Mattinata fiorentina

Palazzo del Podestà, Firenze

Era il settembre scorso. Il giorno resse per un po’ a nuvole larghe in un rettangolo di cielo che assomigliava a una pista di autoscontro. Poi il sole arretrò dinnanzi a quelle nuvole che si tagliavano la strada gettandosi addosso l’una all’altra come fossero pilotate da adolescenti perfidi e storditi. Uno strato d’aria grigia si stese sulle strade finché la pioggia spazzò via gli ultimi odori dell’estate. Occorsero mantelle e cappucci stretti sul collo a sfidare il gennaio mascherato che ci si era parato davanti gonfio di minacce. Non mi ero portato la tenuta del moschettiere ma solo un ombrellino da segaiolo per proteggere il naso sacrificando zaino e schiena, o viceversa. Mi parse di capire, al riparo del mio ombrello e della felpa ogni minuto più inzuppa, guardando in giro e soprattutto scrutando l’alto dei muri e degli orli – così come suggerito da Sam, il nostro splendido Virgilio -, che certi luoghi più di altri non si piegano alla luce che cambia di colore. Certi luoghi hanno un modo loro di stare nello spazio e nel tempo, resistenti e imperiosi. Non patiscono l’ineluttabile intercedere del giorno e della sera; tantomeno l’avvicendarsi più cauto delle stagioni. La penombra e il buio capitolano innocui contro i palazzi di pietra forte; li innalzano semmai a tutta la magnificenza che si portano appresso. I bugnati delle facciate impongono il chiaro e lo scuro all’intero scenario cittadino e mentre lo fanno rosicchiano margini all’indefinito. Attraversammo le vie del centro fiorentino in cerca di quello che c’é e non si mostra ad un’occhiata fuggevole. Quelle vie sono ciascuna uno scrigno che cova segreti e meraviglie di uomini che sbatterono in faccia al mondo la loro superbia e arroganza senza l’ombra di un risparmio. I Medici, gli Strozzi o i Pazzi li conosciamo fin dai manuali di storia di quando eravamo bambini. Così come sappiamo di Brunelleschi, Alberti, dello stesso Michelangiolo, il genio a libro paga di quel mecenatismo d’annata a tratti osceno e perverso. Ignoriamo invece i nomi di coloro che transitarono senza un soldo e morirono per aver issato o trasportato tonnellate di materie a tenere in piedi il tutto. Per aver dato corpo a un’idea. E se quell’idea si è realizzata lo dobbiamo proprio a uomini e donne che nei secoli hanno calpestato le stesse nostre strade di oggi senza lasciare impronte o forse lasciandone troppo in profondità nella terra per essere cancellate perfino da una vita vissuta come dei fantasmi. Straccioni, affamati che traboccano ad ogni argine della storia. Gente che passa senza lasciare in giro rumore o memoria, che se ne va prima di recare anche il minimo disturbo. Che non si svela, o lo fa quando ormai è tardi. Come il bambino che muore di freddo nel bosco d’Europa. E noi, di qua, alla fine del bosco, nelle vie di mezzo delle nostre città sempiterne, che facciamo? Nulla, a parte godere di tutto il bello che possediamo, e trastullarci con gli ultimi avanzi putridi di dolore e rimpianto. Sfacciati e inutili. Anche meno.

La Cumparsita

L’eterna gioventù di Maggiani

All’inizio c’è bisogno del segnalibro. Poi si prende confidenza con gli uomini e le donne che popolano il racconto e del segnalibro si può fare a meno. L’uso non è quello suo solito, serve piuttosto come passepartout tra una vicenda e la successiva, e tenere a bada un certo disorientamento. In questa grande saga familiare il trascorrere dislessico del tempo va oltre il turbillon di generazioni che Maggiani maneggia servendosi anche solo di un punto e a capo. Tiene insieme tutto il trascorrere dislessico del tempo. E assume facce e forme variegate. Non è un semplice andare e venire, un avanti e indietro disordinato nei giorni e nelle stagioni. Semmai un attraversamento vorticoso di secolo. Il più duro e inestricabile di tutti i secoli. Ce lo dice Maggiani per il tramite di una delle sue persone che cos’è questo libro. “Un pellegrinaggio. L’Artista pensa che non ci sia niente di male nel pellegrinare, andare nel tempo, tornare dove non si è mai stati, camminare incontro a un miraggio, non tornare più.”
Ho fatto un sogno un po’ di anni addietro, nei tempi in cui la mezza età cominciava ad affacciarsi opaca all’orizzonte svuotando i miei pensieri da convinzioni oramai in disuso e facendone nascere di nuove tutto sommato inattese. È lesta ad attraversarci la mezza età, lo fa senza accordare fermate intermedie.
Che più di un sogno, il mio era forse un rimpianto. Stavo al centro di una pista stretto ad una donna bella come poche. Aveva il volto giovane di mia moglie. Ci trascinavamo agili e leggeri, la musica che suonava era una Cumparsita di piano e fisarmonica. Le persone facevano spazio intorno e si ritraevano ai lati, neanche un respiro che ingannasse i nostri passi sicuri. Solo musica e corpi, e gambe sotto di noi che s’intrecciavano perdendosi per ritrovarsi all’istante. Non ho mai saputo muovere un passo di danza. Incarno l’anticristo in questo. Ho la negazione viva e velenosa mischiata a piastrine e globuli d’ogni forma e colore. Non ho mai tenuto dietro a Mary che è abile e piena di sole invece. La musica mi è entrata dentro per altre vie. Non ti serve il ballo se, bambino, perdi la testa per Lennon&McCartney. Neanche quando, più grande, ti inebrii di Neal Young e della sua Martin. Non ti serve il ballo per gli Zeppelin e i Nirvana. Non ci sgambetti sull’assolo di Hotel California. Puoi provarci nella città vecchia forse ma no di certo in posti come via del campo o su spiagge che sono il rifugio ultimo di pescatori e assassini. Allora devo aver patito un senso di colpa che ho nascosto a me stesso senza ritegno. Ho negato a Mary un compagno da stringere e far girare ad ogni occasione. Non c’è mai stata quell’occasione, anche se lei non posa ancora le armi e prova di tanto in tanto a muoversi tenendomi caparbia le mani sopra ai fianchi. Il mio elettroencefalogramma è piatto però, e non tornerà indietro dalla sua posizione di comodo.
Non sono buono a ballare, l’ho appena detto, ma se ascolto la Cumparsita, oggi come qualche anno fa, divento bravo a sognare. Quando sogno m’invento storie che poi sistemo un po’ alla volta su un foglio di Word. Qualcuna nasce morta. Altre soffrono di un rachitismo precoce. Uso il tasto Canc a ogni piè sospinto. Alla fine mi convinco, rileggo e salvo con nome, chiedendomi se davvero sia rimasto quanto serve, anche solo un filo esile che resiste all’usura perché ha abbastanza anima.
Poi ho comprato L’Eterna gioventù. Compro sempre troppi libri. Un giorno dovrò chiedere soldi in giro e sistemare un banchetto sulla strada per disfarmene. È una fiaba L’eterna gioventù, che si lascia scorrere in fretta come la mezza età. Perché culla l’idea di una speranza che tiene insieme le vite, “la speranza che non si limita all’apprensione ma conosce anche la gioia.” E intanto avvicina a un’altra idea, altissima e sublime. Prendo a prestito le parole stesse del Maggiani che scrive, taglia e cuce come un vero artista di sartoria. E l’Artista è anche la figura d’uomo al crocevia della famiglia di cui l’autore ci narra. Dura sei generazioni questa storia. Dipana dal figliastro di Giuseppe Garibaldi (che porta lo stesso nome del suo padrino), morto per non disperdere la memoria del Bresci che fu principe di tutti i vendicatori giusti. E giunge fino al giovane Menin, erede ultimo dell’Indomita Anarchia, quell’idea sublime tanto antica e scintillante che nessuna modernità passata presente futura riesce anche solo a scalfire.
Ho bevuto d’un sorso questo romanzo lasciando il segnalibro al capitolo che parla della felicità nei piedi. La stessa che ho sognato e che ho mancato di dividere con Mary.
Perché sono tornato alla fine in quelle pagine a spiegarmi che cosa mi ero perso? Parlano del tempo immediatamente successivo alla prima guerra, che fu tempo di occasioni mancate, tempo di guerra ancora, guerra vera: alla fame, al privilegio marcio, ad un re stupido e ai suoi luridi baroni. Piero, “orfano e reduce di una vittoria bugiarda” e la Canarina, anch’essa giovane d’una gioventù ostinata e ribelle, si lasciarono prendere dall’amore profondo. Dall’amore e dalla passione alla rivolta che cominciava ad accendersi dentro e fuori delle fabbriche, laddove “aveva eletto il suo campo di battaglia il nuovo esercito dei capitani d’industria, la nera creatura di un socialista che aveva abortito il socialismo”, colui che “si era impadronito della santa memoria dei Fasci di Sicilia e ne aveva fatto la guardia reale degli affamatori del popolo.” Combattevano la nuova guerra Piero e la Canarina e lo facevano al passo della Cumparsita che infuocava i loro cuori rinnovandoli all’amore e alla rivolta. E quei due travolgevano d’estasi gli astanti ogni domenica al circolo della Fratellanza degli Operai di Coronata. Ho riletto il capitolo O, il capitolo di Piero e la Canarina che struggono di tango fino a quando la Storia non prende la piega più nera che può. Più nera di quanto già non fosse. Ho riletto il capitolo della felicità nei piedi e ho tenuto stretto il mio sogno senza più bisogno di scriverlo. La Cumparsita, meraviglioso tango, danza agli estremi, non è di stimolo all’amore e alla rivoluzione. È essa stessa amore e rivoluzione. E così, come l’Anarchia, “non si può dire, si può fare e basta.”

Saluti

Mi chiedo cosa scrivere in un momento come questo. Quali parole usare per sfuggire al già detto, ai commiati facili e un po’ ruffiani. Ai saluti da cartolina. Ai ringraziamenti che ringraziamenti non sono. Come faccio poi a tener fuori chi non merita menzione e raccontare invece con poche righe di quanti nomi porto nel cuore? Ho lavorato in Obi per 19 anni, una cifra che impressiona. Le stagioni che occorrono a un neonato per diventare uomo. Il tempo che consuma una generazione intera nel mentre un’altra ne alleva. Un capitolo di vita lungo, lunghissimo. Tengo dentro una storia che varrebbe la pena rivelare dall’inizio alla fine. Al modo di Karl Ove Knausgård. Qualcuno si chiederà chi cazzo è Karl Ove Knausgård. Un tipo norvegese che ha scritto una roba bellissima dal titolo inquietante. “La mia battaglia” è il racconto della sua vita alto 3600 pagine. Ciò che lo rende unico rispetto a milioni di altre autobiografie sparse per gli universi che ci circondano è la scrittura che pratica il suo autore e l’obbligo a cui si è piegato quello stesso scrivere: la verità vera per il tramite del ricordo puntiglioso. La verità totale che penetra nei particolari più minuti ed anche (apparentemente) insignificanti di un’intera esistenza. La verità che non risparmia luoghi persone cognomi. La verità scandalosa di una vita maledettamente normale, vissuta al di qua di ogni grande avventura. Ecco, se non mi avesse preceduto Knausgård ed in più fossi dotato anche solo di un frammento del suo talento notevole avrei potuto pensarci io a tirar su un pippone oblungo dei miei anni in Obi. Lo giuro, ve lo risparmio. Concedetemi però un episodio, uno soltanto, tra tantissimi altri che mi saltano alla mente, giusto per ribadire e tenere fermo il pensiero di quanti uomini e quante donne straordinarie hanno popolato il mio mondo da mattina a sera, ogni giorno, sabato e domenica rigorosamente inclusi, in questi ultimi 19 anni di vita e lavoro.
Pietro è un addetto alle vendite part time nel reparto elettroutensili. Sa di trapani e martelli tassellatori, un professionista attento e preparato, ha un modo timido di concedersi alle persone, lo fa sottovoce, e con un sorriso che alle volte si allarga fino all’inverosimile. Pietro è giovane, riservato, disponibile ad ogni occasione. L’uomo, anche lui giovane, crolla a terra nella corsia della ferramenta e comincia una danza sdraiata, folle, che faccio fatica a comprendere per non averla mai vista prima. La gente attorno è irriverente fino alla derisione. Mi avvicino a passo svelto. Pietro fa un salto, due, è lì prima di me. Usa un tono di voce che continua ad essere il suo. Senza stonature intima ai quattro cinque curiosi di allontanarsi, crea spazio usando il corpo, getta via con le mani gli oggetti a terra che ingombrano il corridoio. La gente intanto si accalca e l’uomo continua la sua danza. Fa scudo Pietro allora, alza di un tono la voce, mantenendo intatto il garbo di cui evidentemente è un portatore sano. I curiosi si allargano fino a scomparire, l’uomo distende le gambe e calma il suo moto incontrollato. Pietro fa cenno che è tutto ok, non serve avvisare il 118. Sta per laurearsi. Sarà medico tra pochi mesi il mio collega gentile. Nelle pause di studio mette via qualche soldo sistemando compressori e bidoni aspiratutto sugli scaffali alti o raccontando alla gente di trapani e martelli tassellatori. Poi, se capita, tra un cliente e il successivo si porta avanti col futuro e salva la vita a chi ne ha bisogno. Senza perdere il sorriso in faccia e i suoi modi da uomo cordiale.
Il negozio Obi è il paese delle meraviglie. Puoi trovarti di fronte a Pietro, al Bianconiglio oppure puoi incrociare il Cappellaio Matto che prova a convincerti su uno smalto all’acqua piuttosto che a solvente. Il negozio Obi da oggi non è più il mio negozio. Non è una questione da poco. Non sono avvezzo allo scompiglio, anche se mi piace. Farò di tutto per meritarmi il bene che mi ha circondato in questi lunghi anni.

Appunti di viaggio

Faccio parte di una compagnia di amici alle prese con un mondo che svela di giorno in giorno la sua vera sostanza: è qui che sono state gettate le fondamenta e si è cominciato a tirar su pensieri in qualche modo stupendi. Prima che lo facessero tutti gli altri, Patty Pravo compresa. Quegli stessi pensieri che dovremmo apprendere e fare nostri fin da bambini. Perché l’età scolare è una montagna impervia di occasioni perdute. L’età scolare a volte è una ragazza bellissima che ti passa a fianco ma tu sei girato dall’altra parte.
L’Acropoli resiste ai cannoneggiamenti che l’uomo le ha riservato ad ogni epoca, e continua a vegliare dall’alto su Atene e tutta questa parte di globo. Delfi è una nicchia preziosa nascosta tra le montagne. Dispensa risposte ancora oggi, sempre e solo a chi insiste nel far domande. Il passaggio obbligato ed angusto delle Termopili, laddove i trecento soldati spartani bloccarono l’esercito possente del persiano Serse, ci rammenta che coraggio e arguzia si prendono gioco di abbondanza e forza dai tempi antichi. Messene e ancor più Olimpia sono luoghi invasi da una sacralità intensa e che più laica non si può; luoghi da frequentare in solitario all’ora del tramonto perché il sole oltre le rovine smaschera ogni singolo punto in cui passato e presente si liberano del mistero; smettono di sovrastarci quei punti e si lasciano attraversare nel mezzo di una penombra che ripara ed avvolge. Sono sceso in pista dal sottopasso. Ho guardato gli spalti dello stadio più vecchio dove per ben 1000 anni (tra il 700 a.c. e il 300 d.c.) si sono svolti i giochi olimpici. Ero già stato laggiù, in una vita differente.
Il verde fitto dei pendii e le chiome degli ulivi secolari, interrotti da righe di strade strette e fiumi in secca, scendono fino a valle adagiandosi nel mare trasparente del Peloponneso. Siamo seduti ad un tavolino nella città piccola di Pilos, guardo la bandiera greca sbattuta dal vento su un pennone vicino a noi. La mente devia d’istinto ad Alekos Panagulis e alla sua morte ancora da scrivere. Ripenso ai due giovani studenti che inaugurarono la Resistenza in tutto il continente arrampicandosi nel maggio del ’41 sul terrapieno del Partenone per strappare la svastica nazista, issando al suo posto i colori nazionali greci.
Trangugio una birra che ha un nome che non posso pronunciare ignorandone l’alfabeto di appartenenza. Arriva la notizia della morte di Gino Strada. Non so trattenere un sentimento improvvisato di tristezza. Ogni volta che muore uno spirito libero, esempio universale di virtù e azione mi capita la stessa cosa. Questi luoghi attorno sembrano riverberare il mio dispiacere profondo, come farebbe il migliore dei teatri antichi.

Le cassiere al tempo del covid

Toni sorride contento. È domenica e finalmente riapre il centro commerciale. Fare la spesa di martedì o venerdì è un po’ come sposarsi o partire per il mondo in quegli stessi giorni. Porta sfiga, lo sanno tutti. Non si fa e basta. E poi Toni lavora fino a tardi il martedì e il venerdì. Allora va di domenica, al mattino presto, e sbircia oltre il vetro con le mani sulle tempie a parare la luce ed attendere qualcuno che venga ad aprire, magari prima dell’orario. Ha bisogno di un sacco di cose Toni, ma non le comprerà tutte, gli servirà una scusa buona a tornare di sera insieme alla moglie che spinge il passeggino e guarda le vetrine delle scarpe o il robot che dicono assomigli al Bimby. Anche la fila in cassa di domenica è più vera, più corposa. Sa anche questo Toni. La gente sta appiccicata e si respira addosso. Come se il covid non fosse mai esistito. Si affaccia di là dal plexiglass e chiede alla ragazza il prezzo dello scopino bianco e nero che sua moglie ha scelto per il bagno nuovo. Non gli fa terminare nemmeno la domanda la cassiera. Abbassa la mascherina e urla nell’interfono: “Un addetto agli scatizzolamerda in cassa 9!” Lo ripete due volte. Toni guarda un signore anziano dietro di lui; ha bisogno di un gesto, un piccolo gesto anche solo accennato, che gli serve a tenere a bada la ragazza, marcare il terreno e condividere quel po’ di stupore improvviso con qualcuno. È ridotta a questo la domenica di Toni: elemosinare un ghigno, un naso che s’incurva, magari un sorriso scemo da uno sconosciuto qualunque. Nel suo giorno di festa. Niente, il vecchio è intento a fare gesti con una pennellessa in una mano e una roncola nell’altra, somiglia a un guerriero ninja arrugginito. Alza gli occhi alla fine e tra la maschera e il cappello di paglia basso in fronte sussurra a Toni qualcosa che lui non capisce. La cassiera si sporge dal plexiglass e gli fa un cenno: “Signore, stia attento quando torna a casa. Il tizio dietro di lei è un giustiziere e le ha appena detto che se ne va in giro ad ammazzare quelli come lei che la domenica vengono al centro per comprarsi il vinavil, i gancetti dei quadri e lo scatizzolamerda bianco e nero. Quei colori poi…”
Toni la fissa negli occhi un secondo o due, ha un sussulto. Tira fuori dalle tasche il vinavil e i gancetti che si era fregato, lascia tutto sul nastro e scompare. Restano lì invece, sospesi in eterno tra il vetro in plastica e la tastiera coi numeri, due occhi indemoniati e lucenti di giovane donna di guardia alla vita, cinquanta centesimi che sono il resto di Toni, e uno scopino bianco e nero che qualcuno alla fine di questa domenica di sole e cemento sulla testa dovrà pure comprarsi.

Le bestie giovani

Le bestie giovani, Davide Longo, Einaudi 2021

Ho letto questo libro perché mi ha esortato Baricco a farlo, qui in rete. Non ne vado particolarmente fiero. Di aver tenuto dietro a Baricco intendo. Che non è Calvino, e nemmeno Sciascia o Garcia Marquez. Novecento è un gioiello prezioso che abbiamo fatto nostro, tutti, quasi indistintamente. Più del film che pure non mi dispiacque. Di altre sue parole posso fare a meno. Chiusa parentesi (che manco avevo aperto). Quel suggerimento ad ogni modo me lo son tenuto buono, così ho comprato Le bestie giovani di Davide Longo. Ho dato uno sguardo all’anteprima, poi ho chiuso Amazon e sono andato in libreria. L’ho trovato subito, tra gli scaffali delle novità e dei libri suggeriti da Baricco, che continuava a sorvegliarmi  da dietro l’angolo del primo risvolto. Mi è venuto un dolore all’anca e la voglia di tornare su Amazon. Ho pagato in cassa alla libraia che non ha smagnetizzato l’antitaccheggio. Il suono della barriera ha risvegliato dal sonno anche l’uomo scimmia del Pleistocene ed io sono tornato indietro sorridendo in faccia alla ragazza: “La prossima volta lo rubo sul serio e fuggo in strada…” le ho detto, “…tanto la figura di merda è più o meno la stessa, almeno risparmio sul prezzo di copertina.”

Le bestie giovani dunque. Chi sono, cosa è rimasto di loro, quanta parte della nostra storia patria dobbiamo ancora apprendere? La vicenda ci è narrata per il tramite di due poliziotti che appartengono a generazioni differenti, differenti loro stessi dentro una ruvidezza tenace che li accosta e li vuole legati ancora per un’altra indagine. Il più giovane di loro si chiama Arcadipane, è un padre di famiglia normale fino al midollo, che lavora a cavallo del giorno e della notte e sbatte contro questioni che gli anni di piombo tengono ancora al caldo sotto la cenere spenta. Cemento, polvere e merda si respira da queste pagine che ci trascinano in una landa di nord austera fino ad irritarci. Le scene più autentiche mi pare che Longo sappia coglierle però al chiuso delle mura strette che il commissario giovane divide con la moglie e i suoi due figli adolescenti. C’è tutta la fatica di vivere dentro quelle mura, e il sudore dell’amore profondo. Longo, qui, a tratti, si fa campione di scrittura, al netto di quanto ci riferiscono i discorsi di Baricco, più marchettari che eruditi (è un complimento il mio, nei riguardi dello scrittore torinese, un elogio anzi, vi avverto).

“Gira intorno al letto e si mette dove la può guardare da vicino. Il viso lontano, la pelle un po’ lucida del grasso della notte, i seni sotto la camicia che la gravità preme al materasso. Non sa dire se è bella. È come se qualcuno ti chiedesse se trovi bello il tuo stomaco, il tuo fegato. Uno stomaco, un fegato non sono belli o brutti, semplicemente ci sono o non ci sono, dànno problemi o funzionano bene. Lei c’è. Funziona bene. E per questo lui vive. Non ha nemmeno bisogno di metterle la mano sul viso per sapere tutto questo. L’ha fatto così tante volte che è la sua mano a essere il calco di quella faccia. E non viceversa.”

Arcadipane esce di casa e va lontano a dipanare la sua matassa. Cerca quello che le bestie giovani hanno lasciato in giro, e magari un po’ di quell’altra porcheria più grossa che cola attorno le loro gesta. Bisognerà che qualcuno smuova il culo prima o poi e faccia come lui. Qualcuno che usi bene i ferri del mestiere e sappia scovare una verità degna di questo nome, in fondo alla storia che ha segnato la carne e lo spirito negli anni duri del terrore e della strage. Una verità complessa, intricata, non a buon mercato, fredda, alla larga dal pregiudizio scaduto e dalla propaganda che sa di stantio. Una di quelle verità che, nonostante tutto, non soffoca, neppure sotto la cenere spenta.

Livorno, dar Civili

Livorno, Bar Civili

Ripesco questo breve resoconto di una sera di un tempo diverso, trascorsa in luoghi che ci chiediamo se esistono ancora.

“Se vuoi berti un ponce vero e non sottrarti alla storia, c’è un nome solo”, dice il mio amico. È una notte appena accennata la nostra. Livorno e il suo centro bisognerebbe provare a respirarli a fondo. Così andiamo. Il Civili è un luogo che non ha niente a che vedere con la moda giovane. Né con la sua versione ultima in questo scorcio di millennio. Qui insomma non arriva l’eco della movida labronica. Il cartello fuori della porta dice che il bar è aperto dal 1929. Poi entri, ti guardi intorno e i volti della gente che riempie le sedie, pensi, sono gli stessi che stavano qua nel 1936, o nel 1981. I volti. Ancor prima dei gesti.

Siamo rimasti troppo poco. O, se preferite, ce ne siamo andati troppo in fretta. Alle volte capita di trovarsi immersi in un liquido di coscienza vaga. Metti a fuoco la vista e respiri un’aria strana, come di un luogo che somiglia a una frontiera. E non sai capire che tipo di frontiera. Quale ne sia cioè l’elemento, se debba calcolarsi in termini di spazio o di tempo. Rimane il fatto che ti senti sul limite di una distanza che si accorcia fino ad annullarsi. Potrebbe trattarsi di un ritorno ad un passato già vissuto che incrocia un futuro che non ci è dato immaginare, proprio in questa linea ombrosa di presente. Potremmo invece stare dall’altra parte del mondo, che so, su una route americana che ci spinge inesorabile sempre più a ovest.

“Uno rosso e quattro neri”, urla l’uomo della cassa al compare che si muove svelto davanti la macchina del caffè sul lato opposto del bancone. Prendiamo il nostro vassoio e ci sediamo. I volti della gente, dicevo. Segnati tutti o quasi da un’età che avanza impietosa e consuma come il sale marino. Mi paiono uomini e donne vecchi solo di facciata però. Bevono, sorridono e in silenzio schiacciano moccoli di cui sono inventori, quando non hanno da schiacciare sui tavoli l’asso di picche o mattoni. Il mio ponce nero è buono al punto da chiamarne un altro. Non si può. È ora di tornare. La fipili è la nostra route con gli autovelox.

Siamo rimasti qua troppo poco.

È un luogo che chiede tempo questo. Che vuol dire sorseggiare piano e parlare adagio. Guardo i colori dei bicchieri di un vassoio che mi sfila a fianco. Non c’è storia fra il nero (autenticamente anarchico mi dico) del ponce livornese e l’altro, il rosso, quasi tenue, che sbiadisce al mandarino.

Trovarsi

Il titolo mi ha tradito. Ho creduto scioccamente fino alla riga di chiusura che ‘mancarsi’ fosse un destino a venire, ciò che sta oltre l’epilogo, il bianco che prende corpo e di cui si riempiono le pagine dopo l’ultima. Questa in verità è la storia ordinaria e sublime di un incontro che la vita in un rigurgito d’improvvisata destrezza escogita a seguito di tanti, troppi giri inutili che la costringono ad un misero avvitamento su se stessa. ‘Mancarsi’ è tutto ciò che avviene prima di quell’incontro; aver vissuto di sbieco nell’incapacità di mettersi a fuoco, un traccheggiamento di cui doversi liberare prima o poi; ‘mancarsi’ è una forma riflessiva di verbo che dunque può essere rivolto solo a noi stessi.
Diego De Silva, forse grazie al nome che si porta appresso, nasconde la palla, fa il giocoliere, procura falsi presentimenti. Sta in alto sulla storia e la tiene in piedi con frasi che sono lanci illuminanti e in profondità; pennella giocate al limite della sfacciataggine, dispensa stati d’animo che pretende universali e che invadono certe zone di campo che noi lettori difendiamo fino al fallo da ultimo uomo. In fondo ha ragione l’autore: la scrittura è tutto fuorché reticenza. “È per via di questa reticenza che quando ritroviamo i nostri pensieri nei libri, sembra che ce li tolgano di bocca con tutte le parole. Allora li rivalutiamo. Ci viene voglia di riprenderceli, di difenderli. In un certo senso, cominciamo a parlare. Uno scrittore, sta pensando adesso Nicola, fa quello che ha appena fatto Pavel.” Che cosa ha fatto davvero Pavel e che cosa fanno gli scrittori? Nulla, tranne gesti di poco conto che però non passano inosservati perché riempiti della dose giusta di verità e coraggio.
Ho ritrovato questo piccolo libro nascosto sotto il peso di Guerra e pace ai lati della mensola lunga nel nostro soggiorno. Mi è tornato alla mente il momento in cui mia moglie qualche anno addietro lo teneva tra le mani mentre le chiedevo cosa stesse leggendo. Era seduta al tavolo e voltandosi mi mostrò la copertina. Rispose con una domanda: “Conosci Diego De Silva? Ci sa fare. Merita di esser letto questo breve e intenso racconto. Te lo consiglio.” Raccolsi il libro dalle sue mani, rimasi a guardarlo per un secondo o due e risposi che sì, lo avrei letto prima o poi.
“Non è mio. O meglio, non è nostro, me lo ha prestato un collega, e devo restituirlo al più presto.”
“Ok, lo leggerò nei prossimi giorni allora.”
Poggiai il volumetto sopra la mensola e di lui si sono perse le tracce per lungo tempo, fino a spuntare fuori dal nulla in una di queste serate con cenni lievi di pioggia e freddo, di un inverno timido, quasi a metà.
Irene e Nicola esistono in due universi vicini e paralleli. Lei “ha ricominciato a prendere la vita sul serio” dopo la separazione dal marito. Lui sperimenta a tentoni il dilatarsi del tempo e della libertà e fa l’inventario delle cose sbagliate che lo tenevano stretto a sua moglie prima che l’incidente se la portasse via insieme alla loro storia adattata. Buster Keaton, sullo sfondo di un locale del centro, è la figura ignara che salverà entrambi dalle loro vite precedenti, prioettandoli, chissà, in quel punto all’infinito, unico tra suoi infinti simili, pronto ad accoglierli in un’intersezione miracolosa di universi paralleli.
Ho chiuso il libro nell’istante in cui mia moglie è comparsa in soggiorno chiedendomi sorpresa dove lo avessi ritrovato. Ho sorriso al suo volto che scopro ogni volta dolcissimo, le ho risposto pregandola di riconsegnare al collega le sue pagine appena le fosse stato possibile. L’ho abbracciata guardando la parete di fronte, immaginando quali e quante vicende taciute mi hanno attraversato senza che me accorgessi. Non ho scorto l’ombra di un Buster Keaton triste in mezzo alle foto e tutte le altre immagini a riempire la nostra parete. Allora sì che ho potuto chiudere gli occhi lasciando che si consumasse piano la mia stretta.

Memoria

Anna Frank, particolare della casa museo di Amsterdam.

“Il giorno della memoria è un invito a ricordare, non obbliga nessuno a farlo, ma lascia una porta aperta per chi vuol sapere cosa è accaduto (Furio Colombo 2021).” E quando alla fine, fosse anche solo per sbaglio, tra la carta dei libri, nelle scene di certi film e documenti, dalla voce dei testimoni ancora in vita, scopriamo l’orrore, percepiamo la barbarie, annusiamo la puzza insopportabile del mostro, non possiamo più fare finta di niente. Non è possibile credere che i rastrellamenti a tappeto, le deportazioni di massa, le torture e le morti che a milioni ne seguirono, non ci riguardino. Non possiamo negare che “ebreo è uno di noi, ebreo è una persona che ha la storia di uno di noi”; che siamo scampati alle atrocità e agli eccidi per un dono accidentale di quella stessa storia a cui apparteniamo per primi. Io penso che non ci sia dato nascondere, o peggio, spedire al macero quel dono, in nessun tempo e luogo del nostro passaggio.

Del colonnello e altri personaggi a caso

Una versione originale del Coronel e Drago

Non vedo la strada, solo il ponte sospeso e le macchine che sfilano incolonnate oltre la finestra alle sue spalle. Lui parla di me e del mio lavoro che è buono ma non abbastanza. Non lo ascolto. Guardo fuori e conto le auto. Il sole si affaccia al vetro e inonda di luce gialla la stanza. Continua a parlare il direttore con un tono che conosco e che fa di tutte le occasioni sempre la stessa occasione. Non vedo più neanche il suo volto perché il sole ha fretta di scendere da questa parte di orizzonte e ora è un disco piantato nel sette della finestra. Come una punizione di Zico. Poggia gli occhiali sul tavolo e si strofina la faccia, mi chiede se lo sto ascoltando. Comincio a cantare in testa una vecchia canzone di Battisti. Fa una lunga disamina, non so di che cosa, parla di input e output e feedback, credo. Sento il fischio di un treno. Vuole che dica qualcosa, qualunque cosa che possa mettere a verbale. Non gliene frega niente di quello che penso. Che ne sai della nostra ferrovia che ne sai. Transita un furgone dei pompieri che interrompe la mia canzone. Stringo gli occhi più che posso e fisso la strada per qualche secondo. Non è possibile. Come avere un occhio di bue a un metro e mezzo puntato in faccia. Cerco una posizione migliore sulla sedia ed inizio a parlare.

La mancanza di una buona storia, e poi un’altra, e un’altra ancora, ti ha procurato guai a non finire, gli dico. Il dramma autentico è che non lo sai. Perché la mancanza di una buona storia, e poi un’altra, e un’altra ancora, non la conosci da dentro.

Che cosa non conosco da dentro?, il suo viso si allarga.

È sbagliata la domanda. Avresti dovuto chiedere “Quale dentro”? Ma avresti dovuto conoscere molte storie in più per porre correttamente la tua domanda. Dentro la tua finitudine comunque. Questa è la risposta alla domanda sbagliata. Ché siamo tutti esposti alla nostra finitudine. Lo sosteneva il filosofo, qualche evo fa. Lui sì che conosceva un sacco di storie. Non tutte le storie del mondo certo, perché tutte le storie, anche se non lo ammetti, credi di conoscerle solo tu. È questo che ti fa sentire superiore al resto degli uomini.

C’è un calendario appeso sul muro alla mia sinistra. La pagina è di un altro equinozio.

Non è vero diamine che sei superiore. Mi fa ridere a crepapelle solo pensarlo. Il tuo viso e i pochi vocalizzi a cui sei stato educato ti rendono convinto di ciò. Per riuscire soltanto un poco così ad ingannare il tuo prossimo ti servirebbero parecchie storie in più. Quando fai esempi che conosco a memoria non sei più neppure buffo. Perché vedi, anche se cambi i nomi propri – e di tanto in tanto pure qualche nome comune – la storia (che oramai non è altro che la parodia di se medesima) rimane sempre la stessa (un po’ come la canzone degli Zeppelin). Ti mancano le parole insomma perché hai rinunciato troppo presto ad una nuova storia, e questo problema lo devi affrontare a viso aperto prima o poi. Guarda però che si sta facendo sempre più tardi.

La foto sul calendario alla mia sinistra è un campo di grano che si stende a tappeto sopra il ricurvo della terra. Non c’è traccia di uomini a coltivarlo.

Una buona storia (e poi un’altra, e un’altra ancora) ti avrebbe concesso di uscire dalla camera senza vista che ti sei scelto. E dal cortile. Dal quartiere addirittura. O anche solo guardare oltre il buio della tua siepe. Una buona storia, raccontata con le parole giuste, sì. Meglio se parole scritte. Scendi le scale e magari ti ritrovi dal padre di tuo nonno che non hai conosciuto ma ti sarebbe piaciuto eccome. Oppure sali sulla barca di Long John Silver che ti spiega di sé e del suo modo fine di fare affari, che se lo capisci già ti sei preso una gran bella scorciatoia. E magari ti puoi risparmiare qualcuno di quei corsi farlocchi che chiamano di “formazione” e “aggiornamento.”

Si rimette gli occhiali e scivola in basso sulla poltrona. Scuote la testa portandosi una mano alla fronte. Il sole dietro di lui gli passa a fianco senza toccarlo.

No certo, che c’entra, mica tutti i corsi di formazione e aggiornamento sono farlocchi. Non intendevo questo. Voglio dire che a certi seminari, se proprio è necessario assistervi, dovremmo  tutti quanti essere un poco più preparati (e mi rivolgo a me stesso per primo, sia inteso), dovremmo aver fatto qualche compito a casa insomma. Che intendo? Beh, ti faccio un esempio a riguardo: tracciano due linee cartesiane e poi mi dicono che potrei essere uno rosso del primo quadrante, in realtà non mi sento né un rosso cazzuto del primo quadrante, tantomeno uno sfigato blu (ma anche un po’ verde) del quarto. Poi mi capita di distrarmi e pensare che starmene lì davanti a un tipo che spiega che non siamo tutti dello stesso colore e che le nostre relazioni debbano prendere le mosse da questo concetto nobile è come guardare mia figlia piccola che entusiasta mi recita per la dodicesima o tredicesima volta la scena di Grease con Sandy che canta Summer nights mentre il cazzone di Danny Zuko le fa il verso sulle tribune del campo da gioco. Giusto per dire che io ho mandato a memoria la sceneggiatura intera di Grease nel 1979, o giù di lì, ma voglio un mondo di bene alla mia piccola e non oserei mai mortificarla. Alzo la mano dunque per chiedere al tutor – a cui non voglio lo stesso bene di mia figlia – se posso togliermi dai coglioni. Metterla così però comporta il rischio che tutto vada a ramengo: il piano cartesiano, il corso di formazione, il mio lavoro. Intanto però la mano l’ho già alzata, e mentre il tutor si ferma, intuisce qualcosa lanciandomi uno sguardo diretto come uno scacchista in gamba che avanza ma non si scopre, tocca a me fare la mossa. Non c’è bisogno che alzi la mano per andare al bagno, mi anticipa. Siamo mica alle medie. E tutta l’aula a ridere di gusto. Mi guardo intorno, cerco una sponda nelle due tre facce amiche presenti e anch’io sorrido. Non devo andare al bagno, e lui lo sa bene quanto me. Sa pure che se intendo davvero scomparire devo farlo scegliendo di muovere il pezzo giusto. La mia abilità, se mai ne avessi una, sta racchiusa esattamente nel punto in cui mi trovo adesso. Posso soltanto concederle il passo. Accompagnarla con dolcezza, lasciare che sia lei a dettarmi la mossa, senza fremiti o avventatezza. La mia abilità. Al servizio della mia scomparsa. Potrei dire al tutor che ho un traghetto per la Sicilia che mi attende a Napoli e una volta a bordo saprei come far perdere le mie tracce. Oppure confessare che mi aspettano in teatro perché interpreto Giuda nel Mortorio. Potrei avventarmi nel gambetto di donna come Beth Harmon e svelare la mia identità vera: ammettere, lì, dinnanzi a tutti ed al tutor per primo che il mio vero nome è Anton Vokal. Dovrei però, da ora in avanti, e per il resto della mia vita, smettere di usare la lettera E.

Ma che cosa diavolo stai dicendo?, interrompe il mio delirio il direttore spingendo forte sui braccioli della poltrona. C’è un trattore in fondo al campo di grano che non avevo visto prima.

Perdonami la digressione e torniamo a te, direttore. Voglio aggiungere un’ultima questione. Se proprio devi leccare il culo a qualcuno, e tu sei campione del mondo in questo, che ne so, trovati un personaggio nuovo, che non sia il responsabile di ricerca e sviluppo o l’amministratore delegato. Lecca il culo a Marcovaldo, tanto per suggerirtene uno che non mi sta neanche troppo simpatico da quando lo conobbi più o meno al tempo di Sandy e Danny. Lui sì, Marcovaldo, meriterebbe che qualcuno gli leccasse il culo sul serio. Sai qual è il tuo vero problema direttore? Che non sei mai stato un detective della LAPD. Soprattutto non sei mai stato uno che si dà al narcotraffico, un aspirante assassino. Non hai avuto un poster di Rita Hayworth a coprire un buco nella tua stanza stretta. Non hai bisogno di affilare armi per sconfiggere il nemico dentro. Non sei salito in  groppa a uno schifo di cavallo e non hai provato una sola volta ad attraversare la Sierra Morena sopra quel cavallo. Non hai combattuto a Waterloo o ad Anzio, non hai trascorso un cazzo di notte a Chesil beach. Però sei svelto nelle cose tue. Arrivi primo mentre tutto intorno vacilla paurosamente fino a crollare. E quel tuo modo di arrivare primo, essere svelto, ecc. ecc. è sempre e solo lo stesso tuo fottutissimo modo triste d’intendere le cose. Che non serve a me e a nessuno qua dentro. Perché io, che non ho mai vinto neppure l’ombra di un premio alla fantasia (proprio come te), devo scegliermi ad ogni occasione una, mille, dieci milioni di strade differenti per intendere le cose. Ché la tua è a sfondo chiuso. Non solo non mi fa scattare niente, m’incupisce pure. Mi nega la voglia che ancora ho in serbo da qualche parte, nonostante tutto. Ché non m’è di esempio il personaggio che sei. Non lo è mai stato. Dalla prima volta che ci parlammo. Come invece non smettono di esserlo Raskolnikov e Gregor Samsa, oppure il colonnello che sta ancora lì, cazzo, e niente e nessuno gli toglie dalla testa che prima o poi qualche pezzo di stronzo dal ministero gli scriverà. E così potrà riscuotere la sua pensione e magari tenere con sé il gallo di suo figlio morto. E sai che ti dico? Sono certo in cuor mio che saprà offrire a sua moglie un piatto buono da mangiare. E quel piatto non sarà sempre e solo mierda. Mierda sì, hai capito bene, l’ho pronunciata giusta, perché credimi, nella sua lingua – nella lingua del colonnello – suona da dio. MIERDA! Lo ripeto ad alta voce guardando in fondo ai tuoi occhi spenti, casomai non comprendessi lo spagnolo. Casomai ti assalisse il sospetto che non sto dicendo a te.