Il soldato Giovanni

Faccio un salto mortale all’indietro, scavalco a pie’ pari una guerra mondiale, due generazioni e più di un secolo di Storia: l’uomo di cui parlerò è il bisnonno per linea paterna. Giovanni si chiamava, esattamente come mio padre e mia zia, perché mio nonno volle per i figli quel nome che non aveva mai sentito usare per il suo di padre. Mi spiego. Nessun figlio si rivolge al genitore con il nome di battesimo, ma vigila con apprensione quando, per un motivo anche solo vagamente serio, è il mondo attorno a pronunciarlo. Non sappiamo quasi niente del primo Giovanni, tranne che se ne andò via improvvisamente a ventisei anni dalla sua casa che si affacciava su una delle colline ai limiti della valle del fiume Era in una mattina di quelle radiose giornate (…) del maggio 1915. Arruolato presso il distretto di Pisa nel 125° Reggimento Fanteria Territoriale dell’Esercito Regio, lasciò in pegno alla moglie Laura il bambino piccolissimo nato soltanto quattro mesi prima. Mi viene da pensare che in cuor suo nutrisse speranze di tornare da loro il più in fretta possibile, magari illuso dalla voce di qualche fervente cazzone interventista che aveva creduto davvero all’idea assurda della guerra lampo. Il 125° prese parte fin dalla metà di giugno alle primissime feroci battaglie dalle parti di Quota 383 sull’altura di Plava (oggi in terra slovena), contando già in quei giorni perdite ingenti (le cronache parlano di 18 ufficiali e 894 soldati in tutto). Il 27 del mese lo stesso reggimento, insieme al 126°, occupò nuove posizioni a ridosso del monte Kuk sulla dorsale a nord di Gorizia. Le schermaglie contro gli austroungarici continuarono estenuanti da luglio a settembre, senza che la strategia di quel beota di comandante che rispondeva al nome di Cadorna portasse a niente di buono. Al 25 di settembre i due reggimenti vennero posti temporaneamente a riposo nella zona di Craoretto. Eravamo nel mezzo della Terza battaglia dell’Isonzo. Il 125° vi avrebbe preso parte con molti dei suoi effettivi durante la fase finale, che si rivelò drammatica per entrambi gli schieramenti. Il 21 di ottobre terminò il ristoro delle truppe e i due reggimenti furono rispediti al fronte pronti ad una nuova avanzata contro le posizioni nemiche. Gli attacchi del 1° novembre avvennero simultaneamente in direzione di Globna e verso il villaggio di Zagora, ritenuto d’importanza strategica sulla via di Gorizia. La resistenza austriaca fu durissima. Nei primi due giorni del mese le perdite del 125° e 126° ammontarono a 23 ufficiali e 480 soldati.
Mi chiedo quale scorcio dell’infinito illuminò in quei frangenti lo spirito di un giovane uomo chiamato dalla sua collina distante a combattere una guerra come non si era mai vista prima nella storia del mondo; stretto tra avversari che gli stavano davanti, a poche decine di metri, lesti ad uccidere per non dover essere uccisi, e carnefici rintanati di spalle, nelle retrovie, che impartivano ordini buoni solo a gettare lui e quanta più carne umana possibile dentro la fornace, rinfocolando così, senza sosta, la brace che nutriva quell’inferno. In quale punto esatto dell’infinito, mi domando, sapremmo anche noi riconoscere la faccia di quel giovane uomo, e di quale anima vera, quella faccia, si fece portatrice? Potremmo inventarci una luce impazzita ai margini dell’universo che si riempe di quell’esistenza mancata. O più miseramente scorgerne le tracce da qualunque parte lui fu costretto a morire, esattamente come altri milioni di suoi simili: inzuppato di fango e sangue nel fondo lurido della sua trincea, o appena fuori di essa, sotto una pioggia di fuoco inesorabile lanciatagli contro dalle postazioni avverse. Non vorrei mai ci riducessimo a ritrovarne le sembianze soltanto nel dolore e nei cenni di follia tra chi visse all’ombra della sua assenza. Non ho nessuna risposta a riguardo di simili questioni, che il tempo e le sue distanze non riescono a seppellire come fece la terra con i corpi di quei giovanotti sparsi ovunque in una striscia neanche troppo immaginaria tra la Somme e Riga, passando per Caporetto e Salonicco.
Oggi mi trovo qua, chiuso nella mia quarantena, a leggere dall’Albo d’oro dei caduti della Grande Guerra le parole scarne sul soldato Giovanni Becherini, del Reggimento 125, figlio di Luigi, nato a Peccioli il 24 giugno nell’anno 1889, caduto il giorno 1 di novembre in seguito a ferite riportate durante i combattimenti nella zona di guerra del Medio Isonzo. Oggi mi imbatto in questo giovane uomo che fu il padre di mio nonno e ne escogito il ricordo non certo per strapparlo alla polvere e al giallo di pagine rilegate in un volume alto 10 milioni di morti. No. Sarebbe soltanto una triste e tarda commemorazione la mia. Me ne sto piegato sul mio tablet e scrivo di lui perchè scrivere in questi tempi di caos straordinario significa andarsene in cerca di nuovi interlocutori, nobili, fuori dal comune, che non facciano di ogni parola un suono inutile, ci diano in prestito silenzio vivo e scampoli della loro presenza. Lontano da ogni eccesso di verità.

Lo so, festeggiamo oggi la fine di un’altra guerra e la vittoria sui nazifascisti, che seguirono appresso di 30 anni esatti le vicende narrate. Vogliate perdonarmi la digressione.

Buona Festa di Liberazione a tutti quanti. Indistintamente.

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