzi, sapete cosa penso? Ve lo dico io…Carlo se n’è andato il giorno stesso che sua figlia gli è stata portata via…” concluse un tizio che non avevo mai visto prima.

Lo domandai a mia madre perché lo zio Carlo ci aveva lasciato così presto.

“Perché così ha deciso il Signore, Camilla, e quando il Signore ci chiama…”

“No, no mamma, quando dico presto intendo un’altra cosa.”

‹‹Spiegati allora.››

“Lo zio aveva una missione. Ritrovare Alice. Io credo che lei sia viva da qualche parte, lontana da qui, ma viva. E chi, se non il suo grande babbo aveva il dovere di riportarla a casa? Invece, morendo, è come se avesse rinunciato al suo compito. E non puoi rinunciare a una cosa tanto importante…”

Mamma mi guardò: “Camilla, tuo zio era malato. E lo era da molto tempo, molto prima che quella domenica succedesse…quello che è successo.”

“Come?! Lo zio Carlo era malato? E tu già allora sapevi che …”

“Tutti sapevamo, e lo zio per primo sapeva che il cancro se lo sarebbe portato via in pochi mesi.”

Mi alzai dalla sedia dopo le parole della mamma, e oltre la finestra vidi una striscia di cielo diventare cenere. Me ne stetti sul balcone con le braccia distese sopra la ringhiera, a scrutare l’orizzonte di là dalle mura del cimitero. Non c’era niente da guardare in quella landa metà steppa e metà boscaglia. E non c’erano storie fantastiche da immaginare. Il camposanto era l’ultimo baluardo del nostro paese, le sue mura erano le mura della città. Il camposanto ci difendeva dagli invasori e dal nulla, dalla steppa e dalla boscaglia, e lui sì che ne aveva di storie da raccontare. Almeno una per ogni suo ospite. Alla fine di ogni pomeriggio triste mi ritrovavo sempre sul balcone a guardare il cimitero, i suoi marmi vecchi e sudici, e i giardini incolti. Mi piaceva quel posto. Mi piaceva anche per una sciocca ragione: sapevo che niente e nessuno da lì sarebbe potuto venire a farmi del male.

Tra il mio palazzo e il cancello d’ingresso con la scritta Vecchio camposanto comunale si stendevano ottanta metri di sterpi. Avevo saltato tante volte quel cancello e tante volte ero andata là a giocare e a nascondermi.

Nessuno mai era riuscito a stanarmi.

E le conoscevo tutte le facce del cimitero. E di tutte mi ero inventata una storia.

Smisi di andarci dopo il funerale. Da quel giorno mi limitai a contemplarlo dal balcone di casa mia.

Gli uomini calarono la bara nel loculo interrato, dentro una di quelle tombe a due piani (la zia Ottavia al momento giusto si sarebbe adagiata sulla pancia del marito), fin quando una delle quattro corde agli angoli si spezzò, facendo cadere il grande cassone di punta sul basamento in marmo, da mezzo metro di altezza. Un rumore grave, profondo, come se al di sotto della lastra ci fosse stato il vuoto. Mi capita ogni tanto ancora oggi di svegliarmi nella notte e risentire quel tonfo echeggiare nell’aria intorno. Fu quel suono tremendo a tenermi lontano dal mio camposanto fino a che non mi costrinsi a tornarci. Sette anni più tardi.

Sette anni più tardi.

Sul divano del soggiorno in un mattino di pioggia.

Rividi la sua mano, la mano di Alice, in mezzo alla folla. Teneva qualcosa.

Il brandello che mi si era appiccicato addosso.

Rivissi da capo le scene della domenica del carnevale. Ritrovai visi, espressioni, voci, la strada e i vicoli che snodavano intorno.

Che cosa aveva in mano Alice prima che scomparisse?

La mamma si alzò e preparò la colazione. La baciai sulla guancia come tutte le mattine, infilai l’impermeabile, presi chiavi e zaino, salutai mio padre e mia sorella prima di lanciarmi giù per le scale. Il babbo mi urlò in bocca al lupo per l’interrogazione di filosofia. Fui contenta che si fosse ricordato, ma già sapevo che non ci sarebbe stata nessuna interrogazione.

Il portone d’ingresso della stazione di Polizia era spalancato, entrai senza chiedere a nessuno. Salii le scale dirigendomi dritta verso l’ufficio del capo. Il commissario Dinelli era diventato nostro amico dai tempi della scomparsa di mia cugina, ed era stato l’unico a difendere me e la mia famiglia dalle migliaia di lupi affamati e cattivi pronti a sbranarci ogni giorno. Giornalisti, pubblici ministeri, investigatori improvvisati, curiosi di ogni genere. Il commissario aveva sempre fatto scudo rischiando in prima persona, e non aveva mai preteso una parola in più di quella che io e i miei avevamo voglia di spendere sopra quella storia dannata. Mi fidavo di lui e non avevo mai chiesto nulla sulle indagini, se mai c’erano state indagini. Sapevo che se qualcuno, un giorno, avesse ritrovato Alice, sarebbe toccato a Girolamo Dinelli. Ogni volta che veniva a trovarci tiravo boccate d’aria profonda, pronta a esplodere per una parola giusta, una sola parola, attesa per troppo tempo invano.

Era immerso nelle sue carte quando bussai alla porta socchiusa dell’ufficio. Alzò il capo e il suo sorriso riempì di colpo la stanza.

“Carissima Camilla, era un po’ che non ci vedevamo…”

“Eh si Girolamo, non abbiamo più molto tempo né io, e neppure tu, a quanto pare…”

Mi aveva imposto lui, anni prima, di chiamarlo per nome dandogli il tu.

Il presidente Ciampi mi lanciò un’occhiata severa dalla sua cornice, come per rimettere la giusta distanza tra me il commissario.

“Cosa ti ha spinto qui alla Polizia, per di più in un mattino freddo come questo?”

“Senti…”

“No aspetta, non ho spedito pattuglie dalle parti del liceo oggi, non mi dire che è giorno di sciopero…”

“Non ci sono scioperi oggi Giro…”

“Bene. Lo sai che sei la prima ragazza della storia che fa forca e va a nascondersi al commissariato.”

“Sono qua per Alice.”

Un tuono spezzò il cielo in due, la stanza si fece buia all’improvviso. Tremò una lampadina appiccicata al soffitto, mentre la voce da una radio accesa cantava un motivo che avevo già sentito.

…e se io fossi una donna che torna è qui che tornerei…

Posò la penna sulla scrivania e alzandosi si avvicinò alla finestra.

“È chiusa quella storia Camilla.”

“E chi lo ha stabilito?”

…la pioggia batteva sui balconi…

“Ascoltami bene, perché sei qui? Vuoi davvero parlare di Alice?”

“Te l’ho appena detto…”

Mi guardò a lungo prima di riprendere: “ok, allora parliamone, io e te, come non abbiamo mai fatto. Hai diciotto anni Camilla, sei una ragazza in gamba e se ritieni giusto affrontare il discorso, mi va bene. Basta che tu non venga a raccontarmi di averla vista da qualche parte, magari tirando in ballo quella stupida immagine, ricostruita che circola di tanto in tanto sui giornali, perché queste sono tutte cazzate alle quali non ho mai creduto e non sono disposto a credere oggi.”

“Dimmi una cosa Girolamo. Pensi che Alice possa essere ancora viva?”

‹‹No, credo di no, ma non ho nessuno straccio di prova, e a dire il vero nessuna buona ragione per affermarlo con certezza. Allo stesso modo non ho niente in mano e in testa per sperare, anche solo poco così, che Alice possa essere ancora viva.”

“Anch’io oggi penso la stessa cosa, e sento anche che lei è qui in paese, che è sempre stata qui vicino…”

La canzone sfumò.

…abbi cura di te pensai da solo…

“Scusami Camilla, mi spiace, non volevo…”

“Non fa niente Girolamo, davvero. Non mi hanno ferito le tue parole, al contrario…”

Si voltò verso la finestra: “per un attimo ho creduto che tu l’avessi vista da qualche parte, magari in uno dei campi Rom, qua, fuori dal paese. Te lo dico Camilla, non mi piace chi decide di strappare in malo modo un bambino ai genitori, chiunque essi siano, anche solo per un fottutissino test del DNA perché qualcuno ha stabilito una somiglianza improbabile, anzi assurda. E’ successo in passato, sai.”

“Si, mi ricordo…”

“Ma cos’è che hai detto? Perché credi che Alice sia morta, tu che hai sempre nutrito grandi speranze?”

“Diciamo che ho fatto una specie di sogno.”

“Ahi…”

“No, fermati, voglio che tu risponda solo a qualche domanda, poi se vuoi me ne vado, e non parliamo più di questa faccenda, ok?”

“Sentiamo.”

“Dunque, ascolta, da che parte si diresse il rapitore? In che modo uscì dal paese con mia cugina?”

“Tutto lasciò pensare che si fosse incamminato verso il cimitero e da lì poi avesse preso un’auto; c’erano impronte sul terreno che divide la tua casa dal marciapiede che porta al cancello di ferro del camposanto.”

“E che impronte erano?”

“Impronte freschissime, che individuammo subito, lasciate quel pomeriggio stesso. Di un adulto maschio, buona corporatura, e di un bambino. Tu forse non ricordi, ma tua zia le riconobbe all’istante. Erano le scarpe di Alice.”

“Fu trascinata con la forza?”

“No, la convinse a seguirlo.”

“Senti Girolamo, una cosa invece la ricordo. Il campo dietro casa mia aveva l’erba altissima…”

“Si, ma fu subito chiaro che qualcuno si era fatto strada tra gli arbusti. Le impronte le rilevammo nel tratto iniziale, dalla parte del paese, dove il terreno era più molle. Ci convincemmo anche che chiunque avesse rapito tua cugina non fece ritorno al paese dal campo, se mai sia davvero tornato indietro…”

“Mia zia riconobbe per caso anche le altre impronte, quelle dell’adulto?”

“No. Ma non capisco dove…”

“Hai mai pensato che Alice non abbia mai lasciato il paese?”

“Si, l’alternativa era il cimitero. Fu battuto palmo a palmo, ma non trovammo niente di niente.”

“Neanche un’impronta che in qualche modo coincideva?”

“No, niente di interessante, e anche se i vialetti interni che portano alle tombe erano – e sono ancora oggi – in lastricato, il rapitore avrebbe, suo malgrado, lasciato qualche segno.”

“In che modo?”

“Te l’ho detto, il terreno era molle e qualche residuo di terra l’avremmo trovato. Neppure la scientifica ricavò dati interessanti.”

“Mmmh…può essere che avesse con sé due paia di scarpe? Il primo paio calzato fino al marciapiede nei pressi del cancello, il secondo paio – forse le stesse scarpe indossate durante la giornata – utilizzato da lì in poi, quando il rischio di lasciare impronte era ridotto a zero.”

“Camilla abbi pazienza, mi sono perso…”

“Accompagnami là Girolamo, adesso. Ti prego accompagnami.”

Lo conoscevo da una vita Mario, il custode del cimitero che aveva sempre sorriso dei  miei giochi e dei miei rimpiattini tra le sue mura.

Dapprima si era rifiutato in modo deciso, trovando mille ragioni e pretesti. Alla fine dovette arrendersi.

“Va bene, se proprio mi costringe commissario, faccio allontanare la gente qua intorno e prendo il necessario.”

“Ascolta Mario…”, disse Girolamo serio, “…intendo verificare questa cosa ad ogni costo, adesso. Se, come credo, si risolverà in un nulla di fatto, rimetteremo tutto a posto e nessuno saprà mai niente; se troveremo invece sorprese, mi assumerò io la responsabilità. Diremo che ho fatto tutto quanto da solo senza nemmeno avvertirti.”

“Siii eeehh, la fa facile lei!” ribatté Mario con la faccia di chi ha perso la partita.

I tempi erano cambiati. Non servivano più funi e muscoli in tensione, soltanto una gru robotizzata con un braccio meccanico. Mario svitò da terra la lapide, trascinandola con l’aiuto di Girolamo sul viale, prese il piccone e spaccò la parete fine di mattoni. Alcuni calcinacci caddero rimbalzando nel legno della bara sottostante. Dopo fece tutto il robot: sollevò la cassa, che mi apparve infinitamente più piccola dall’ultima volta, posandola a terra sulla tomba di fianco. I fiori finti di Ilaria Cordoni nei Casati fecero la fine del topo.

Cominciai a tremare come un cucciolo infreddolito.

Il commissario posò la scala nella buca e scese in basso, coprendosi il naso con il bavero della giacca. L’odore era insopportabile.

“Non sembra esserci terra qua sotto Mario!” urlò dal fondo il commissario, battendo con il piede sul basamento di marmo.

“Cosa vuole che ne sappia io che diavolo c’è là sotto!”

“E dai, non fare il difficile. Vedi di scendere a darmi una mano. Serve il tuo piccone e un piede di porco, anche una torcia se ce l’hai!”

Quattro colpi secchi e il marmo si spezzò. Una nuvola di polvere li nascose per un istante alla mia vista. Mario bestemmiò forte mentre sprofondavano ancora più in basso. Vidi la torcia accendersi, e il grido di Girolamo mi si piantò dentro come una freccia avvelenata.

Caddi sulle ginocchia e cominciai a piangere.

Era tutto finito.

Tornarono su dopo dieci minuti con un sacco di tela nero e un paio di scarpe da tennis ammuffite. Le scarpe dello zio.

“Avevi ragione Camilla. Maledetto l’inferno se ce l’avevi… perfino la mossa delle scarpe…è sempre stata laggiù. Brutto figlio di puttana…”

Mario era stravolto ma lucido: “deve averci lavorato la notte prima, usando la vecchia gru per rimuovere la base in marmo, e scavando un po’ di ore. Poi ha fissato i mattoni agli angoli della buca su cui il giorno appresso, di domenica, col cimitero chiuso, avrebbe posato lo stesso basamento, una volta sistematoci il corp…”

Girolamo lo interruppe guardandomi in viso: “un doppiofondo, nella tomba che sapeva di dover occupare di lì a poco. Andò più o meno così, come ha detto Mario. La distanza dalle case e il gran casino del carnevale impedirono a chiunque di sentire.”

Aveva gli occhi umidi il commissario, e tenendomi forte la spalla mi porse un biglietto ingiallito, quasi illeggibile:‹‹era accanto a lei.››

Io me ne sto andando.

Non posso lasciarti vivere da sola.

Perdonami bambina mia.

Il tuo adorato babbo

“Vedi se dentro questa sacca trovi altre risposte che cercavi, Camilla…”

C’era una scritta sopra: Camposanto comunale di…

Le scarpette di Alice mi si sgretolarono fra le mani. Girolamo le guardò: “tracce di tua cugina, come ti ho già detto, dal marciapiede in poi non furono mai rilevate. Chissà se le inventò qualcosa per fargliele togliere…Forse la coinvolse in una specie di gioco, oppure non la coinvolse affatto.”

La foto non era per niente sbiadita: Ornella piangeva e la vecchia agitava le mani. Mia cugina faceva le corna sulla testa della ragazzetta con la sinistra, mentre con la destra, si intuiva, premeva il clic della Polaroid, rivolta verso di sé. Tre faccioni stupendi, con sotto una frase scritta in bella grafia:

Oggi non ti frego bambole Camilla, ti regalo una foto.

Infine la macchinetta, quella cosa che teneva tra le mani un attimo prima di sparire dalla mia vista, quasi irriconoscibile nella sacca nera di tela fradicia.

 Fu allora che mi staccai di dosso il brandello, riconoscendolo alla perfezione, nascosto tra altri infiniti brandelli. Fu allora che il cerchio si chiuse e la storia ebbe davvero fine. Una volta per tutte.

Non la cosa che Alice teneva in mano un attimo prima di sparire per sempre. Non il pianto di Ornella o la voce della nonna. Neppure la donna papero o il carro di Lucifero con il bimbetto che strillava dall’alto.

Niente di tutto ciò. Gli occhi. Gli occhi di mio zio. Solo gli occhi dello zio Carlo che fissandomi poco più di un istante da sopra un intreccio fitto di visi, braccia e grida, mi strapparono via da Alice quel pomeriggio, e negli anni a venire. Gli stessi occhi che alla fine mi hanno riportata da lei. In un giorno di nuvole e vento che scuote dentro.

Continua

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