Io, Bizio, Diego e Luis

Si chiama come il Ciro patriota giustiziato a Modena nel 1831 per cospirazione contro gli Asburgo. Il ct della nazionale Luis Cesar Menotti rinunciò però all’idea romantica di portar con sè ai mondiali (poi vinti in casa dall’Argentina al cospetto del dittatore Videla e del portiere peruviano Quiroga) l’adolescente che già era un talento straordinario, e che avrebbe irradiato di calcio e di genio il mondo intero a stretto giro di posta. Così io ebbi a scoprirlo solo nell’estate dell’anno seguente. Era un pomeriggio di un fine giugno afoso, la scuola chiusa e le strade del quartiere vuote. Davano la differita della partita che la notte precedente i campioni avevano giocato contro il resto del mondo: Passarella Ardiles Kempes da un lato, Rossi Platini Zico dall’altro, per intenderci. Non sapevamo il risultato io e Bizio. Comprammo solo un tubo gigante di patatine al mais e ci vedemmo la gara dal televisore Brionvega nel tinello di nostra nonna. Io e Bizio eravamo calciofili dentro, tifosissimi viola perché qualcosa o qualcuno ce lo aveva impresso a fuoco nei cromosomi. Nostro nonno guidava alla domenica sul padule e poi in autostrada fino all’Osmannoro. Di là dalla Fortezza e i viali infilava il cavalcavia che era già come stare stipati nel casino di Maratona, all’ombra della torre. Gli anni di mezzo del nostro Dieci illuminato e potente. Gli anni della Fiorentina di Alessio Tendi e Dino Pagliari. Il capocannoniere della squadra in quella stagione fu Ezio Sella. Otto gol. Nientepopodimenoché.
Luis Cesar Menotti dicevo. Era un tipo tosto e s’inventò qualcosa di burlesco per lasciare a casa il ragazzo prodigio. Dovette farci attendere poco però. Diego pianse a dirotto per l’esclusione e incazzato a bestia col suo ct si prese la Storia del calcio sulle spalle senza lasciarla andare più. In quel pomeriggio di un’estate del ’79 non lo avevamo ancora visto giocare, sapevamo appena chi fosse. Il suo nome era rimbalzato per caso dall’Argentina, certe immagini di quel ragazzo tarchiatello, dai palleggi improbabili e reti che si gonfiavano dopo un suo colpo sotto, erano apparse timide in qualche programma alla domenica sera. Insomma, non aveva ancora compiuto diciotto anni, non lo conoscevamo quasi, se ne annusava il talento per sentito dire, eppure io e Bizio, senza avere chiaro in testa questo pensiero, ce ne stavamo seduti nel tinello di nostra nonna ad aspettare di vederlo sullo schermo. Come fosse il terzo film di Trinità. Con le patatine e quel misto di ansia e gioia che non ci è concesso ad ogni occasione. Lo guardai correre sul prato prima del fischio. Era bellissimo già quando si scaldava. Non gli passavano il pallone e lui andò a strapparlo dalle gambe di uno che poteva essere Manfred Kaltz o Ruud Krol. Gli correva sopra, leggero, al Tango, e lo trattava con il rispetto e la cura che si usa a un neonato. Ballava, scartava, spariva e riappariva. Poi fece gol. Il suo gol. Dentro l’area, spostato a destra, controllo e calcio di sinistro a rientrare nel sette opposto. Leao si levò in aria con le braccia e le reni senza neanche sfiorare la palla. Saltai dalla sedia come un pazzo ed esultai girando intorno al tavolo non so quante volte. Ecco che il calcio s’inventò d’improvviso un modo nuovo e inusitato di rivelarsi al mondo. Differente da prima. Fosse stato anche per l’attimo che si consuma in un colpo sotto a rientrare nella porta avversaria di uno che si chiamava Maradona. Io e Bizio scendemmo in strada alla fine e facemmo la nostra partita con gli altri, e i mattoni a segnare le porte. Ero bravo a recitare la mia parte. Giocai con in testa la maglia biancoceleste quella sera in piazzetta. E per la prima volta da quando ero nato, il 10 sulle spalle, pensate un po’, non fu quello di Giancarlo Antognoni.

Ciao Diego e grazie di tutto.

Il quarto numero

Squilla il telefono sul mio tavolo. Una signora mi chiede se può venire da un comune non troppo distante per comprare il bue e l’asinello, e le luci colorate dell’albero di Natale. Ascolto rispettoso la signora che parla, ed è come rispondere disperati alle domande del prof senza neanche avere aperto il libro, perchè “tanto lo sai (col cazzo!) che non t’interroga”. Possiamo venderli o no il bue e l’asinello? Chi stabilisce il loro grado di necessità per la signora in questione?

Finirà questo tempo. E saremo di nuovo tutti in strada. A mischiare i fiati e respirarci addosso. E quando ci ammaleremo, alla fine, non sarà nulla che non potrà esser curato con due pastiglie di Tachipirina 500. Mi chiedo ‘cosa fare’ intanto, di queste ore scarne, e di questi giorni monchi trascorsi al lavoro. Di un lavoro neppure a metà. Mi chiedo poi ‘come fare’, a parte saltare passaggi da sempre necessari, tirar dritto alla riga finale del compito assegnatomi, e abusare oltre il lecito di una riflessione ridotta a poco più di un calcolo binario. Navigo a vista come il timoniere del Titanic. Le istruzioni ricevute diventano muffa prima ancora di averle elaborate anche solo un minimo. Mi sforzo di portare a casa la giornata senza lasciare indietro nulla. Nel frattempo sto imparando il mestiere nuovo di centralinista, in attesa di diventare presto van driver. Va bene così. Va bene tutto per combattere la speranza che si sgonfia e il nemico mostro di Amazon ad ogni ora più cattivo. Sono fortunato penso, non ho troppe questioni in sospeso con la banca e la rata della macchina mi pare ancora sostenibile. Ho messo da parte qualche barattolo di nutella per il pantagruele in cui si trasforma mia figlia all’ora di merenda. Ho messo da parte nutella in barattolo e qualche fetta biscottata Buitoni. In cuor mio, lo ammetto, sto già facendo un pensiero ai Tre mulini. Ho appena detto che rispondo ai clienti che chiedono informazioni al telefono. Non sapevo quanta disperazione ci fosse in giro, alimentata da notizie, dati, percentuali, opinioni di esperti che mi paiono voler ridurre la scienza ad una volgare rincorsa del dire, ad un rilancio continuo senza posa e controllo, costi quel costi. La scienza non è certezza in nessun caso perdio, non lo è mai stata, ma neppure sgretolamento precoce e costante di ogni fondato sapere pregresso. Peggio ancora, la scienza non può incarnare mai produzione eccessiva di sapienza quando ancora quella sapienza non si è data. Mi chiedo ‘cosa fare’, al di là del mio ritorno di fiamma per Max Stirner. Riprendo a guardare il terminale e provo a chiudere un ordine di stufe a combustione elettronica mentre ripenso al bue e l’asinello che in fin dei conti altro non sono che la trasfigurazione sacra dell’eterno, identico bisogno a cui rispondono adesso le mie stufe. Suona ancora il telefono: “Mi chiamo Gino, come il corridore…”, dice, “…ho 92 anni, una tosse forte e due linee di febbre. Ough…”, butta fuori un mostro dai polmoni, fa un respiro lungo e continua, “…vorrei sapere se posso uscire per una passeggiata intorno alla mia casa e prendere aria…”

“Mi scusi, qui è il faidate, forse ha sbagliato numero…”

“Non ho sbagliato numero perlamiseria, lo so che è il faidate, esattamente il quarto della mia rubrica. Vi chiamerò tutti quanti finché non troverò qualcuno che mi stia ad ascoltare. A che serve sennò il telefono, soprattutto di questi tempi? A che serve? Me lo dica lei.”

Non potrei mai fermare il suo sfogo.

“Dopo Aniciuti, il dottore di famiglia, che mi ha detto che non può rispondermi adesso, ho chiamato Berto, mio figlio: fanculo lui e la sua segreteria. Poi Caterina…”

Colgo un lamento strozzato.

“Caterina è mia moglie. Mi sono ricordato al secondo tuuuu che non può rispondermi lei. Non più.”

Il quarto numero è il mio numero. Lettera F, di Firenze, faidate, fanculo al figlio Berto. Il primo della sua rubrica pronto ad ascoltarlo. Il vecchio è ancora lì, in attesa, non arretra, pretende una risposta, da me, ora.

Finirà questo tempo, ed io sarò ancora qua al telefono con Gino, ad immaginare, sciocco, qualunque argomento buono per tutti quelli che, come lui, mi faranno domande improbabili solo perché ancora non avranno voluto arrendersi di fronte a un numero che non risponde, ad una voce che non si fa sentire, alla loro angoscia che diventa ultima e irrimediabile urgenza.

Rocky Raccoon

X Factor è il Sanremo che non mi sono quasi mai concesso per averci creduto poco o niente. X Factor è una stronzata di show, ma anche l’ultima occasione rimasta per noi tre in famiglia di usare la tv con le giuste dosi di complicità e trasporto. Da quando abbiamo chiuso con i Teletubbies e Winnie The Pooh intendo. Guardo ogni anno X Factor perché è la mia frontiera americana: provo disperatamente a restare attaccato alla musica popolare per il tramite delle sembianze informi che assume in questo secolo oramai inoltrato, disintossicandomi per una sera dai vezzi e dai luoghi che ho alle spalle. Mostro una contenuta soddisfazione di fronte al trappista che lascia in pace il mio ventre basso e salto sul divano quando la giovane di turno (mi paiono una spanna avanti le ragazze in queste competizioni) usa gesti ed accenti insoliti fino a trascinarmi con sé nell’arte del travestire un vecchio motivo di uno stile nuovo e imprevisto (i luoghi che ho di spalle non mi lasciano in pace mai). Discutiamo animati noi tre allora, ed elargiamo giudizi ultimi. Emettiamo sentenze, pronunciandone all’occorrenza dure condanne. Si può fare, lì, dinanzi allo schermo, immersi nell’intimità profonda del nostro show. Non siamo d’accordo sempre. Alle volte i gusti in gioco neanche si sfiorano, poi tutt’ad un tratto (il coro, mi verrebbe da dire) un cenno di voce strappata dal dentro di una canzone sconosciuta ci riallinea su un’onda che cavalchiamo come quei surfisti che lo fanno in punta di tavola, incollati alla cresta più alta, pronti per esser travolti alla spicciolata da un’esplosione di schiuma improvvisa. Guardo X Factor perché ci fa muovere l’uno nella direzione dell’altro senza che ce ne accorgiamo. Fuori da qualunque necessità solenne o urgenza di sorta. Guardiamo X Factor perché ci piace parlargli addosso. Ognuno di noi con un’idea, e il tono giusto a tenerla in piedi. C’era una ragazza giovanissima l’altra sera che si è presentata con una folk a tracolla dicendo di cantare un pezzo dei Beatles di cui non ho capito il titolo. Camilla mi ha guardato sorridendo. Io le ho chiesto della ragazza in tv e della sua canzone. “È un brano dei Beatles, hai sentito?”. Qualcuno ha ripetuto il titolo e la ragazza ha iniziato a cantare. “Questa non è una loro canzone…”, ho sussurrato. Gli occhi di Camilla si sono riempiti di paura e sgomento. Non la ricordavo, non ricordavo neppure di averla mai ascoltata. Il titolo mi era sconosciuto. Agnelli e Mika la canticchiavano tenendo dietro alle parole della ragazza. Ho provato un senso di vertigine. Un vuoto dentro, smarrimento e angoscia. Per un secondo o due ho perfino creduto di essere morto. Ho cercato il telefono, e sul telefono Google, e dentro Google, Wikipedia. Ho preso un respiro prima che le mie residue certezze crollassero definitivamente ed io con loro. Rocky Raccoon ho letto, Album Bianco, millenovecentosessantotto, scritta, pensate un po’, dal duo Lennon-Mc Cartney. Ho infilato le cuffie e ho ascoltato la versione originale da You Tube. Ho guardato a lungo riflesso nella camera del telefono il mio naso per capire se davvero avesse cominciato a pendermi, e da quale parte. Ho continuato a stropicciarmi il naso senza più sentire voci e canzoni intorno a me. Mi sono steso sul letto alla fine e ho trattenuto a fatica il pianto. Il resto della nottata è stato un lento e doloroso risalire in superficie. In tutta sincerità, debbo dirvi che non è ancora finita: il tizio che mi porto appresso si chiama Vitangelo Moscarda; torna a trovarmi quando ne ha voglia, fa melina. In attesa dei Bootcamp prossimi venturi.

Dipendenza

Ideazione e foto di Leonardo Lisi

Testi di Alberto Becherini

Model: Andrea Vangelisti

vizio

Crepe di sabbia e carcasse di legna si fondono, e sulla riva non c’è più mare. Solo una bottiglia vuota e un ago. Tutto di me. Non ho più sangue in circolo, basto a un nervo che s’inerpica e mi muove a comando. L’aria è azzurra e la respiro ancora. Tira vento dentro, e un aeroplano dal monte cola a picco senza avvisarmi. Nuove crepe si aprono e fende il silenzio, a ritmo di voce e fiato, una mescola di accordi e dittonghi. Sulla riva aspetto che torni il sereno, aspetto tutto quello che è mio da sempre. A che serve l’attesa? Non lo so più. Il mare rincula e l’affanno si fa schiuma di amaro terrore.

schiavitù

La terra è ampia, si apre a ventaglio una ferita che l’attraversa. Il cane abbaia al nulla, caccia i pochi insetti rimasti e anche lui si prepara a morire. Occupo io la sua cuccia che mi para dal sole e dalla pioggia. E tengo stretta ai polsi la catena. Le mani si piegano a perpendicolo, a implorare un sorso di qualunque cosa sia buona a bruciarmi stomaco e gola. Cosa sto facendo, mi chiedi? Niente più che scontare la mia pena. Ti rammento che il giudice prese posto al suo scranno con un aquilone al posto delle sopracciglia, ordinando al mondo intero che si accalcava dentro l’aula di alzarsi in piedi e rendere gli onori a quella stessa corte. Lesse la sentenza, prese sottobraccio il cancelliere e insieme se ne andarono ballando un valzer triste, come due artisti di strada.
“Dichiaro colpevole Cugo…” ha scritto il giudice nella sentenza, “…per aver mischiato alcol e droga in abbondanza da affogarci dentro la sua anima. Ma l’anima di Cugo non si è mai ribellata a questo scempio, dunque condanno entrambi al massimo della pena. L’uomo sarà destinato al patibolo domani mattina stesso, e prego il boia di predisporre gli utili strumenti a riguardo. L’anima dell’uomo venga messa in catene di fronte la sua stessa casa a reclamare libertà nei tempi dell’eterno che verranno.”

alcol

Farò di tutto. Per primo salirò le scale e prenderò a martellate il tetto spiovente che invade abusivo il cielo. Costruirò un veliero di fiammiferi e piccoli stecchi di pino alpestre rubati alla montagna. Spianerò la trincea poi, e taglierò il filo senza attendere qualcuno che mi riempia il petto della sua artiglieria. Tornerò a meravigliarmi indossando scarpe eleganti per la tua festa. Suonerò i notturni e di notte accarezzerò ancora il suo culo a forma di luna. Ti presterò alla fine il mio martello così che mi risparmierai gli ultimi sforzi. Non saprò più niente di me e tu dovrai frenarmi dal colpire anche questo cielo stretto. Passerà il tempo della morte e farò di tutto. Lascia che io vada adesso. A svernare da solo sul limite dell’orrido.

eroina

È il momento della tregua. Dell’abbandono. Sono qui, in attesa di una crisi che non tarderà. Guardo quello che resta di me, fuori. Perché il dentro ha già consumato il suo intero e non mi è dato sapere più nulla di lui. Il dentro ha divorato se stesso facendo a pezzi il ricordo e lasciando strascichi di sogno. Accenno un respiro, quanto basta a velare il mio viso riflesso in bozza sullo specchio. Curvo gli occhi al fianco dove non c’è opaco a inibire la mia vista. Gli occhi sono la memoria del presente. Cos’è rimasto dunque fuori, di me, a sostenere gli ultimi residui di sangue rappreso a baccanale? Pantaloni di stoffa e carne dura senza traccia di ferite. E uno scavo di gomito lavorato da un ago come fosse lo scalpello impazzito che non obbedisce più alla mano dell’artista.

vicolo

“Vado al lavoro, ci vediamo stasera. Ti aspetta una tazza di latte da scaldare, con dei biscotti, sul ripiano vicino al frigo”. La donna non era più tanto giovane, seppure carica di una tenacia ammirevole per quel suo modo di restare abbarbicata ad una cristallina bellezza che le apparteneva da sempre. Il ragazzo non era sicuro di aver sentito bene le ultime parole di lei prima che uscisse di casa tirandosi dietro la porta: “Vedi che ti ho lasciato anche la pistola sopra al tavolo, accanto alla siringa e alla tua dose quotidiana”. Lui si alzò dal letto cantando una canzone. Ma non ricorda se fosse davvero una canzone o piuttosto una sorta di preghiera lagnosa. Si vestì in fretta, tirò su il cappuccio della felpa e andò in giro a cercare quello di cui aveva bisogno. Alla fine del giorno le sue mani non hanno presa. Alla fine del giorno anche la forza delle gambe non basta più a tenerlo in piedi. Il vicolo accoglie il ragazzo a sera, prima del rientro, lasciando che l’odore della carne e quello del mondo tornino a confondersi di tutta la loro zozzeria. Farà così lui, ogni sera dentro al vicolo, fino a quando ci sarà aria da succhiare al mondo e al buco del suo culo schifoso.

anime vuote

Quando finisce il tormento ecco che siamo pronti al ballo in maschera. Guardami nella foto. Usa gli occhi che porti sulle spalle, incavati nelle orbite che eseguono gli ordini del tuo pensiero sciocco. Lascia indietro il pensiero, fosse anche solo per una volta. Guardami e riconosci chi, dietro questi volti, tu da sempre conosci. Non ti è possibile dici? Eppure sono io. Quello che ti ha rapito al rumore sordo della tua vita inerme, distrutto il paradiso terrestre che era il tuo armamentario, e scarnificato perfino il terrore che avevi di te. Che ti ha rubato tutto tranne la morte, l’ultimo bene che ci è rimasto indisponibile. Guardami senza vergogna e guardami in mezzo a costoro, ché finirà presto anche questo giro di valzer tra maschere sedute.

il saluto

Spinsi sul gas quando la donna mi disse di lui. Non stava male e basta, stavolta la situazione era seria. Accelerai ancora di più perché colsi tra le pause la speranza mancata. La parola fine nel suo tono di voce. La stessa voce che sapeva già tutto e rinviava ad una verità che non avrebbe mai voluto svelarsi al telefono. Mi abbracciò sulla porta di casa lei: “L’ho sentito ieri sera e non ho avuto una buona sensazione. Sono venuta a controllare come se la stesse passando. Sapevo dei giorni duri che…”, si asciugò gli occhi e smise di parlare. Entrai levando lo sguardo al soffitto, l’aria era irrespirabile e l’odore forte di whisky mi bucò la gola. Si tirò indietro i capelli scuri e ricominciò: “Non ho ancora chiamato nessuno. Volevo che tu lo vedessi prima. Ha una lettera con sé, non ho avuto il coraggio di sfilarla dalla sua mano e leggerla.” Non l’ascoltavo più. Lo cercai in tutte le stanze. Alla fine lei che mi seguiva ad ogni passo guardò verso la scala a chiocciola. C’era un bugigattolo lassù, con un water e un lavandino. Stava seduto mezzo storto appoggiato al muro e teneva stretto un pezzo di carta scritto fitto con una biro nera in una grafia che si faceva più incerta ad ogni frase fino a diventare quasi illeggibile. La penna era in terra alla sua destra vicino alla bottiglia vuota. Puzzava come puzzano gli ubriachi. Gli carezzai la testa fredda e lo guardai in viso l’ultima volta, sperando che anche lui mi vedesse. Da qualsiasi luogo. Ovunque avesse deciso di cacciarsi per sempre. Gli sfilai di mano il foglio e cominciai a leggere.
“Nella vita ho fatto di tutto sulla tazza del gabinetto: costruito fionde, imparato il barrè e il do it yourself (che non c’entra col bricolage), ripetuto la Controriforma, provato a capire la filosofia del diritto hegeliana, fumato Gitanes, guardato la Domenica Sportiva, ascoltato in cuffia il III e il IV degli Zeppelin, mandato a mente la 2^ e la 3^ declinazione, Alla sera del Foscolo e Eskimo di Guccini; ho tagliato le unghie dei piedi, medicato le ferite, mi sono isolato dal resto del mondo e da qui ho ricominciato. Ho giocato a soldatini seduto sul cesso, immaginato un assedio, letto qualche dozzina di Gialli Mondadori, sostituito il Mi basso e il cantino alla Ibanez acustica; ho cambiato voce e pure qualche idea, vomitato di tutto, perso le speranze e compiuto gli anni. C’ho cagato sul cesso anche. Poi l’ho abbandonato alla ricerca di altri lidi e margini di terra. Non ci puoi stare in due (o più) seduto sul cesso. Non ce la fa ad accoglierci in troppi. Ad un certo momento della vita c’è bisogno di spazi più ampi che taglino l’orizzonte e ne mettano via una parte, in vista delle nostre sconfitte future. In due poi non serve un cesso, semmai un viale da camminarci dentro, una lenza che impugniamo ai capi opposti, una striscia finissima di letto da riempire con tutti gli affanni del caso. Sono tornato alla fine, perché questo è il posto migliore per stare da soli, io che da un pezzo non so più come si faccia a rimanere da soli con noi stessi. Sono tornato a sedere sul cesso e mi sono portato una bottiglia a farmi compagnia. Oggi ho scolato un bel po’ di questo whisky scadente seduto sulla mia tazza. Bevo whisky perché è l’arma migliore di noi cavalieri senza più mulini a vento. Bevo whisky da quanto faccio schifo al mio ronzino. Bevo whisky per non guardare in faccia il mondo che vuole fottermi. Mi addormento adesso, non so per quanto tempo. Scivolo indietro fino a appoggiarmi contro il pulsante del serbatoio d’acqua incassato nel muro. Il rumore di una cascata e schizzi d’acqua sulle chiappe mi sveglieranno da questo sonno che mi prende dal basso. Non vedo più il foglio. Ti saluto fratello. Non stare in pen”.
Aprii la finestra in alto, troppo piccola anche solo per immaginare terra abbondante e orizzonti che avanzino alle nostre sconfitte, come aveva scritto lui. Non toccai niente, e rimasi al suo fianco finché non crollai. Finché sentii che per una volta il suo cesso potesse accoglierci tutti e due. Rilessi quelle righe tre, quattro volte seduto per terra con le gambe che sfioravano il suo braccio teso nella mia direzione, piegai il foglio ed alzandomi lo riposi nella tasca dietro i pantaloni. Me ne andai guardando la sua foto di giovane difensore, appesa al muro del corridoio che portava nel cucinotto. Era in gamba a marcare l’avversario. “Il segreto è l’anticipo” mi disse una volta. Abbandonò il calcio che aveva già troppo alcol in circolo. Il segreto è l’anticipo. Sono sicuro: aveva dovuto confessarlo anche alla morte un attimo prima di andarsene seduto sul suo cesso.

Il soldato Giovanni

Faccio un salto mortale all’indietro, scavalco a pie’ pari una guerra mondiale, due generazioni e più di un secolo di Storia: l’uomo di cui parlerò è il bisnonno per linea paterna. Giovanni si chiamava, esattamente come mio padre e mia zia, perché mio nonno volle per i figli quel nome che non aveva mai sentito usare per il suo di padre. Mi spiego. Nessun figlio si rivolge al genitore con il nome di battesimo, ma vigila con apprensione quando, per un motivo anche solo vagamente serio, è il mondo attorno a pronunciarlo. Non sappiamo quasi niente del primo Giovanni, tranne che se ne andò via improvvisamente a ventisei anni dalla sua casa che si affacciava su una delle colline ai limiti della valle del fiume Era in una mattina di quelle radiose giornate (…) del maggio 1915. Arruolato presso il distretto di Pisa nel 125° Reggimento Fanteria Territoriale dell’Esercito Regio, lasciò in pegno alla moglie Laura il bambino piccolissimo nato soltanto quattro mesi prima. Mi viene da pensare che in cuor suo nutrisse speranze di tornare da loro il più in fretta possibile, magari illuso dalla voce di qualche fervente cazzone interventista che aveva creduto davvero all’idea assurda della guerra lampo. Il 125° prese parte fin dalla metà di giugno alle primissime feroci battaglie dalle parti di Quota 383 sull’altura di Plava (oggi in terra slovena), contando già in quei giorni perdite ingenti (le cronache parlano di 18 ufficiali e 894 soldati in tutto). Il 27 del mese lo stesso reggimento, insieme al 126°, occupò nuove posizioni a ridosso del monte Kuk sulla dorsale a nord di Gorizia. Le schermaglie contro gli austroungarici continuarono estenuanti da luglio a settembre, senza che la strategia di quel beota di comandante che rispondeva al nome di Cadorna portasse a niente di buono. Al 25 di settembre i due reggimenti vennero posti temporaneamente a riposo nella zona di Craoretto. Eravamo nel mezzo della Terza battaglia dell’Isonzo. Il 125° vi avrebbe preso parte con molti dei suoi effettivi durante la fase finale, che si rivelò drammatica per entrambi gli schieramenti. Il 21 di ottobre terminò il ristoro delle truppe e i due reggimenti furono rispediti al fronte pronti ad una nuova avanzata contro le posizioni nemiche. Gli attacchi del 1° novembre avvennero simultaneamente in direzione di Globna e verso il villaggio di Zagora, ritenuto d’importanza strategica sulla via di Gorizia. La resistenza austriaca fu durissima. Nei primi due giorni del mese le perdite del 125° e 126° ammontarono a 23 ufficiali e 480 soldati.
Mi chiedo quale scorcio dell’infinito illuminò in quei frangenti lo spirito di un giovane uomo chiamato dalla sua collina distante a combattere una guerra come non si era mai vista prima nella storia del mondo; stretto tra avversari che gli stavano davanti, a poche decine di metri, lesti ad uccidere per non dover essere uccisi, e carnefici rintanati di spalle, nelle retrovie, che impartivano ordini buoni solo a gettare lui e quanta più carne umana possibile dentro la fornace, rinfocolando così, senza sosta, la brace che nutriva quell’inferno. In quale punto esatto dell’infinito, mi domando, sapremmo anche noi riconoscere la faccia di quel giovane uomo, e di quale anima vera, quella faccia, si fece portatrice? Potremmo inventarci una luce impazzita ai margini dell’universo che si riempe di quell’esistenza mancata. O più miseramente scorgerne le tracce da qualunque parte lui fu costretto a morire, esattamente come altri milioni di suoi simili: inzuppato di fango e sangue nel fondo lurido della sua trincea, o appena fuori di essa, sotto una pioggia di fuoco inesorabile lanciatagli contro dalle postazioni avverse. Non vorrei mai ci riducessimo a ritrovarne le sembianze soltanto nel dolore e nei cenni di follia tra chi visse all’ombra della sua assenza. Non ho nessuna risposta a riguardo di simili questioni, che il tempo e le sue distanze non riescono a seppellire come fece la terra con i corpi di quei giovanotti sparsi ovunque in una striscia neanche troppo immaginaria tra la Somme e Riga, passando per Caporetto e Salonicco.
Oggi mi trovo qua, chiuso nella mia quarantena, a leggere dall’Albo d’oro dei caduti della Grande Guerra le parole scarne sul soldato Giovanni Becherini, del Reggimento 125, figlio di Luigi, nato a Peccioli il 24 giugno nell’anno 1889, caduto il giorno 1 di novembre in seguito a ferite riportate durante i combattimenti nella zona di guerra del Medio Isonzo. Oggi mi imbatto in questo giovane uomo che fu il padre di mio nonno e ne escogito il ricordo non certo per strapparlo alla polvere e al giallo di pagine rilegate in un volume alto 10 milioni di morti. No. Sarebbe soltanto una triste e tarda commemorazione la mia. Me ne sto piegato sul mio tablet e scrivo di lui perchè scrivere in questi tempi di caos straordinario significa andarsene in cerca di nuovi interlocutori, nobili, fuori dal comune, che non facciano di ogni parola un suono inutile, ci diano in prestito silenzio vivo e scampoli della loro presenza. Lontano da ogni eccesso di verità.

Lo so, festeggiamo oggi la fine di un’altra guerra e la vittoria sui nazifascisti, che seguirono appresso di 30 anni esatti le vicende narrate. Vogliate perdonarmi la digressione.

Buona Festa di Liberazione a tutti quanti. Indistintamente.

Le favole di Rubber Soul

ogni libro di storie che si rispetti è un “inganno”. Sta a noi non affrontarlo con la guardia alta. Sta a noi non opporte resistenze e lasciare che le parole facciano il loro corso. Le buone storie, dopo averle lette, ci lasciano addosso il minimo indispensabile, ma di una robustezza disarmante. Non so se Le favole di Rubber Soul appartengano o meno alle buone storie, ma in netta contrapposizione a quanto ho finora affermato, e lo dico con il sorriso, non lasciatevi ingannare da loro, almeno su una cosa: i Beatles, questi sconosciuti, sono soltanto un pretesto. Adorabile finché vogliamo, finché volete, ma sempre e solo un pretesto; un gancio utile a farci restare in qualche modo appesi ad un’idea grandiosa di noi e del mondo. E di tutto quello che sta in mezzo tra noi e il mondo.

Le favole di Rubber Soul (e dei suoi immaginari dintorni)

Alcol e libri

Ho dato una ripulita al soggiorno. Non è proprio così. Ho solo tolto uno strato spesso di polvere ai nostri libri, e molti di loro, specie quelli all’ultimo piano delle mensole che tagliano in lungo le pareti, li ho maneggiati a fondo con fogli di Scottex bagnati di alcol. Uso sempre l’alcol quando lucido certi oggetti che mi stanno a cuore. Uso alcol sulla tastiera della chitarra allorché s’impigrisce e comincia a respingere più stizzita del solito le mie dita impacciate. Uso alcol con gli ultimi cd superstiti che ancora resistono eroici alla loro inutilità e al tempo che trascorre feroce. Uso alcol anche con i tasti e lo schermo del notebook per meglio mettere a fuoco i vecchi video su You Tube e le cazzate che scrivo. E poi lo uso, di quello buono, all’occorrenza, per sciacquarmi palato e stomaco e godere di un piacere che mi dicono avere poco o niente di sano. Ho impiegato un giorno intero, nove ore di lavoro, olio di gomito in abbondanza, rinunciando perfino al pranzo, per passare al setaccio ogni centimetro ed angolo di libreria. L’ho svuotata metro su metro e una volta strofinato tutti i ripiani ho fatto lo stesso con le costole e il bordopagina di ogni singolo esemplare. Ho lanciato uno sguardo rapido al titolo e all’autore di ciascuno. Ho scorto tracce nitide della nostra vita, lì a ricordarmi, nero su bianco, che quella vita c’è stata davvero; abbiamo trovato sempre una stagione nuova per attraversarla insieme io e lei, tenendo dietro ad idee distanti nell’approccio alle cose del mondo; ne siamo stati invece attraversati, in certi altri momenti duri, dalla vita, aggrappandoci ai nostri pensieri che si riempivano di una reciprocità profonda, figli in qualche modo delle stesse parole impresse su tutta quella carta. Non farò in tempo a leggere quello che ancora mi rimane da leggere tra le mensole del nostro soggiorno. Neppure se smettessi di acquistare per sempre nuovi libri. A tal proposito l’occasione mi è servita per fare un po’ di spazio. Ho riempito una scatola di vecchi Ludlum e Lee Child che ho consumato come faccio con le insalate Rio Mare e i fagioli in scatola Coop. Ho sbirciato tra i testi universitari di mia moglie senza trovare niente – grazie a dio – che assomigliasse al martelletto da roccia che Andy Drufesne nascose nel cavo della sua bibbia. Poi mi sono stupito. Di E.t.a. Hofmann di cui ignoro i racconti. Di Nikolaj Gogol e delle sue anime morte che non dovrò più preoccuparmi di comperare una buona volta. Degli scritti di Leonardo Sciascia che, sparsi a pioggia sui ripiani, paiono vigilare su tutto il resto. Mi sono seduto alla fine stanco e impolverato sopra al divano che dividiamo in famiglia alla sera quasi senza accorgercene. Il miracolo vero, ho pensato, è sfuggire di continuo alla tragedia che tocca in sorte a miliardi di uomini e donne della nostra stessa Terra: “un abitare magro, magro, che non diventa casa” (Giamaria Testa).

Le finestre delle case di Amsterdam

Lessi stralci del Diario alle elementari senza che mi rimanesse addosso niente. Poi sono trascorsi quaranta anni e sono volato ad Amsterdam. Una città che forse un giorno eleggeranno a capitale del mondo. Sono andato con mia moglie e due amici carissimi. Fosse per me passerei le vacanze nelle mura di Fuori del Ponte a mangiar pizza al solito posto, tra via Veneto e via Fiorentina. Ogni volta mia moglie mi trascina con lei fuori di casa e quando torniamo sento aria fresca nei polmoni per mesi, e mi nutro di quell’ossigeno fino a che si esaurisce e piano divento di nuovo pigro d’animo. Non mi preparo mai ad un viaggio. Non sfoglio guide in anticipo e non mi informo sui possibili itinerari da seguire. Ve l’ho detto, sono pigro e non guarirò presto. Oltre al biglietto di Ryan Air, alcuni giorni prima di partire ho però comprato e riletto il Diario e un po’ di cose intorno alla sua storia. Amsterdam è una città (di un’Europa nordica e ricca) che ha un modo tutto suo di tirarsela senza che tu te ne accorga troppo. La vita costa assai, eppure accoglie tutti, e di tutto. Ci sono i poveri ad Amsterdam che camminano a fianco degli uomini d’affari. Mi è parso che i poveri non avessero intenzione di chiedere nulla agli uomini d’affari e poco avessero loro da invidiare. I colletti bianchi d’altra parte camminano ai loro uffici curvi sui telefoni e nascondono ad arte la puzza sotto il naso. Ispanici e americani, indiani, orientali e giovani ragazze bergamasche che non sono più tornate dal loro giro (e ora gestiscono un coffee shop nei pressi di Piazza Dam) popolano, mimetizzandosi tra loro, il centro città. Amsterdam è un ordito di strade vecchie e canali, di facce stanche e sguardi impenitenti, le architetture imperfette e le case storte appese a un filo invisibile sopra il saliscendi dei selciati. Le luci accese dentro alle stanze che si affacciano sui viali e nessuno che abbia voglia di tirare una tenda a proteggere o nascondere. Non c’è soluzione tra il giorno e la notte, il via vai nei quartieri del centro non s’interrompe e trovi sempre uno slargo a ridosso di una spalletta che ti invita a sederti per una birra che val la pena sorseggiare piano; c’è anche un tizio che ti guarda timido sulla porta di ogni coffee shop e poi si sposta lasciandoti il passo se hai abbastanza rughe sulla faccia. Ci sono le donne in vetrina che ti ammiccano ma dopo un po’ non riesci più a farci caso; trasgredire è camminare piano, voltarsi se qualcuno ti chiama, nuotare e respirare sott’acqua quando i più rimangono a galla fino a notte fonda. Abbiamo corso quattro giorni in bici perché la bici laggiù ti porta davvero ovunque. Dalla Chiesa Vecchia al mercato di Waterloo; poi Westpark e il vecchio birrificio Heineken; abbiamo fatto visita a Van Gogh, Vermeer e Rembrandt, e di sera al Melkweg. Ho pedalato come neanche da bambino e non ho mai staccato gli occhi dalle case sui canali. Avrei voluto comprarmi una di quelle case eleganti oppure un barcone attraccato alle sponde con il giardino di tulipani a poppa e un letto soppalcato a prua. Voglio comprare sempre un sacco di cose io. Prinsengracht si trova ad ovest rispetto al centro cittadino. Siamo arrivati là di pomeriggio, abbiamo parcheggiato le bici di fronte alla chiesa e affrontato a muso duro il serpentone che portava all’ingresso del 263, l’alloggio dove Anna Frank, la sua famiglia e le altre quattro persone rimasero nascoste dai nazisti per oltre due anni, vivendo al buio e nel silenzio fino al 4 agosto del ’44, giorno in cui vennero scovate ed arrestate. Anna e la sorella Margot moriranno di tifo nel campo di Bergen Belsen agli inizi del ’45. Moriranno tutti gli inquilini dell’alloggio segreto, tranne Otto Frank, il padre di Anna, uno dei 7650 superstiti che i russi liberarono ad Auschwitz il 27 gennaio del ’45. Sarà lui a pubblicare qualche anno dopo la prima edizione del Diario. Siamo entrati dal passaggio nascosto dietro lo scaffale di libri e abbiamo attraversato il silenzio e il buio delle stanze nude. C’è stato un momento esatto, di fronte alla finestra del soggiorno coperta dalla stessa pellicola oscura che un tempo impediva agli abitanti di vedere il mondo fuori ad ogni ora del giorno e della sera, c’è stato un momento in cui mi ha preso un’emozione violenta, al limite del dolore. Il senso di una prigionia atroce, che non servì a salvare nessuno, ancora oggi impregna le stanze della casa, ed a un certo punto lo respiri come fosse una prima mano di vernice appena passata su quei muri; il senso opprimente di una clandestinità drammatica, sovrumana, lo stesso che Anna ci ha trasmesso dalle sue pagine. Tutto qui. Nient’altro. Ho scoperto in quell’attimo di stare in uno dei luoghi della Terra dove l’uomo ha commesso il più grande crimine verso se stesso, sempreché la bestia nazista possa essere considerata un nostro simile. Siamo tornati ai canali poi, sulle nostre bici, ed abbiamo pedalato fin quasi all’imbrunire lungo le vie fiancheggiate dalle stesse case costruite senza filo a piombo. Ho scorto un ragazzo che giocava alla Play Station dentro una grande sala illuminata a giorno ed ho provato ad immaginare perché la gente di Amsterdam non voglia più saperne di tende che si chiudono impedendole di guardare il mondo di là dalle finestre ad ogni ora del giorno e della sera.

A Walter Bonatti

Se sapessi scriver canzoni ne dedicherei una a Walter Bonatti. Il più grande di tutti. Se davvero sapessi scriverne di belle, lo farei adesso e canterei la mia canzone come neanche De Gregori cantò per Bufalo Bill. Fu un uomo al limite, che non conobbe sconfitta perché perdere significava morire, e Bonatti ebbe in dono risorse che lo costrinsero a tenere a bada tutto e tutti, perfino la morte. Lo sapeva bene lui. E lo seppero le sue montagne. O meglio, gli spunzoni in granito che di quelle montagne si levano ancora oggi concavi al cielo, inattaccabili per chiunque. La battaglia madre che più di ogni altra lo indusse a ostili prove di resistenza e tenacia fu quella che combatté per una vita intera contro i bugiardi del K2. Gli servì forgiarsi di rinnovata scorza e tempra di maniaco, per fare a pezzi, una ad una, le fandonie di Ardito Desio e dei suoi compari. Un merdoso piantagrane fu Bonatti, perché difese la sua onorabilità fino allo stremo, senza indietreggiare di fronte a nulla; non volle arrendersi alla squalifica ignobile dell’altro, che occorre prima di tutto a salvare se stessi; e non si arrese alla mistificazione; alla storia che non diventa Storia; alla falsità di cui ha sempre bisogno il potere; alla pochezza d’animo di chi si sceglie un posto comodo al servizio di colui che è seduto al comando; all’arroganza becera e al rigurgito fascista che in quella avventura cercò di inghiottirsi tutta la verità. Bonatti portò in quota l’ossigeno necessario all’ultimo assalto di Compagnoni e Lacedelli bivaccando una notte intera nel freddo, sull’orlo del precipizio ad ottomila e passa metri, salvò forse la vita al compagno di scalata Mahdi che dall’orrido di quella notte uscì fuori pazzo; poi tornò indietro, al mattino, e attese che i due piantassero piccozza e bandiera sulla vetta. Continuò negli anni a scalare in solitario le pareti estreme del mondo e della menzogna. Era un uomo davvero al limite. E il limite di un uomo ce lo ha spiegato lui stesso di cosa è fatto. Non è piantare chiodi su una roccia liscia e verticale. Neppure penzolare nel vuoto di un crepaccio cercando a tentoni una via di risalita. Il limite di un uomo è già compreso nell’idea che sta a monte di tutto questo, e prende forma giorno dopo giorno al chiuso delle nostre case e della nostra testa. È la disperazione che avremo saputo accantonare, e la forza che saremo chiamati a spenderci, sopra il germe di quella stessa idea. Il limite è la ricerca indomita della nostra vetta. La vita di Bonatti, per questo, è la più potente delle allegorie.
Da par mio, se imparassi un giorno a scriver canzoni, vorrei cantare di lui e delle sue conquiste. Metter su una storia meravigliosa insomma; non per il gusto di raccontare e basta; per inventarmi piuttosto un pezzo di vita nuova (rif. Philip Roth) che mi avvicini anche solo un poco alla mia prossima cima impervia, ancora tutta da immaginare.

La finta di Falcao

“La partita” di Piero Trellini è un lungo viaggio. Il treno su cui sei seduto ferma a mille stazioni che non conosci e neppure ti aspetti, e attraversa paesaggi astrali che legano assieme uomini, calcio e storia. Usa una scrittura da romanzo l’autore, sa tenerci inchiodati alla pagina, la frase è breve e il ritmo non cede a tentennamenti di sorta. Gli riesce perfino il colpo a sorpresa. La partita della vita, quella tra due squadre che non si assomigliavano, di paesi distanti, divisi da un oceano che da sempre cancella in fretta ogni scia d’elica che lo attraversa, è Italia-Brasile. L’anno è l’ottantadue, il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati tutti quanti campioni del mondo. E lo facemmo esattamente quando Abraham Klein emise il triplice fischio alla fine di quel pomeriggio torrido del 5 luglio dentro lo stadio Sarrià di Barcellona. Ogni sfida che si rispetti ha una chiave di volta. Un episodio che vorrebbe annullare tutto il resto, l’apice che spacca in due l’evento e travolge di colpo gli equilibri raggiunti. Ogni spettatore che vive quella sfida al punto da non riuscire più a distinguersi da chi è chiamato a combatterla in mezzo all’arena sente arrivare quel momento che lo trascinerà via per sempre. Bearzot ammise di come un bacio che il suo portiere gli aveva stampato sulla guancia al rientro negli spogliatoi lo avesse segnato nel profondo, più delle parate che quel quarantenne miracolato aveva dispensato a tutti noi dal campo. Trellini ci racconta del suo istante in due pagine che mi paiono raggiungere il culmine in quanto a densità e tensione: “Cerezo alza una gamba e riceve d’interno. Aspetta che la palla sfiori l’erba, solleva la testa per vedere i compagni e, innamorato di se stesso, si contorce appena per appoggiare il pallone verso la sua sinistra. […] Il mondo recita il primo sillogismo del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, è tutto ciò che accade. È la totalità dei fatti, non delle cose. Un uomo che corre verso la palla è un fatto. E l’uomo che corre viene dal nulla. È l’uomo che ha capito tutto prima ancora che il tutto possa prendere forma. Si trova infinitamente più indietro della linea brasiliana che adesso sta per spezzare.” Paolo Rossi intercettò l’appoggio di Cerezo e incuneandosi tra Luizinho e Junior fece qualche passo in avanti, tirò in porta e battè Waldir Peres. Due a uno per noi. Era il venticinquesimo del primo tempo. Io stavo là, in piedi dietro a quella porta, ed ho già scritto del mio attimo che in mezzo a quella bolgia mi rapì al mondo. Racconterò di Falcao e della sua finta in un pomeriggio di un luglio torrido al vecchio Sarrià di Barcellona. La finta che spostò di lato Tardelli e Scirea, e una difesa intera schierata a riccio davanti al nostro portiere. La finta che si portò appresso la curva dei tifosi delle due squadre, mescolati a migliaia dietro la porta di Zoff che poi era il nome di quel portiere. Racconterò che insieme a Tardelli e a Scirea furono risucchiate nel vortice due nazioni e tutta l’acqua dell’oceano che sta in mezzo a dividerle. Il mondo ondeggiò paurosamente a sinistra mentre Falcao, palla al piede, piegava verso il centro del campo liberando un calcio secco a mezz’aria che sfiorò ginocchia e mani inutili prima di incollarsi sul fondo della rete. Proprio sotto a me. Era il ventitreesimo del secondo tempo, tre quarti di partita oramai consumati e noi avevamo smesso di vincere. Il pari avrebbe premiato il Brasile proiettandolo a fionda sul tetto del mondo. Racconterò che mio padre mi cadde addosso, anche lui travolto dal vento che si era alzato per la finta di Falcao. Mi guardò con occhi vitrei aggrappandosi alla mia spalla e masticando la sua cinquantesima sigaretta della giornata. Il bandierone bianco rosso e verde (con un giglio stizzito dipinto al centro) che io imbracciavo a fatica restò sospeso al cielo, immobile, perché in quell’attimo non seppe più da che parte sventolare. Un tifoso brasiliano dietro di noi soffiava un samba stonato dentro un corno da cui usciva una nota su tre. Mio padre si voltò verso di lui e disse che se non la finiva di fischiarci nelle orecchie glielo avrebbe infilato su per il culo il suo corno e allora invece di suonare il samba avrebbe cominciato a ballarlo. Ma il brasiliano non capiva e continuava a ridere e soffiare. Era una faccia buffissima la sua. Con un naso lungo e due occhi pensili che si rimpicciolivano ad ogni sforzo a cui il corno lo costringeva. Dissi al mio babbo che non era possibile litigare con quel tizio. Sarebbe stato contro natura. Mi sorrise e accese un’altra Muratti, mentre dalla parte opposta del prato Conti stava per battere un calcio d’angolo. Non racconterò che da lì in poi la partita e la Storia avrebbero preso la direzione che tutti conosciamo; che a quindici minuti dalla fine sul due a due nessun cuore dei ventimila italiani sugli spalti aveva interrotto il suo tambureggiamento. Non vi racconterò il terzo goal di Rossi e nemmeno di quando la mia bandiera alla rete di Antognoni – annullata per fuorigioco da un arbitro senza pietà – diventò la più grande di tutta la Catalogna. Non vi racconterò più niente di un pomeriggio in un luglio torrido al vecchio Sarrià di Barcellona. L’aereo che ci riportò a casa virò brusco sopra Borgo Panigale e perse quota d’improvviso. Poi un colpo violento sotto la fusoliera mi fece temere il peggio. Fui io stavolta ad aggrapparmi al braccio di mio padre con il respiro che mi si piantò in gola. “Tranquillo…”, mi disse guardandomi con lo stesso sorriso di sempre dietro al fumo della sua Muratti, “…non è niente di grave, un carrello restio e troppo rumoroso, o forse soltanto l’ultimo riflesso della finta di Falcao.”