Io, Bizio, Diego e Luis

Si chiama come il Ciro patriota giustiziato a Modena nel 1831 per cospirazione contro gli Asburgo. Il ct della nazionale Luis Cesar Menotti rinunciò però all’idea romantica di portar con sè ai mondiali (poi vinti in casa dall’Argentina al cospetto del dittatore Videla e del portiere peruviano Quiroga) l’adolescente che già era un talento straordinario, e che avrebbe irradiato di calcio e di genio il mondo intero a stretto giro di posta. Così io ebbi a scoprirlo solo nell’estate dell’anno seguente. Era un pomeriggio di un fine giugno afoso, la scuola chiusa e le strade del quartiere vuote. Davano la differita della partita che la notte precedente i campioni avevano giocato contro il resto del mondo: Passarella Ardiles Kempes da un lato, Rossi Platini Zico dall’altro, per intenderci. Non sapevamo il risultato io e Bizio. Comprammo solo un tubo gigante di patatine al mais e ci vedemmo la gara dal televisore Brionvega nel tinello di nostra nonna. Io e Bizio eravamo calciofili dentro, tifosissimi viola perché qualcosa o qualcuno ce lo aveva impresso a fuoco nei cromosomi. Nostro nonno guidava alla domenica sul padule e poi in autostrada fino all’Osmannoro. Di là dalla Fortezza e i viali infilava il cavalcavia che era già come stare stipati nel casino di Maratona, all’ombra della torre. Gli anni di mezzo del nostro Dieci illuminato e potente. Gli anni della Fiorentina di Alessio Tendi e Dino Pagliari. Il capocannoniere della squadra in quella stagione fu Ezio Sella. Otto gol. Nientepopodimenoché.
Luis Cesar Menotti dicevo. Era un tipo tosto e s’inventò qualcosa di burlesco per lasciare a casa il ragazzo prodigio. Dovette farci attendere poco però. Diego pianse a dirotto per l’esclusione e incazzato a bestia col suo ct si prese la Storia del calcio sulle spalle senza lasciarla andare più. In quel pomeriggio di un’estate del ’79 non lo avevamo ancora visto giocare, sapevamo appena chi fosse. Il suo nome era rimbalzato per caso dall’Argentina, certe immagini di quel ragazzo tarchiatello, dai palleggi improbabili e reti che si gonfiavano dopo un suo colpo sotto, erano apparse timide in qualche programma alla domenica sera. Insomma, non aveva ancora compiuto diciotto anni, non lo conoscevamo quasi, se ne annusava il talento per sentito dire, eppure io e Bizio, senza avere chiaro in testa questo pensiero, ce ne stavamo seduti nel tinello di nostra nonna ad aspettare di vederlo sullo schermo. Come fosse il terzo film di Trinità. Con le patatine e quel misto di ansia e gioia che non ci è concesso ad ogni occasione. Lo guardai correre sul prato prima del fischio. Era bellissimo già quando si scaldava. Non gli passavano il pallone e lui andò a strapparlo dalle gambe di uno che poteva essere Manfred Kaltz o Ruud Krol. Gli correva sopra, leggero, al Tango, e lo trattava con il rispetto e la cura che si usa a un neonato. Ballava, scartava, spariva e riappariva. Poi fece gol. Il suo gol. Dentro l’area, spostato a destra, controllo e calcio di sinistro a rientrare nel sette opposto. Leao si levò in aria con le braccia e le reni senza neanche sfiorare la palla. Saltai dalla sedia come un pazzo ed esultai girando intorno al tavolo non so quante volte. Ecco che il calcio s’inventò d’improvviso un modo nuovo e inusitato di rivelarsi al mondo. Differente da prima. Fosse stato anche per l’attimo che si consuma in un colpo sotto a rientrare nella porta avversaria di uno che si chiamava Maradona. Io e Bizio scendemmo in strada alla fine e facemmo la nostra partita con gli altri, e i mattoni a segnare le porte. Ero bravo a recitare la mia parte. Giocai con in testa la maglia biancoceleste quella sera in piazzetta. E per la prima volta da quando ero nato, il 10 sulle spalle, pensate un po’, non fu quello di Giancarlo Antognoni.

Ciao Diego e grazie di tutto.

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