Il lago Baccio

Sale il sentiero nel bosco spesso di faggi. C’inerpichiamo fra ciottoli e pietre che si lasciano scansare a volte, oppure no. Oppure sono lì che attendono il nostro piede incerto per dargli uno slancio nuovo. Sale il sentiero, sempre più duro e vivo. Si prende il nostro respiro in cambio d’ossigeno. Il cielo di montagna, quando c’è, diventa limpido all’inverosimile. In mezzo al fitto degli alberi non lo sai più. Il sentiero è una ferita slabbrata che taglia la faccia al bosco e si arrampica a quel cielo. Ne seguiamo la traccia e il sangue. L’odore che sento è di animale che non si fa vedere. E d’acqua gelata che scroscia e vorrebbe bagnarti dal costone più alto. Scattiamo una foto che è come profanare un luogo sacro. Il bosco a un certo punto si prende tutto. Fatica pensieri luce. Saliamo ancora, insieme alla montagna. Puntiamo i bastoni a terra a darci un’altra spinta. Le ginocchia piegano senza arrendersi. Un cane ci abbaia di spalle fino a superarci e scomparire nella macchia. “Ottooo”, gli urla inutile la ragazza. Fa una curva secca il sentiero oltre una pianta slanciata in aria maestosa che svela il pieno delle sue radici come fosse una grandissima gnocca che si mostra senza l’intenzione di darsi a chicchessia. Tiriamo il fiato e proseguiamo. Siamo cacciatori disarmati e affamati. Fa freddo nel bosco quando il resto del mondo muore di calura e siccità. Pare un tempo che corre al contrario il nostro, di chi è in cerca di cose che non ha voluto scoprire da bambino. Spiana il sentiero e diradano gli alberi alla fine, e si stende il lago davanti a noi. Beviamo le ultime gocce dalla bottiglia e ci scambiamo saliva in un cenno di bacio che non serve a dissetarci, basta solo a sentire quel che resta dei nostri profumi. Il cielo torna a sommergerci con uno strato rinnovato di bianco. Lo specchio d’acqua immobile riflette il verde del pendio. Otto riappare dal sentiero, salta agilissimo sopra i rami e i sassi verso la sponda. Si tuffa e nuota come neanche Michael Phelps nei giorni migliori. Avanti e indietro senza tregua. Il lago lo sa e prende a cullarsi intorno al suo danzare.

Dieci piccoli indiani

Dieci piccoli indiani. E non rimase nessuno.
Agatha Christie, 1939

Poteva fermarsi al primo finale Agatha Christie, la storia sarebbe stata buona comunque. Non le è bastato però, ha inteso aggiungere il capitolo degli indagatori che brancolano nel buio con il sol merito di sbattere al buio anche noi lettori oramai a un passo dall’appagamento. La sedia di Vera non è più là dove l’avevamo lasciata qualche pagina addietro e sorprendiamo noi stessi costretti di nuovo ad avanzare a tentoni. Non consuma la Christie però tutto il suo talento in un colpo solo: ha scritto da capo la vicenda in quell’ultimo finale, addossando il piano alla figura la cui morale nobile ed incorrotta sa mantenersi intatta fino alla fine. La figura che avremmo pensato colpevole da subito senza crederci neanche un po’. Che non vorremmo incrociare neanche per errore in nessun angolo di stanza o corridoio. La figura ultima che alla fine è colpevole sempre, in capo a tutti gli altri. Anche se tutti gli altri, che in buona parte governa, lo ignorano. La Christie no! È abile e furba. Tira i fili della storia e gioca a scartino. Strappa la maschera dal volto dell’omicida appena in tempo e ci regala la sua confessione postuma. Che non è ammissione di colpevolezza. Al contrario. Non sazio del destino che si è scelto in vita il carnefice vuole per sé anche la parte del boia, aggiudicandosi con sincera sfacciataggine il suo modo sublime di “genuflettersi nell’ora dell’addio.” C’è un abisso nell’animo umano da cui non si risale. Agatha Christie lo riconosce e ne svela un tratto senza che quasi ce ne accorgiamo, nella finta levità del suo capolavoro giallo.

Alabama

Alabama, Barbero, Sellerio editore

Barbero l’ha scritto negli anni. Me lo immagino invece che travasa di getto il suo profluvio (e siamo già dentro l’ossimoro) a Speechnotes per il tramite della voce di Dick Stanton. Magari Barbero, mentre detta, va a sedersi sul dondolo come fa l’uomo in prima di copertina. E la voce di Stanton si scolora senza che ce ne accorgiamo mentre ci vomita addosso il suo racconto. Siamo nel patio di una casa perduta nelle profondità di quell’America che pare non essere mai tornata a galla anche solo per prendersi un respiro dalla pestilenza ed efferatezza razzista che l’annega da sempre. Ma non è colpa degli americani. Che sono il popolo che più di ogni altro al mondo non esiste. Non è colpa dell’uomo insomma, che pure ha un talento spigliato alla barbarie. Del lungo discorso di Dick Stanton, la pagina che più di ogni altra c’inguaia è la 151. Leggere per credere. In quel passaggio, tutto pare saltare in aria. Scompaiono in un sol ragionamento i bianchi e i neri. La luce e il buio. Il bene e il male. Non ci sono più solo e soltanto i contadini del sud, schiavisti pidocchiosi sudici farabutti fino alla stupidità. No, perdio. Ci siamo anche noi, fighetti imboscati da questa parte d’oceano che nuotiamo sulla superficie dello stesso mare dell’America razzista, che ci ripuliamo l’animo immedesimandoci e festeggiando nei secoli col vincitore yankee abolizionista. Il mercante sudista Jack Thorpe, alla pagina 151, pochi giorni prima dello scoppio della guerra secessionista, in uno sfogo ruttato dentro la sua bottega lurida “disse, ma ve l’immaginate, tutti quei negri liberi di andare dove vogliono, a vagabondare per la campagna, a rubare le galline, e magari entrare in casa di qualche donna bianca quando è sola, eh?, e Mitch disse, non finché viviamo, e io dissi, per ridere, magari gli vogliono dare anche il voto, eh?, e potranno diventare governatori, e tutti si misero a ridere, e Jack disse, hanno un bel coraggio, comunque, a protestare per come noialtri trattiamo i negri, che lassù da loro un poveraccio che lavora in fabbrica fatica sotto padrone tal quale un negro, solo che qui quando il negro è troppo vecchio per lavorare il padrone continua a dargli da mangiare lo stesso, lassù invece dice il giornale che li cacciano in strada a crepare come cani, e poi vengono a dire a noi come dobbiamo trattare i negri…”.
Il vecchio Dick Stanton ricorda bene tutto: la guerra, gli amici, i morti in battaglia a riempire intere praterie dello Stato di Alabama o di Virginia. Ricorda alla fine la strage vile ed inutile di cui anch’egli fu protagonista. Il vecchio razzista Dick Stanton è un uomo del suo tempo come lo siamo tutti. Sono trascorsi oltre 150 anni dalla guerra civile vinta dal nord che soppresse la schiavitù nelle piantagioni d’America. L’acqua dei mari e degli oceani nel frattempo s’è alzata per via dello scioglimento artico e pare che arriverà a sommergerci nel volgere di qualche decennio. Lo schiavismo razzista ha prodotto numerose varianti e ha cambiato mille volte pelle, eppure continua a inondarci del suo cattivissimo odore. Segue le onde del disgelo, rosicchia le spiagge, evapora e si spande a folate, e come i peggiori virus muta ad ogni occasione lasciando in giro forme sempre nuove di miseria. L’insulso Jack Thorpe, senza volerlo, dal bancone della sua bottega, nell’anno 1860 sa già tutto. Senza volerlo, Jack Thorpe l’insulso, vede le carte al secolo e mezzo di storia che gli si para innanzi.

4 novembre ’18 (di questo e di quell’altro secolo)

Sono trascorsi appena cento anni. Della Grande Guerra non è rimasto in giro nessuno che conosco. Neppure il comandante la 10^ compagnia del 3° battaglione, Brigata Sassari, che di me raccontò nelle sue memorie sull’altipiano. Il tempo è perfino peggiore della guerra. Non concede indennità di sorta e non salva la vita a chicchessia. Neanche agli uomini d’ardimento come il tenente della 10^, che tenne duro alla testa dei suoi soldati e sotto i miei occhi a Monte Fior e nella battaglia dello Zebio.
“Gli austriaci attaccavano in massa, in ordine chiuso, a battaglioni affiancati. Fucile a tracolla, essi non sparavano. Convinti che, dopo quel bombardamento, nelle nostre linee non fosse rimasta anima viva, avanzavano sicuri. Avanzavano, cantando un inno di guerra, di cui a noi non arrivava che la risonanza del coro incomprensibile: hurrá! […] La linea aprì il fuoco. Delle nostre due mitragliatrici, solo una sparava [la mia]. L’altra era stata distrutta da una granata. […] Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca, ci veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni. Durante il grido dell’hurrà sembrava che le cantine spalancassero le porte e c’inondassero di cognac. […] Lo scontro [alla baionetta] tra i nostri e gli austriaci [avvenne confuso]. […] Il terreno era coperto di morti, ma avevamo resistito. Riportammo indietro i feriti, alla meglio, ché non avevamo più barelle…”
Il tenente della 10^ non si accontentò, ed uscì vivo perfino sulla Bainsizza. Lo ammirai col suo Partito Sardo d’Azione qualche anno dopo. Sull’Aventino poi. E con i Rosselli in Giustizia e Libertà. Sempre vigile, ancora più tardi, all’alba della Repubblica. Avreste dovuto conoscerlo anche voi quel tizio duro e ostinato come i figli veri della sua terra. Leggetevi cosa ha scritto di me e dell’incontro che ebbi col generale Leone nei pressi della feritoia 14. Leggetevi della discussione che scatenai dopo la notte dell’ammutinamento. Leggete le sue pagine e sentirete l’odore del cognac mescolarsi alla puzza di merda che ristagna nelle retrovie, il resede comodo degli alti comandi da quando mondo è mondo. Da quando guerra è guerra. Quell’odore pestilente che non raggiunse le nostre trincee e quasi mai inonda i sentieri, le strade, ed ogni altro luogo di fango e catrame calpestato dagli uomini e dalle donne che a milioni hanno dovuto inventarsi il coraggio per combattere e morire in nome di ragioni, ancora oggi, tutto sommato, disperatamente incomprensibili.

Il comandante settore mitragliatrici
Tenente Ottolenghi, da qualche parte che non sapete, 4 novembre 2018

Parco delle Cascine 3/6/22

Siamo dentro che non sono ancora le quattro. Il palco e questo prato largo che gonfia piano esploderanno fra qualche ora, quando il giorno, sfibrato dalla calura e da un sole bastardo che si fa vedere a tratti, ancora non avrà esalato l’ultimo respiro. Allora apparirà il vecchio appoggiato al microfono come ci si appoggia a un bastone. Ci guarderà dall’alto con un sorriso tra il commosso e il faceto trascinandosi dietro il mondo. Lo farà da quella sua voce tirata su da un pozzo torbido e per quelle sue parole nate monche, sceme alle volte, e con un senso che anche lui continua a non trovare, disperato. Lo farà fra qualche ora e salteremo su un’onda gigante di braccia senza pensare a niente, e terrò in serbo aria nei polmoni sul filo di quel dabadan che ogni volta mi toglie il fiato, a chiedermi se davvero Sally, che sono io, che siamo tutti, alla fine riuscirà a salvarsi e trovare, lei sì finalmente, un fottutissimo senso al suo sentire e vagare. Vasco arriverà tra qualche ora ed esploderà tutto. E in mezzo a questo tremendo casino diventerà palpabile perfino l’illusione che ”forse qualcosa s’è salvato, forse davvero non è stato poi tutto sbagliato”.

Superyeah!

The joshua tree

Scrissi queste parole cinque anni fa in occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione dell’album capolavoro che fu anche l’ultimo in studio della band irlandese. Quello che è venuto dopo conta quanto la discografia di The Buggles al netto di Video killed the radio star.

Quando uscì The joshua tree avevo diciannove anni, affrontavo le ultime curve della devastazione adolescenziale, in quel tratto in cui entri nel regno dei vivi e cominci a pensare in proprio. E mentre assorbi cose nuove (un miscuglio tremendo di pensiero, sogno, passione, figa) ne assapori il gusto e perdi l’orientamento; ti incanti e ti dimeni; rifletti svelto ma non troppo; “scarti di lato” come il bufalo e come il bufalo cadi; ti lanci dal trampolino più alto; non spari cazzate a caso, centellini; e cominci sul serio a prender mazzate; non ti pieghi, sei sbruffone anche se non sai un cazzo di nulla a parte la prima seconda terza declinazione e la formazione dell’Italia campione nell’ottantadue, se va bene anche quella del settantotto (perché non ce l’hai avuto ancora il tuo tempo per apprendere); puoi perfino credere, a diciannove anni, che non ci sia posto per la morte.  Ti guardi intorno, intuisci molto più di quanto dovresti ma non sai ancora giocare di fino. E corri dietro alla Rivoluzione. Che non c’entra nulla con la politica e la filosofia. È una cosa che si dipana dal fondo delle interiora la Rivoluzione, sale ai ventricoli, vorrebbe raggiungere la corteccia e le sue inesplorate stanze. È un moto confuso che prova a spingerti oltre, vuole che affronti un nuovo tempo con una carica ancora tutta da esplodere. Un’inquietudine che non conoscevi ti punge, fino a mettere in discussione, quasi senza che te ne accorgi, la tua vita e la tua storia. La Rivoluzione abbatte muri, distrugge ponti e strade lasciandoti a petto nudo sul limite del precipizio. Usi modi nuovi di essere sfacciato, prepotente, impegnato e ribelle, quando basterebbe solo muovere in silenzio le pedine giuste sullo scacchiere del giorno. La musica non è lo sfondo del quadro. Le canzoni che ti scegli sono la cinghia di trasmissione al tuo animo in moto. The joshua tree dicevo. Gli U2 erano talento vero a disposizione delle mie budella in fermento. War e Under a blood red sky facevano parte a pieno titolo della pila dei trentatré giri sul tavolino accanto al mio Technics. Non c’era The joshua tree. Non colsi in diretta la sua forza dirompente. Perché la sua forza non era intonata alla Rivoluzione in corso nelle mie vie sanguigne. The joshua tree è l’album che chiude un Evo e dà vita a una Storia nuova, proprio come la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il Congresso di Vienna e Sgt Pepper. È il capolavoro in vinile che sul finire degli Ottanta, a tempo quasi scaduto, reinventa il rock alla portata dei più, trascinandolo indietro nelle sue forme essenziali eppure vivissime. Lo fa nella temperie dei suoi testi, nei giri degli stessi accordi di sempre che Edge modella con abilità d’artista. The joshua tree cominciò a suonare e lo fece con la forza di un uragano muto. Lontano da involucri pomposi o attese da spasmo. Per questo forse non mi si attaccò alla pelle come invece fecero altre “immondizie musicali” di quell’estate di trenta anni fa. I miei diciannove anni mi trascinavano altrove quando non avrebbero dovuto. The joshua tree era la Rivoluzione paziente, l’onda lunga che solleva senza che te ne accorgi, l’orizzonte che sfuma al viola, il mare che si confonde ma non si piega all’orizzonte. Andate su You Tube e ascolte oggi “I’m still haven’t found what I’m lookin’ for”, ditemi poi se davvero non vi torna la voglia di mettervi a cercare qualunque cosa non abbiate ancora trovato.

A tutti buona notte.

Dublino

James Joyce nel centro di Dublino

Abbiamo chiesto prima a Joyce. Stava ad un angolo di strada fra O’Connel Street e North Earl Street. Nel mezzo della città. Nutro un’ammirazione sincera verso di lui. Non ci ha negato neppure un selfie. Continuava a tenere la testa in alto e gli occhiali storti riversi su un punto che noi miopi di tutto il mondo dobbiamo ancora mettere a fuoco. Il suo cappello poi si è piegato in uno slancio buffo pronto a volare, credo, verso quel medesimo indecifrabile punto. Dublino ha la sua gente. Continua ad averla. È la stessa di allora. Di qua dal fiume, prima di attraversare il ponte da mezzo penny, abbiamo chiesto a Joyce. Tira un vento fresco che porta pioggia. Nel resto del mondo il vento spazza via le nuvole. Qui no. Stende il verde sui colli il vento e fa incazzare perché è già tempo di sfilare la mantella di nylon dalla tasca dello zaino. Dublino non è caos. Da guardare o sentire. Dublino pare un solo grande quartiere che quasi non ce la fa a diradare in periferia. L’attraversi d’incrocio sul Liffey che taglia la città da ovest e una corrente invisibile ti trascina a Temple. Da lì poi cammini come attratto da un grande magnete che ti vuole dalle parti di Curved. Il muro con le facce giganti di Edge, Geldof, O’Connor non è buono ad ingannarci. Costringere il rock ‘n roll dentro a un tour guidato di museo è come tenere prigioniera la tigre nella gabbia di un circo. Abbiamo chiesto prima a Joyce. Che cos’è Dublino? Un’isola di Man su terraferma. Un carcere in rivolta per gente libera, forse. Cinta urbana che fa da avamposto ai venti e alle intemperie atlantiche. Joyce ha detto che Dublino è birra scura che scende e si fa sentire. Ora lo so. Lo sappiamo. Un mistume di pastelli che non sono ancora il verde d’Irlanda. Dublino ha la statua di Oscar Wilde e di Molly Malone, puttane cosmopolìte che non invecchiano. Una tramvia anarchica sfila per le vie del centro e passa sotto The Spire, gigantesca supposta d’acciaio lanciata in cielo a sfiorare il culo dell’eterno. Ti costringe a gettare gli occhi di là dalla coltre d’umido che s’è fatta un nido d’aria sopra queste strade che odorano d’antico. Abbiamo chiesto prima a Joyce. Che cos’è davvero Dublino? Non lo so ancora, ci ha risposto. È gente che ha memoria di sè. Ed è memoria dura la nostra – ha detto Joyce -, chiedete alle sorelle Nannie ed Eliza Flynn che abitano ancora in Great Britain Street. Chiedete ai morti di ogni mio racconto quanto Dublino sia passione vera e nascosta. E chiedete ai vivi che trovano rifugio alla sera dentro milioni di pinte a cui non rinunciano per partito preso. Guardate il colore delle porte che chiudono le nostre case in faccia al mondo. È il colore che ci tiene in vita e resiste al bianco della neve negli inverni gelidi. La stessa neve – dice Joyce – che cade stancamente su tutto l’universo. È neve che scende come scendesse la nostra ultima ora. Vivi o morti che ci sentiamo. Che poi è davvero l’ultimo dei nostri segreti irrinunciabili. Dublino è tutta qui, che ci smaschera, come una Guinness, densa e possente.

5/3/2022

La guerra. Le voci mi annodano la gola, la disperazione che infilza quelle voci. Che è disperazione di popoli. I treni stipati in partenza. Non sono orrore, mi dico. Cercano solo una via di fuga. Il sottofondo. Non suona una canzone dei Nottin Hillbillies, che ascoltavo (riascoltavo) dieci giorni fa quando il mondo era un altro. Sì, perché ho la fissa del tempo perduto io. E le canzoni dei Notting Hillbillies sono lì, dentro a Spotify, per questo. Musica che mi regala il come, qualche volta anche il dove, quasi mai il perché delle mie fughe al passato (per dirla con Tabucchi). Il sottofondo. Non una canzone triste. È un’onda che sposta il silenzio ai suoni sordi delle esplosioni. Guardo la tv, apprendo i numeri dei civili morti nei bombardamenti. È un periodo di invasioni il nostro. Virus, eserciti, cifre. Siamo invasi da cifre che si aggiornano all’indefinito. Drammatica conta di uccisi, trasloco macabro di cadaveri. Dalla pandemia da Covid senza un boia che debba essere condotto in manette a Norimberga alla pandemia da combattimento senza uno straccio di senso compiuto. La guerra, mi ha detto un amico, è un film di vecchia memoria trasmesso in diretta per i nostri schermi ad alta definizione. Il padre è riverso sul figlio e impazzisce all’idea che il ragazzino sia stato spazzato via mentre era in strada col pallone fra i piedi tra una sirena e la successiva. La madre tiene per mano la piccola e con l’altra stringe a sé il Kalashnikov. Lancio uno sguardo al Samsung che s’illumina al polso richiamandomi all’ordine. Mi dice il giorno e l’anno prima ancora dell’ora. Siamo al 5 marzo del 22 nel primo secolo del terzo millennio. Tempo presente, forma indefinita ed incomprensibile come un gerundivo da perifrastica che fa strage di gente inerme. Kiev delenda est. E la guerra esplode, e ci riguarda da vicino stavolta. Eccome. Le città ucraine s’infiammano e il fuoco divampa nel mezzo dell’Europa, non distante dai posti che Hitler scelse nel settembre del 39 per dare il via al suo disegno folle. Sappiamo tutti come finì e quanto costò “all’immenso uman carname”. Sarà la mia fissa del tempo e delle cose perdute, oppure i miei cinquanta e passa anni che non mi consentono più ricerche di campi lunghi in divenire. Ritrovo foto vecchie della mia città ridotta a una gigantesca e aggrovigliata maceria inerte. Era il gennaio del 44. Alzo la testa, passano le immagini di Kharkiv. È tutto uguale. Troppo, per essere vero.

Mattinata fiorentina

Palazzo del Podestà, Firenze

Era il settembre scorso. Il giorno resse per un po’ a nuvole larghe in un rettangolo di cielo che assomigliava a una pista di autoscontro. Poi il sole arretrò dinnanzi a quelle nuvole che si tagliavano la strada gettandosi addosso l’una all’altra come fossero pilotate da adolescenti perfidi e storditi. Uno strato d’aria grigia si stese sulle strade finché la pioggia spazzò via gli ultimi odori dell’estate. Occorsero mantelle e cappucci stretti sul collo a sfidare il gennaio mascherato che ci si era parato davanti gonfio di minacce. Non mi ero portato la tenuta del moschettiere ma solo un ombrellino da segaiolo per proteggere il naso sacrificando zaino e schiena, o viceversa. Mi parse di capire, al riparo del mio ombrello e della felpa ogni minuto più inzuppa, guardando in giro e soprattutto scrutando l’alto dei muri e degli orli – così come suggerito da Sam, il nostro splendido Virgilio -, che certi luoghi più di altri non si piegano alla luce che cambia di colore. Certi luoghi hanno un modo loro di stare nello spazio e nel tempo, resistenti e imperiosi. Non patiscono l’ineluttabile intercedere del giorno e della sera; tantomeno l’avvicendarsi più cauto delle stagioni. La penombra e il buio capitolano innocui contro i palazzi di pietra forte; li innalzano semmai a tutta la magnificenza che si portano appresso. I bugnati delle facciate impongono il chiaro e lo scuro all’intero scenario cittadino e mentre lo fanno rosicchiano margini all’indefinito. Attraversammo le vie del centro fiorentino in cerca di quello che c’é e non si mostra ad un’occhiata fuggevole. Quelle vie sono ciascuna uno scrigno che cova segreti e meraviglie di uomini che sbatterono in faccia al mondo la loro superbia e arroganza senza l’ombra di un risparmio. I Medici, gli Strozzi o i Pazzi li conosciamo fin dai manuali di storia di quando eravamo bambini. Così come sappiamo di Brunelleschi, Alberti, dello stesso Michelangiolo, il genio a libro paga di quel mecenatismo d’annata a tratti osceno e perverso. Ignoriamo invece i nomi di coloro che transitarono senza un soldo e morirono per aver issato o trasportato tonnellate di materie a tenere in piedi il tutto. Per aver dato corpo a un’idea. E se quell’idea si è realizzata lo dobbiamo proprio a uomini e donne che nei secoli hanno calpestato le stesse nostre strade di oggi senza lasciare impronte o forse lasciandone troppo in profondità nella terra per essere cancellate perfino da una vita vissuta come dei fantasmi. Straccioni, affamati che traboccano ad ogni argine della storia. Gente che passa senza lasciare in giro rumore o memoria, che se ne va prima di recare anche il minimo disturbo. Che non si svela, o lo fa quando ormai è tardi. Come il bambino che muore di freddo nel bosco d’Europa. E noi, di qua, alla fine del bosco, nelle vie di mezzo delle nostre città sempiterne, che facciamo? Nulla, a parte godere di tutto il bello che possediamo, e trastullarci con gli ultimi avanzi putridi di dolore e rimpianto. Sfacciati e inutili. Anche meno.

La Cumparsita

L’eterna gioventù di Maggiani

All’inizio c’è bisogno del segnalibro. Poi si prende confidenza con gli uomini e le donne che popolano il racconto e del segnalibro si può fare a meno. L’uso non è quello suo solito, serve piuttosto come passepartout tra una vicenda e la successiva, e tenere a bada un certo disorientamento. In questa grande saga familiare il trascorrere dislessico del tempo va oltre il turbillon di generazioni che Maggiani maneggia servendosi anche solo di un punto e a capo. Tiene insieme tutto il trascorrere dislessico del tempo. E assume facce e forme variegate. Non è un semplice andare e venire, un avanti e indietro disordinato nei giorni e nelle stagioni. Semmai un attraversamento vorticoso di secolo. Il più duro e inestricabile di tutti i secoli. Ce lo dice Maggiani per il tramite di una delle sue persone che cos’è questo libro. “Un pellegrinaggio. L’Artista pensa che non ci sia niente di male nel pellegrinare, andare nel tempo, tornare dove non si è mai stati, camminare incontro a un miraggio, non tornare più.”
Ho fatto un sogno un po’ di anni addietro, nei tempi in cui la mezza età cominciava ad affacciarsi opaca all’orizzonte svuotando i miei pensieri da convinzioni oramai in disuso e facendone nascere di nuove tutto sommato inattese. È lesta ad attraversarci la mezza età, lo fa senza accordare fermate intermedie.
Che più di un sogno, il mio era forse un rimpianto. Stavo al centro di una pista stretto ad una donna bella come poche. Aveva il volto giovane di mia moglie. Ci trascinavamo agili e leggeri, la musica che suonava era una Cumparsita di piano e fisarmonica. Le persone facevano spazio intorno e si ritraevano ai lati, neanche un respiro che ingannasse i nostri passi sicuri. Solo musica e corpi, e gambe sotto di noi che s’intrecciavano perdendosi per ritrovarsi all’istante. Non ho mai saputo muovere un passo di danza. Incarno l’anticristo in questo. Ho la negazione viva e velenosa mischiata a piastrine e globuli d’ogni forma e colore. Non ho mai tenuto dietro a Mary che è abile e piena di sole invece. La musica mi è entrata dentro per altre vie. Non ti serve il ballo se, bambino, perdi la testa per Lennon&McCartney. Neanche quando, più grande, ti inebrii di Neal Young e della sua Martin. Non ti serve il ballo per gli Zeppelin e i Nirvana. Non ci sgambetti sull’assolo di Hotel California. Puoi provarci nella città vecchia forse ma no di certo in posti come via del campo o su spiagge che sono il rifugio ultimo di pescatori e assassini. Allora devo aver patito un senso di colpa che ho nascosto a me stesso senza ritegno. Ho negato a Mary un compagno da stringere e far girare ad ogni occasione. Non c’è mai stata quell’occasione, anche se lei non posa ancora le armi e prova di tanto in tanto a muoversi tenendomi caparbia le mani sopra ai fianchi. Il mio elettroencefalogramma è piatto però, e non tornerà indietro dalla sua posizione di comodo.
Non sono buono a ballare, l’ho appena detto, ma se ascolto la Cumparsita, oggi come qualche anno fa, divento bravo a sognare. Quando sogno m’invento storie che poi sistemo un po’ alla volta su un foglio di Word. Qualcuna nasce morta. Altre soffrono di un rachitismo precoce. Uso il tasto Canc a ogni piè sospinto. Alla fine mi convinco, rileggo e salvo con nome, chiedendomi se davvero sia rimasto quanto serve, anche solo un filo esile che resiste all’usura perché ha abbastanza anima.
Poi ho comprato L’Eterna gioventù. Compro sempre troppi libri. Un giorno dovrò chiedere soldi in giro e sistemare un banchetto sulla strada per disfarmene. È una fiaba L’eterna gioventù, che si lascia scorrere in fretta come la mezza età. Perché culla l’idea di una speranza che tiene insieme le vite, “la speranza che non si limita all’apprensione ma conosce anche la gioia.” E intanto avvicina a un’altra idea, altissima e sublime. Prendo a prestito le parole stesse del Maggiani che scrive, taglia e cuce come un vero artista di sartoria. E l’Artista è anche la figura d’uomo al crocevia della famiglia di cui l’autore ci narra. Dura sei generazioni questa storia. Dipana dal figliastro di Giuseppe Garibaldi (che porta lo stesso nome del suo padrino), morto per non disperdere la memoria del Bresci che fu principe di tutti i vendicatori giusti. E giunge fino al giovane Menin, erede ultimo dell’Indomita Anarchia, quell’idea sublime tanto antica e scintillante che nessuna modernità passata presente futura riesce anche solo a scalfire.
Ho bevuto d’un sorso questo romanzo lasciando il segnalibro al capitolo che parla della felicità nei piedi. La stessa che ho sognato e che ho mancato di dividere con Mary.
Perché sono tornato alla fine in quelle pagine a spiegarmi che cosa mi ero perso? Parlano del tempo immediatamente successivo alla prima guerra, che fu tempo di occasioni mancate, tempo di guerra ancora, guerra vera: alla fame, al privilegio marcio, ad un re stupido e ai suoi luridi baroni. Piero, “orfano e reduce di una vittoria bugiarda” e la Canarina, anch’essa giovane d’una gioventù ostinata e ribelle, si lasciarono prendere dall’amore profondo. Dall’amore e dalla passione alla rivolta che cominciava ad accendersi dentro e fuori delle fabbriche, laddove “aveva eletto il suo campo di battaglia il nuovo esercito dei capitani d’industria, la nera creatura di un socialista che aveva abortito il socialismo”, colui che “si era impadronito della santa memoria dei Fasci di Sicilia e ne aveva fatto la guardia reale degli affamatori del popolo.” Combattevano la nuova guerra Piero e la Canarina e lo facevano al passo della Cumparsita che infuocava i loro cuori rinnovandoli all’amore e alla rivolta. E quei due travolgevano d’estasi gli astanti ogni domenica al circolo della Fratellanza degli Operai di Coronata. Ho riletto il capitolo O, il capitolo di Piero e la Canarina che struggono di tango fino a quando la Storia non prende la piega più nera che può. Più nera di quanto già non fosse. Ho riletto il capitolo della felicità nei piedi e ho tenuto stretto il mio sogno senza più bisogno di scriverlo. La Cumparsita, meraviglioso tango, danza agli estremi, non è di stimolo all’amore e alla rivoluzione. È essa stessa amore e rivoluzione. E così, come l’Anarchia, “non si può dire, si può fare e basta.”