Le cassiere al tempo del covid

Toni sorride contento. È domenica e finalmente riapre il centro commerciale. Fare la spesa di martedì o venerdì è un po’ come sposarsi o partire per il mondo in quegli stessi giorni. Porta sfiga, lo sanno tutti. Non si fa e basta. E poi Toni lavora fino a tardi il martedì e il venerdì. Allora va di domenica, al mattino presto, e sbircia oltre il vetro con le mani sulle tempie a parare la luce ed attendere qualcuno che venga ad aprire, magari prima dell’orario. Ha bisogno di un sacco di cose Toni, ma non le comprerà tutte, gli servirà una scusa buona a tornare di sera insieme alla moglie che spinge il passeggino e guarda le vetrine delle scarpe o il robot che dicono assomigli al Bimby. Anche la fila in cassa di domenica è più vera, più corposa. Sa anche questo Toni. La gente sta appiccicata e si respira addosso. Come se il covid non fosse mai esistito. Si affaccia di là dal plexiglass e chiede alla ragazza il prezzo dello scopino bianco e nero che sua moglie ha scelto per il bagno nuovo. Non gli fa terminare nemmeno la domanda la cassiera. Abbassa la mascherina e urla nell’interfono: “Un addetto agli scatizzolamerda in cassa 9!” Lo ripete due volte. Toni guarda un signore anziano dietro di lui; ha bisogno di un gesto, un piccolo gesto anche solo accennato, che gli serve a tenere a bada la ragazza, marcare il terreno e condividere quel po’ di stupore improvviso con qualcuno. È ridotta a questo la domenica di Toni: elemosinare un ghigno, un naso che s’incurva, magari un sorriso scemo da uno sconosciuto qualunque. Nel suo giorno di festa. Niente, il vecchio è intento a fare gesti con una pennellessa in una mano e una roncola nell’altra, somiglia a un guerriero ninja arrugginito. Alza gli occhi alla fine e tra la maschera e il cappello di paglia basso in fronte sussurra a Toni qualcosa che lui non capisce. La cassiera si sporge dal plexiglass e gli fa un cenno: “Signore, stia attento quando torna a casa. Il tizio dietro di lei è un giustiziere e le ha appena detto che se ne va in giro ad ammazzare quelli come lei che la domenica vengono al centro per comprarsi il vinavil, i gancetti dei quadri e lo scatizzolamerda bianco e nero. Quei colori poi…”
Toni la fissa negli occhi un secondo o due, ha un sussulto. Tira fuori dalle tasche il vinavil e i gancetti che si era fregato, lascia tutto sul nastro e scompare. Restano lì invece, sospesi in eterno tra il vetro in plastica e la tastiera coi numeri, due occhi indemoniati e lucenti di giovane donna di guardia alla vita, cinquanta centesimi che sono il resto di Toni, e uno scopino bianco e nero che qualcuno alla fine di questa domenica di sole e cemento sulla testa dovrà pure comprarsi.

Le bestie giovani

Le bestie giovani, Davide Longo, Einaudi 2021

Ho letto questo libro perché mi ha esortato Baricco a farlo, qui in rete. Non ne vado particolarmente fiero. Di aver tenuto dietro a Baricco intendo. Che non è Calvino, e nemmeno Sciascia o Garcia Marquez. Novecento è un gioiello prezioso che abbiamo fatto nostro, tutti, quasi indistintamente. Più del film che pure non mi dispiacque. Di altre sue parole posso fare a meno. Chiusa parentesi (che manco avevo aperto). Quel suggerimento ad ogni modo me lo son tenuto buono, così ho comprato Le bestie giovani di Davide Longo. Ho dato uno sguardo all’anteprima, poi ho chiuso Amazon e sono andato in libreria. L’ho trovato subito, tra gli scaffali delle novità e dei libri suggeriti da Baricco, che continuava a sorvegliarmi  da dietro l’angolo del primo risvolto. Mi è venuto un dolore all’anca e la voglia di tornare su Amazon. Ho pagato in cassa alla libraia che non ha smagnetizzato l’antitaccheggio. Il suono della barriera ha risvegliato dal sonno anche l’uomo scimmia del Pleistocene ed io sono tornato indietro sorridendo in faccia alla ragazza: “La prossima volta lo rubo sul serio e fuggo in strada…” le ho detto, “…tanto la figura di merda è più o meno la stessa, almeno risparmio sul prezzo di copertina.”

Le bestie giovani dunque. Chi sono, cosa è rimasto di loro, quanta parte della nostra storia patria dobbiamo ancora apprendere? La vicenda ci è narrata per il tramite di due poliziotti che appartengono a generazioni differenti, differenti loro stessi dentro una ruvidezza tenace che li accosta e li vuole legati ancora per un’altra indagine. Il più giovane di loro si chiama Arcadipane, è un padre di famiglia normale fino al midollo, che lavora a cavallo del giorno e della notte e sbatte contro questioni che gli anni di piombo tengono ancora al caldo sotto la cenere spenta. Cemento, polvere e merda si respira da queste pagine che ci trascinano in una landa di nord austera fino ad irritarci. Le scene più autentiche mi pare che Longo sappia coglierle però al chiuso delle mura strette che il commissario giovane divide con la moglie e i suoi due figli adolescenti. C’è tutta la fatica di vivere dentro quelle mura, e il sudore dell’amore profondo. Longo, qui, a tratti, si fa campione di scrittura, al netto di quanto ci riferiscono i discorsi di Baricco, più marchettari che eruditi (è un complimento il mio, nei riguardi dello scrittore torinese, un elogio anzi, vi avverto).

“Gira intorno al letto e si mette dove la può guardare da vicino. Il viso lontano, la pelle un po’ lucida del grasso della notte, i seni sotto la camicia che la gravità preme al materasso. Non sa dire se è bella. È come se qualcuno ti chiedesse se trovi bello il tuo stomaco, il tuo fegato. Uno stomaco, un fegato non sono belli o brutti, semplicemente ci sono o non ci sono, dànno problemi o funzionano bene. Lei c’è. Funziona bene. E per questo lui vive. Non ha nemmeno bisogno di metterle la mano sul viso per sapere tutto questo. L’ha fatto così tante volte che è la sua mano a essere il calco di quella faccia. E non viceversa.”

Arcadipane esce di casa e va lontano a dipanare la sua matassa. Cerca quello che le bestie giovani hanno lasciato in giro, e magari un po’ di quell’altra porcheria più grossa che cola attorno le loro gesta. Bisognerà che qualcuno smuova il culo prima o poi e faccia come lui. Qualcuno che usi bene i ferri del mestiere e sappia scovare una verità degna di questo nome, in fondo alla storia che ha segnato la carne e lo spirito negli anni duri del terrore e della strage. Una verità complessa, intricata, non a buon mercato, fredda, alla larga dal pregiudizio scaduto e dalla propaganda che sa di stantio. Una di quelle verità che, nonostante tutto, non soffoca, neppure sotto la cenere spenta.

Livorno, dar Civili

Livorno, Bar Civili

Ripesco questo breve resoconto di una sera di un tempo diverso, trascorsa in luoghi che ci chiediamo se esistono ancora.

“Se vuoi berti un ponce vero e non sottrarti alla storia, c’è un nome solo”, dice il mio amico. È una notte appena accennata la nostra. Livorno e il suo centro bisognerebbe provare a respirarli a fondo. Così andiamo. Il Civili è un luogo che non ha niente a che vedere con la moda giovane. Né con la sua versione ultima in questo scorcio di millennio. Qui insomma non arriva l’eco della movida labronica. Il cartello fuori della porta dice che il bar è aperto dal 1929. Poi entri, ti guardi intorno e i volti della gente che riempie le sedie, pensi, sono gli stessi che stavano qua nel 1936, o nel 1981. I volti. Ancor prima dei gesti.

Siamo rimasti troppo poco. O, se preferite, ce ne siamo andati troppo in fretta. Alle volte capita di trovarsi immersi in un liquido di coscienza vaga. Metti a fuoco la vista e respiri un’aria strana, come di un luogo che somiglia a una frontiera. E non sai capire che tipo di frontiera. Quale ne sia cioè l’elemento, se debba calcolarsi in termini di spazio o di tempo. Rimane il fatto che ti senti sul limite di una distanza che si accorcia fino ad annullarsi. Potrebbe trattarsi di un ritorno ad un passato già vissuto che incrocia un futuro che non ci è dato immaginare, proprio in questa linea ombrosa di presente. Potremmo invece stare dall’altra parte del mondo, che so, su una route americana che ci spinge inesorabile sempre più a ovest.

“Uno rosso e quattro neri”, urla l’uomo della cassa al compare che si muove svelto davanti la macchina del caffè sul lato opposto del bancone. Prendiamo il nostro vassoio e ci sediamo. I volti della gente, dicevo. Segnati tutti o quasi da un’età che avanza impietosa e consuma come il sale marino. Mi paiono uomini e donne vecchi solo di facciata però. Bevono, sorridono e in silenzio schiacciano moccoli di cui sono inventori, quando non hanno da schiacciare sui tavoli l’asso di picche o mattoni. Il mio ponce nero è buono al punto da chiamarne un altro. Non si può. È ora di tornare. La fipili è la nostra route con gli autovelox.

Siamo rimasti qua troppo poco.

È un luogo che chiede tempo questo. Che vuol dire sorseggiare piano e parlare adagio. Guardo i colori dei bicchieri di un vassoio che mi sfila a fianco. Non c’è storia fra il nero (autenticamente anarchico mi dico) del ponce livornese e l’altro, il rosso, quasi tenue, che sbiadisce al mandarino.

Trovarsi

Il titolo mi ha tradito. Ho creduto scioccamente fino alla riga di chiusura che ‘mancarsi’ fosse un destino a venire, ciò che sta oltre l’epilogo, il bianco che prende corpo e di cui si riempiono le pagine dopo l’ultima. Questa in verità è la storia ordinaria e sublime di un incontro che la vita in un rigurgito d’improvvisata destrezza escogita a seguito di tanti, troppi giri inutili che la costringono ad un misero avvitamento su se stessa. ‘Mancarsi’ è tutto ciò che avviene prima di quell’incontro; aver vissuto di sbieco nell’incapacità di mettersi a fuoco, un traccheggiamento di cui doversi liberare prima o poi; ‘mancarsi’ è una forma riflessiva di verbo che dunque può essere rivolto solo a noi stessi.
Diego De Silva, forse grazie al nome che si porta appresso, nasconde la palla, fa il giocoliere, procura falsi presentimenti. Sta in alto sulla storia e la tiene in piedi con frasi che sono lanci illuminanti e in profondità; pennella giocate al limite della sfacciataggine, dispensa stati d’animo che pretende universali e che invadono certe zone di campo che noi lettori difendiamo fino al fallo da ultimo uomo. In fondo ha ragione l’autore: la scrittura è tutto fuorché reticenza. “È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare. Uno scrittore, sta pensando adesso Nicola, fa quello che ha appena fatto Pavel.” Che cosa ha fatto davvero Pavel e che cosa fanno gli scrittori? Nulla, tranne gesti di poco conto che però non passano inosservati perché riempiti della dose giusta di verità e coraggio.
Ho ritrovato questo piccolo libro nascosto sotto il peso di Guerra e pace ai lati della mensola lunga nel nostro soggiorno. Mi è tornato alla mente il momento in cui mia moglie qualche anno addietro lo teneva tra le mani mentre le chiedevo cosa stesse leggendo. Era seduta al tavolo e voltandosi mi mostrò la copertina. Rispose con una domanda: “Conosci Diego De Silva? Ci sa fare. Merita di esser letto questo breve e intenso racconto. Te lo consiglio.” Raccolsi il libro dalle sue mani, rimasi a guardarlo per un secondo o due e risposi che sì, lo avrei letto prima o poi.
“Non è mio. O meglio, non è nostro, me lo ha prestato un collega, e devo restituirlo al più presto.”
“Ok, lo leggerò nei prossimi giorni allora.”
Poggiai il volumetto sopra la mensola e di lui si sono perse le tracce per lungo tempo, fino a spuntare fuori dal nulla in una di queste serate con cenni lievi di pioggia e freddo, di un inverno timido, quasi a metà.
Irene e Nicola esistono in due universi vicini e paralleli. Lei “ha ricominciato a prendere la vita sul serio” dopo la separazione dal marito. Lui sperimenta a tentoni il dilatarsi del tempo e della libertà e fa l’inventario delle cose sbagliate che lo tenevano stretto a sua moglie prima che l’incidente se la portasse via insieme alla loro storia adattata. Buster Keaton, sullo sfondo di un locale del centro, è la figura ignara che salverà entrambi dalle loro vite precedenti, prioettandoli, chissà, in quel punto all’infinito, unico tra suoi infinti simili, pronto ad accoglierli in un’intersezione miracolosa di universi paralleli.
Ho chiuso il libro nell’istante in cui mia moglie è comparsa in soggiorno chiedendomi sorpresa dove lo avessi ritrovato. Ho sorriso al suo volto che scopro ogni volta dolcissimo, le ho risposto pregandola di riconsegnare al collega le sue pagine appena le fosse stato possibile. L’ho abbracciata guardando la parete di fronte, immaginando quali e quante vicende taciute mi hanno attraversato senza che me accorgessi. Non ho scorto l’ombra di un Buster Keaton triste in mezzo alle foto e tutte le altre immagini a riempire la nostra parete. Allora sì che ho potuto chiudere gli occhi lasciando che si consumasse piano la mia stretta.

Memoria

Anna Frank, particolare della casa museo di Amsterdam.

“Il giorno della memoria è un invito a ricordare, non obbliga nessuno a farlo, ma lascia una porta aperta per chi vuol sapere cosa è accaduto (Furio Colombo 2021).” E quando alla fine, fosse anche solo per sbaglio, tra la carta dei libri, nelle scene di certi film e documenti, dalla voce dei testimoni ancora in vita, scopriamo l’orrore, percepiamo la barbarie, annusiamo la puzza insopportabile del mostro, non possiamo più fare finta di niente. Non è possibile credere che i rastrellamenti a tappeto, le deportazioni di massa, le torture e le morti che a milioni ne seguirono, non ci riguardino. Non possiamo negare che “ebreo è uno di noi, ebreo è una persona che ha la storia di uno di noi”; che siamo scampati alle atrocità e agli eccidi per un dono accidentale di quella stessa storia a cui apparteniamo per primi. Io penso che non ci sia dato nascondere, o peggio, spedire al macero quel dono, in nessun tempo e luogo del nostro passaggio.

Del colonnello e altri personaggi a caso

Una versione originale del Coronel e Drago

Non vedo la strada, solo il ponte sospeso e le macchine che sfilano incolonnate oltre la finestra alle sue spalle. Lui parla di me e del mio lavoro che è buono ma non abbastanza. Non lo ascolto. Guardo fuori e conto le auto. Il sole si affaccia al vetro e inonda di luce gialla la stanza. Continua a parlare il direttore con un tono che conosco e che fa di tutte le occasioni sempre la stessa occasione. Non vedo più neanche il suo volto perché il sole ha fretta di scendere da questa parte di orizzonte e ora è un disco piantato nel sette della finestra. Come una punizione di Zico. Poggia gli occhiali sul tavolo e si strofina la faccia, mi chiede se lo sto ascoltando. Comincio a cantare in testa una vecchia canzone di Battisti. Fa una lunga disamina, non so di che cosa, parla di input e output e feedback, credo. Sento il fischio di un treno. Vuole che dica qualcosa, qualunque cosa che possa mettere a verbale. Non gliene frega niente di quello che penso. Che ne sai della nostra ferrovia che ne sai. Transita un furgone dei pompieri che interrompe la mia canzone. Stringo gli occhi più che posso e fisso la strada per qualche secondo. Non è possibile. Come avere un occhio di bue a un metro e mezzo puntato in faccia. Cerco una posizione migliore sulla sedia ed inizio a parlare.

La mancanza di una buona storia, e poi un’altra, e un’altra ancora, ti ha procurato guai a non finire, gli dico. Il dramma autentico è che non lo sai. Perché la mancanza di una buona storia, e poi un’altra, e un’altra ancora, non la conosci da dentro.

Che cosa non conosco da dentro?, il suo viso si allarga.

È sbagliata la domanda. Avresti dovuto chiedere “Quale dentro”? Ma avresti dovuto conoscere molte storie in più per porre correttamente la tua domanda. Dentro la tua finitudine comunque. Questa è la risposta alla domanda sbagliata. Ché siamo tutti esposti alla nostra finitudine. Lo sosteneva il filosofo, qualche evo fa. Lui sì che conosceva un sacco di storie. Non tutte le storie del mondo certo, perché tutte le storie, anche se non lo ammetti, credi di conoscerle solo tu. È questo che ti fa sentire superiore al resto degli uomini.

C’è un calendario appeso sul muro alla mia sinistra. La pagina è di un altro equinozio.

Non è vero diamine che sei superiore. Mi fa ridere a crepapelle solo pensarlo. Il tuo viso e i pochi vocalizzi a cui sei stato educato ti rendono convinto di ciò. Per riuscire soltanto un poco così ad ingannare il tuo prossimo ti servirebbero parecchie storie in più. Quando fai esempi che conosco a memoria non sei più neppure buffo. Perché vedi, anche se cambi i nomi propri – e di tanto in tanto pure qualche nome comune – la storia (che oramai non è altro che la parodia di se medesima) rimane sempre la stessa (un po’ come la canzone degli Zeppelin). Ti mancano le parole insomma perché hai rinunciato troppo presto ad una nuova storia, e questo problema lo devi affrontare a viso aperto prima o poi. Guarda però che si sta facendo sempre più tardi.

La foto sul calendario alla mia sinistra è un campo di grano che si stende a tappeto sopra il ricurvo della terra. Non c’è traccia di uomini a coltivarlo.

Una buona storia (e poi un’altra, e un’altra ancora) ti avrebbe concesso di uscire dalla camera senza vista che ti sei scelto. E dal cortile. Dal quartiere addirittura. O anche solo guardare oltre il buio della tua siepe. Una buona storia, raccontata con le parole giuste, sì. Meglio se parole scritte. Scendi le scale e magari ti ritrovi dal padre di tuo nonno che non hai conosciuto ma ti sarebbe piaciuto eccome. Oppure sali sulla barca di Long John Silver che ti spiega di sé e del suo modo fine di fare affari, che se lo capisci già ti sei preso una gran bella scorciatoia. E magari ti puoi risparmiare qualcuno di quei corsi farlocchi che chiamano di “formazione” e “aggiornamento.”

Si rimette gli occhiali e scivola in basso sulla poltrona. Scuote la testa portandosi una mano alla fronte. Il sole dietro di lui gli passa a fianco senza toccarlo.

No certo, che c’entra, mica tutti i corsi di formazione e aggiornamento sono farlocchi. Non intendevo questo. Voglio dire che a certi seminari, se proprio è necessario assistervi, dovremmo  tutti quanti essere un poco più preparati (e mi rivolgo a me stesso per primo, sia inteso), dovremmo aver fatto qualche compito a casa insomma. Che intendo? Beh, ti faccio un esempio a riguardo: tracciano due linee cartesiane e poi mi dicono che potrei essere uno rosso del primo quadrante, in realtà non mi sento né un rosso cazzuto del primo quadrante, tantomeno uno sfigato blu (ma anche un po’ verde) del quarto. Poi mi capita di distrarmi e pensare che starmene lì davanti a un tipo che spiega che non siamo tutti dello stesso colore e che le nostre relazioni debbano prendere le mosse da questo concetto nobile è come guardare mia figlia piccola che entusiasta mi recita per la dodicesima o tredicesima volta la scena di Grease con Sandy che canta Summer nights mentre il cazzone di Danny Zuko le fa il verso sulle tribune del campo da gioco. Giusto per dire che io ho mandato a memoria la sceneggiatura intera di Grease nel 1979, o giù di lì, ma voglio un mondo di bene alla mia piccola e non oserei mai mortificarla. Alzo la mano dunque per chiedere al tutor – a cui non voglio lo stesso bene di mia figlia – se posso togliermi dai coglioni. Metterla così però comporta il rischio che tutto vada a ramengo: il piano cartesiano, il corso di formazione, il mio lavoro. Intanto però la mano l’ho già alzata, e mentre il tutor si ferma, intuisce qualcosa lanciandomi uno sguardo diretto come uno scacchista in gamba che avanza ma non si scopre, tocca a me fare la mossa. Non c’è bisogno che alzi la mano per andare al bagno, mi anticipa. Siamo mica alle medie. E tutta l’aula a ridere di gusto. Mi guardo intorno, cerco una sponda nelle due tre facce amiche presenti e anch’io sorrido. Non devo andare al bagno, e lui lo sa bene quanto me. Sa pure che se intendo davvero scomparire devo farlo scegliendo di muovere il pezzo giusto. La mia abilità, se mai ne avessi una, sta racchiusa esattamente nel punto in cui mi trovo adesso. Posso soltanto concederle il passo. Accompagnarla con dolcezza, lasciare che sia lei a dettarmi la mossa, senza fremiti o avventatezza. La mia abilità. Al servizio della mia scomparsa. Potrei dire al tutor che ho un traghetto per la Sicilia che mi attende a Napoli e una volta a bordo saprei come far perdere le mie tracce. Oppure confessare che mi aspettano in teatro perché interpreto Giuda nel Mortorio. Potrei avventarmi nel gambetto di donna come Beth Harmon e svelare la mia identità vera: ammettere, lì, dinnanzi a tutti ed al tutor per primo che il mio vero nome è Anton Vokal. Dovrei però, da ora in avanti, e per il resto della mia vita, smettere di usare la lettera E.

Ma che cosa diavolo stai dicendo?, interrompe il mio delirio il direttore spingendo forte sui braccioli della poltrona. C’è un trattore in fondo al campo di grano che non avevo visto prima.

Perdonami la digressione e torniamo a te, direttore. Voglio aggiungere un’ultima questione. Se proprio devi leccare il culo a qualcuno, e tu sei campione del mondo in questo, che ne so, trovati un personaggio nuovo, che non sia il responsabile di ricerca e sviluppo o l’amministratore delegato. Lecca il culo a Marcovaldo, tanto per suggerirtene uno che non mi sta neanche troppo simpatico da quando lo conobbi più o meno al tempo di Sandy e Danny. Lui sì, Marcovaldo, meriterebbe che qualcuno gli leccasse il culo sul serio. Sai qual è il tuo vero problema direttore? Che non sei mai stato un detective della LAPD. Soprattutto non sei mai stato uno che si dà al narcotraffico, un aspirante assassino. Non hai avuto un poster di Rita Hayworth a coprire un buco nella tua stanza stretta. Non hai bisogno di affilare armi per sconfiggere il nemico dentro. Non sei salito in  groppa a uno schifo di cavallo e non hai provato una sola volta ad attraversare la Sierra Morena sopra quel cavallo. Non hai combattuto a Waterloo o ad Anzio, non hai trascorso un cazzo di notte a Chesil beach. Però sei svelto nelle cose tue. Arrivi primo mentre tutto intorno vacilla paurosamente fino a crollare. E quel tuo modo di arrivare primo, essere svelto, ecc. ecc. è sempre e solo lo stesso tuo fottutissimo modo triste d’intendere le cose. Che non serve a me e a nessuno qua dentro. Perché io, che non ho mai vinto neppure l’ombra di un premio alla fantasia (proprio come te), devo scegliermi ad ogni occasione una, mille, dieci milioni di strade differenti per intendere le cose. Ché la tua è a sfondo chiuso. Non solo non mi fa scattare niente, m’incupisce pure. Mi nega la voglia che ancora ho in serbo da qualche parte, nonostante tutto. Ché non m’è di esempio il personaggio che sei. Non lo è mai stato. Dalla prima volta che ci parlammo. Come invece non smettono di esserlo Raskolnikov e Gregor Samsa, oppure il colonnello che sta ancora lì, cazzo, e niente e nessuno gli toglie dalla testa che prima o poi qualche pezzo di stronzo dal ministero gli scriverà. E così potrà riscuotere la sua pensione e magari tenere con sé il gallo di suo figlio morto. E sai che ti dico? Sono certo in cuor mio che saprà offrire a sua moglie un piatto buono da mangiare. E quel piatto non sarà sempre e solo mierda. Mierda sì, hai capito bene, l’ho pronunciata giusta, perché credimi, nella sua lingua – nella lingua del colonnello – suona da dio. MIERDA! Lo ripeto ad alta voce guardando in fondo ai tuoi occhi spenti, casomai non comprendessi lo spagnolo. Casomai ti assalisse il sospetto che non sto dicendo a te.

“La strada” di C. McCarthy

“Prima di prendere sonno rimase sveglio a lungo. Dopo un po’ si girò a guardare l’uomo. Il suo volto rigato di nero dalla pioggia alla debole luce della lampada, come certi teatranti del vecchio mondo. Ti posso chiedere una cosa?, disse.
Sì. Certo.
Noi moriremo?
Prima o poi sì. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Sì.
Per stare più caldi.
Sì.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Così.
Adesso dormi.
Ok.
Ora spengo la lampada. Va bene?
Sì. Va bene.
E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?
Sì, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch’io.
Per poter stare con me?
Sì. Per poter stare con te.
Ok.”
Ho appena letto il mio primo libro in quest’inizio d’anno pandemico numero 2. Un anno che si apre nel segno del suo predecessore, proiettandoci però verso una dimensione nuova, in un gorgo fatto di abitudine e genuflessa sottomissione al virus, alle distanze e all’isolamento. Comincio a sentire il lamento affievolirsi. Parlo del mio lamento, che è la mia voce. Alle camere intanto strillano; battono i pugni certi personaggi cupi (gli stessi teatranti di sopra forse), bramosi di affondare il paese dentro alla merda di un pozzo profondo nel tentativo disperato che fanno per salvare invece il loro orto che a quel pozzo si nutre e da cui si rigenera col passare delle stagioni; ma io non mi ritraggo, né da loro, e neppure dal resto della compagnia, perché l’ho già fatto; sto sul bordo della vasca da bagno e aspetto i cadaveri dei miei nemici; sono preda di un vento malinconico di ritorno che infetta il mio spirito e mi svilisce. Rimango in casa senza troppa angoscia, ed a sera cerco pigro tra le pagine sparse nei miei cassetti e sugli scaffali intorno spunti utili che spero ogni volta possano servirmi all’innesco di una rinnovata passione alle cose del mondo. Ascolto musica prima di addormentarmi e scopro nuovi motivi di un’America distante oceani e continenti interi a cui tendo l’orecchio in modo naturale fin da quando ero ragazzo. Ma non basta, ovvio. C’è un libro con una costola bianca che intendevo leggere da una decina d’anni, di più forse. Scorro la quarta di copertina anche se non serve, mi stendo sul divano e lo mando giù in un fiato, quasi senza accorgermene. S’intona al mio umore, mi tiene a galla in questo tratto di tristezza distante da riva, dove non tocco; smaschera quel po’ di dignità che la mia stessa tristezza si porta appresso, e che non so scovare da solo. La mette a fuoco per mio conto, me ne dona il gusto amaro e dunque prelibato. Lo fa, la storia di McCarthy, nel suo feroce e burlesco girotondo di vicende minute che si ripetono uguali a se stesse per duecento pagine: un padre e il suo bambino provano a fuggire da una morte promessa all’insegna di un viaggio inutile e abbacinante verso nessun luogo. Il paesaggio che l’autore tratteggia non è roba da escamotage scenica. Assurge a protagonista indiscusso dell’intero racconto e le due figure senza nome che lo attraversano sono parte di esso: le strade decrepite, i ponti crollati su fiumi ridotti a una striscia immobile, i campi e le case popolati di morti in decomposizione, ed il bosco che ripara e protegge. Il bosco, rifugio quotidiano dove nascondersi e lasciarsi andare ad una febbre che sarà l’ultima. Il bambino però, più dell’uomo, ha il cuore pulsante che si staglia contro la natura in cenere che lo circonda. L’adulto è mosso solo dagli scatti d’una nervatura animalesca che destina le ultime forze ad un’idea di salvezza qualunque ed a ogni costo. Il piccolo è lucido invece, custode autorevole di un’umanità genuina che si rivela ancora più lacerante nelle continue richieste d’aiuto lanciate al padre; aiuto che non vuole per sé, ma nei confronti di quei viandanti affamati e spersi su una strada di una terra che ha già esalato gli ultimi respiri. In questo dramma, più avventuroso che distopico, è il bimbo a consentirci di rimanere in equilibrio sul filo; ed è ancora lui a far pratica dell’idea (grandiosa?) per cui si possa vivere sfuggendo all’illusione che salvarsi significhi alla fine farlo da soli.

Due chiacchiere tra umani e toscivághi

Nel mese del Natale che vide salire di nuovo il reflusso acido della pandemia da corona virus, noi toscivághi uscimmo di casa. Ci allontanammo dai luoghi che frequentiamo di solito, sconfinando oltre la riva del fiume che dal Falterona scende fino alla spiaggia aspra e incontaminata che voi pis[um]ani chiamate Gombo e che d’estate usurpate coi vostri gommoni agili, come foste pirati o contrabbandieri di mare. Il grande fiume porta ogni santo giorno acqua in quantità alla sua foce, e lo fa disegnando sulla cartina del territorio tuscio una V corsiva e sbafata. Abitiamo la striscia sotterranea della sua riva sinistra e proprio come voi siamo figli delle invasioni barbariche. Ciò che gli unni e i visigoti strapparono alla superficie i nostri avi trasformarono in radici sode e fertili. La tribù dei toscivághi della grande famiglia nibelunga non fa che sopravvivere in uno zigo-zago continuo, estenuante, tra le nefandezze che continuate a nascondere sotto il tappeto, come foste predoni o contrabbandieri di terra. Ma il tempo è scaduto, e attendiamo solo il fischio finale. Tutti insieme, ognuno al suo piano, senza uno straccio di passione e speranza. Decidemmo di uscire dunque nei giorni del Natale dell’anno 2020 e ce andammo in giro laddove (sempre voi umani) ve ne stavate al largo per via delle restrizioni imposte per legge, più che per ordine delle vostre coscienze. Ma tra i nibelunghi la vostra legge non vale. Alt, non tutta la vostra legge. Abbiamo un nostro modo d‘intendere la vita. Lo abbiamo sempre avuto. Poche norme ci governano, eppure non siamo (non lo siamo mai stati) esseri docili. Conosciamo l’odio, il disprezzo e in mezzo a noi striscia la serpe, il ladro, perfino l’assassino. Cambiamo le nostre regole con referendum di popolo quando un numero importante si solleva e provoca un’onda. Cambiamo le nostre regole quando è tempo di cambiarle. Lo abbiamo fatto l’ultima volta un bel po’ di anni fa, sbirciando nelle vostre carte, come non ci era mai capitato prima. Dai tempi lontani del nostro arrivo. Abbiamo un’economia evoluta e beni sufficienti per tutti. Quanti siamo a vivere sotto la riva sinistra del fiume? Me lo chiese un tipo alto e secco che dicono mi somigliasse nell’aspetto e che incontrai in quella uscita che facemmo al faidate per comprare cose che non avevamo mai comperato in vita nostra. Milioni, risposi. Centinaia di milioni. Quando le comunità si moltiplicano mutandosi – provai a spiegare al tipo alto e secco -, e con loro si frantumano i bisogni da soddisfare, ecco che nasce anche l’urgenza di metter mano alle tavole; scovare altri modi per ricavare un disegno pratico e solenne al tempo stesso che tenga legate a doppio filo idee ancora buone di libertà e uguaglianza. I soli beni supremi. Al pari del nostro pane e della nostra salute. Sta scritto nella madre delle vostre leggi. Ad esser precisi, sta scritto nella sola parte che conti per noi. Le regole che rispettiamo, le uniche che hanno valore per i toscivághi di ogni luogo, sono impresse lì. Dovreste insegnare ai vostri figli la grammatica e la sintassi partendo dal senso compiuto dei Principi Fondamentali; dovreste infine educarli al pensiero, dunque alla ribellione autentica, per il tramite dei Diritti e dei Doveri, già nella loro età perversa di adolescenti. Noi lo facciamo da quando abbiamo sbirciato dentro la Carta che i padri dei vostri padri scrissero all’indomani del lungo buio che li attanagliò nello scorso secolo. Al punto da prendercene un pezzo intero di quella carta, e farlo nostro. Abbiamo dovuto approntare qualche adattamento qua e là, certo; eliminare ad esempio il 7 e il 29 del tutto superflui; oppure emendare il 12 perché sono altri i nostri colori. Soprattutto teniamo botta sulll’1, il 3 e il 4 che non vorremmo, a differenza di voi, gettare in fondo al cesso senza averci mai neanche provato.

Ps: in alto la foto clandestina col mio umano somigliante nel giorno della nostra visita al faidate.

Dal Diario del raccontatore nibelungo Gnorri

Toscivághi al faidate

toscivághi al faidate

“Avete il presepe con il marmo dell’angelo che spezza le catene?” chiese uno di noi agli addetti alle vendite che indossavano maglioncini in tinta e ci guardavano sfilare senza dire una parola.
Scosse la testa un tizio che ricordo paffuto e pieno di capelli del colore della cenere, continuando a non proferir risposta e a fissarci con occhi imperlati di sorpresa. Alcuni spalancarono i denti, poi si spostarono lasciandoci il passo come si fa con le alte autorità. C’era chi mostrava spavento addirittura. Ma noi toscivághi della tribù nibelunga che viviamo sotto la riva sinistra del fiume che scorre tra il Falterona e la sua bocca non abbiamo mai fatto paura a nessuno.
“Chiedi a uno di loro se possiamo trovare lampadine fioche da qualche parte, quelle da trenta candele…” s’intromise Gnoguccio cogliendo al volo la sua occasione.
“Non so se dietro questo silenzio in bella mostra si celi la loro cronica paura dell’ignoto o si tratti piuttosto di incredulità inopportuna e malversa”, chiosò il più saggio tra noi, Gnodylan.
“Ma no, suvvia, vecchio Dylan, non lo vedi? Mi paiono oneste queste figure d’umani, inconsapevoli dopotutto, di là dalle loro voci zitte e dai sorrisi spenti…” insistette Guggio che teneva le mani strette nelle tasche.
Poi si presentò uno col maglioncino in tinta sporco di vernice, pelaticcio e nervoso, e tutto parve finire in baraonda: “Chi siete voi e da dove venite?”
Gnodylan non lo ascoltò avviandosi oltre, verso la pedana dell’illuminazione, per via di certe idee nuove che aveva in testa e faticavano a trovar luce. Guggio rispose nell’unico modo che sapeva: “Facciamo acquisti oggi. Compreremo di tutto. Anche mobili, se ne avete, ma solo di quelli che non hanno mai visto altri splendori.”
Nessuno di noi rise, perché conoscevamo Guccio e la sua malaugurata sindrome da citazione acuta. E nessuno lo avrebbe dissuaso a cambiare registro. Fino alla prossima canzone. Toccò all’altoparlante intervenire e chetarlo, con una di quelle frasi che di solito annunciano cattivi eventi se non vere e proprie sventure. Non fu così stavolta: la voce acuta da soprano metallico urlò che uno di noi aveva pescato il carrello jolly. Significava che tutte le schifezze di cui lo aveva riempito le avrebbe portate a casa senza tirar fuori un soldo. Fui colto da un’ansia terribile. Mi guardai intorno. Non lo vidi in giro. Attraversai di fretta il reparto degli addobbi natalizi, e poi le vernici, e i casalinghi. Continuavo a non vederlo. Lo avevo perso da un bel po’ di minuti a dire il vero. L’ansia crebbe a dismisura nel mio petto. Giunsi di corsa alla barriera casse intento a fermare tutti e tutto. Avrei chiesto scusa e ce ne saremmo andati senza creare altri casini a voi umani che non riuscivate a mettere via neanche un po’ del vostro sbigottimento nel vederci camminare per corridoi e scaffali. Gnoeta mi picchiò sulla spalla da dietro mentre me ne stavo in piedi su un pallet di stelle di natale allungando il collo per capire chi, tra noi, in testa alla coda della cassa numero due stesse riempiendo il terzo o quarto sacco arancione senza il minimo ritegno. Fui colto di sorpresa e caddi con un piede dentro uno di quei vasi pieni terriccio, ma il mio petto si sgonfiò di colpo alla sua vista. Ringraziai il Dio Padre di tutti gli gnomi nibelunghi che Eta fosse lì, in quel preciso istante, accanto a me a scrutare da lontano la testa della cassa due. Lo abbracciai pregandolo di non fare trucchi con la sua spesa e di svuotare i calzoni prima della barriera antitaccheggio. Poi scavalcai la fila e ordinai alla signorina dietro al plexiglass di devolvere la vincita al carrello successivo. Gnoalice mi fissò con gli occhi pieni di una dolcezza triste e profonda chiedendomi di non rovinarle il suo momento di gloria atteso da chissà quanto tempo. Contai due abat jours, un tappeto senegalese, cento (duecento forse) pacchi di batterie stilo, un segaccio da giardino, reti per olive e diverse buste di tnt. E un mucchio di altra roba. Non ebbi il coraggio di pagare quello che Alice aveva vinto senza inganni di sorta.
“Perché tutte quelle pile?” le chiesi.
“Mi conosci Gnorri. Sono vecchia, tanto vecchia, ma non ancora del tutto stupida. Sapevo che avrei vinto il mio carrello e sapevo che ciò mi avrebbe fatto felice al punto di consumare in un colpo solo tutta quanta la riserva d’eccitazione. Le pile serviranno a ricaricarmi una volta a casa, quando sarò così a terra che non riuscirò neppure ad alzarmi dal letto e di certo avrò dimenticato la meravigliosa giornata trascorsa fuori dai confini soliti, travestita da intrepida avventrice di supermarket, sommersa sotto un’orda di oggetti che mi regala grosse manciate di felicità a prezzi di volantino. Non più soltanto in mezzo ai miei simili, ma nel caos ordinato di relitti umani in transito da questo Natale strano a non sappiamo bene dove. Pensi che potremo tornare a comprare i botti di capodanno, Gnorri? Senza carrello jolly stavolta, te lo giuro!”

Dal Diario del raccontatore toscivágo Gnorri

Pablito

Lo sapete bene. La primissima immagine che vi si accende dentro è la vostra, in quel torrido pomeriggio di un luglio lontano quasi quarant’anni. Ricordate esattamente dove vi trovavate. Davanti a quale tv, chi vi stava seduto accanto e gli occhi che avete incrociato al primo gol, e al secondo, e poi a quell’ultimo che chiuse i giochi quando lui deviò di puro istinto il tiro di Tardelli fregando per sempre Valdir Peres. A due metri dalla sua porta. Non vincemmo e basta la partita col Brasile più forte di ogni tempo (più forte anche di gilmar djalmasantos niltonsantos zito bellini orlando garrincha didì vavà pelè zagallo, e perfino più forte del Brasile di rivelino jairzinho dinuovopelè, che ci prese a schiaffi nella finale del ’70); non ci qualificammo semplicemente per le semifinali del torneo avendo battuto le due squadre destinate al titolo prima di tutte le altre; sono certo che diventammo Campioni del mondo proprio in quel pomeriggio di un luglio torrido del 1982. La Storia del calcio – e non solo – parve impazzire. Perché senza dubbio Italia-Brasile è parte integrante e inossidabile della nostra Storia. Quei novanta minuti stanno esattamente in mezzo a un prima e un dopo. Il fatto è che nessuno di noi si era mai dato la briga, in cuor suo, di sentirsi campione del mondo, al di là della merda che la vita continuava o meno a gettargli contro. La squadra, il suo tecnico deriso e sfanculato da tutti, il gigante Dinozoff, e prima di ogni altro il centravanti triste e ritrovato d’improvviso, quasi per magia, in un pomeriggio da tropico del cancro al campo Sarrià in terra catalana, furono un prodigioso tramite, il cavallo di Troia che catapultò la nostra comunità, di botto, al centro dell’universo, senza che una sola anima nell’intero paese – tranne il mio babbo, lo ammetto, per via del suo ottimismo onirico, quasi naif – avesse soltanto osato sognarlo. Quando una sera di quelle ero tornato a casa dopo aver visto alla tv del bar la nazionale carioca battere per tre a uno l’Argentina di Maradona – per cui noi, nella terza e decisiva sfida, eravamo costretti alla vittoria contro i verdeoro – chiesi a mio padre, che aveva già i biglietti in tasca per Barcellona, cosa saremmo andati a fare laggiù senza un minimo di speranza.
“Non ti ho insegnato nulla fino ad oggi giovanotto…”, mi rispose, “…noi andiamo là per vincere, punto”. Fu un mantra il suo.
Paolo Rossi era stato un fantasma fino al giorno della sua tripletta al dream team di falcao zico socrates eder. Scelse quel pomeriggio per tornare ad essere Pablito, il goleador dei giorni che parevano dimenticati. I giorni in cui aveva trascinato il Vicenza di Cerilli e Filippi al secondo posto in campionato dietro la juve, i giorni del mondiale argentino giocato alla grandissima, e tutti gli altri momenti radiosi affogati nel buio del calcio scommesse e della lunga squalifica. Si scosse la polvere di dosso con quel colpo di testa poco dopo il fischio d’inizio che ci illuse per una manciata di minuti, e sfoderò poi tutta la sua arguzia di predatore nel gol che segnò dopo esser scivolato lesto come un felino a ridosso di un pallone che le gambe di Junior, Luisinho e Falcao parevano chiudere a roccaforte. Cosa posso aggiungere? “La Storia ci racconta come finì la corsa, il Brasile deviato lungo una linea morta, con l’ultimo suo grido d’animale (il gol di Falcao), la selecao eruttò lapilli e lava, poi esplose contro il cielo e il fumo sparse il velo, nessuno la raccolse, ché tanto più non respirava.” E così, insieme alla squadra brasiliana più forte di tutti i tempi, Paolo Rossi sotterrò i sogni di un continente intero piegato in due nel suo dolore al di là dell’oceano.
Non so dirvi se i mondiali di Spagna furono anche il tentativo estremo di combattere la mancata speranza di riconoscersi e ritrovarsi, fosse solo per il tempo di un torneo di calcio, dentro un’idea di popolo appartenente ad un orizzonte libero, prima del marciume da rampantismo fallico e individualista che ci avrebbe invaso di lì a poco. Il 5 luglio 1982 non fu l’8 settembre, tantomeno il 25 aprile, è sicuro. Ma non è questo il punto stasera. Ciò che sappiamo è che un ragazzo umile e spietato, con una squadra di spalle i cui nomi avremo mandato a mente d’un fiato come l’Ave Maria, ci fecero dono della partita del secolo e di un racconto limpido che vale ancora la pena tramandare.

Ciao Pablito. Buon viaggio a te.