Toscivághi al faidate

toscivághi al faidate

“Avete il presepe con il marmo dell’angelo che spezza le catene?” chiese uno di noi agli addetti alle vendite che indossavano maglioncini in tinta e ci guardavano sfilare senza dire una parola.
Scosse la testa un tizio che ricordo paffuto e pieno di capelli del colore della cenere, continuando a non proferir risposta e a fissarci con occhi imperlati di sorpresa. Alcuni spalancarono i denti, poi si spostarono lasciandoci il passo come si fa con le alte autorità. C’era chi mostrava spavento addirittura. Ma noi toscivághi della tribù nibelunga che viviamo sotto la riva sinistra del fiume che scorre tra il Falterona e la sua bocca non abbiamo mai fatto paura a nessuno.
“Chiedi a uno di loro se possiamo trovare lampadine fioche da qualche parte, quelle da trenta candele…” s’intromise Gnoguccio cogliendo al volo la sua occasione.
“Non so se dietro questo silenzio in bella mostra si celi la loro cronica paura dell’ignoto o si tratti piuttosto di incredulità inopportuna e malversa”, chiosò il più saggio tra noi, Gnodylan.
“Ma no, suvvia, vecchio Dylan, non lo vedi? Mi paiono oneste queste figure d’umani, inconsapevoli dopotutto, di là dalle loro voci zitte e dai sorrisi spenti…” insistette Guggio che teneva le mani strette nelle tasche.
Poi si presentò uno col maglioncino in tinta sporco di vernice, pelaticcio e nervoso, e tutto parve finire in baraonda: “Chi siete voi e da dove venite?”
Gnodylan non lo ascoltò avviandosi oltre, verso la pedana dell’illuminazione, per via di certe idee nuove che aveva in testa e faticavano a trovar luce. Guggio rispose nell’unico modo che sapeva: “Facciamo acquisti oggi. Compreremo di tutto. Anche mobili, se ne avete, ma solo di quelli che non hanno mai visto altri splendori.”
Nessuno di noi rise, perché conoscevamo Guccio e la sua malaugurata sindrome da citazione acuta. E nessuno lo avrebbe dissuaso a cambiare registro. Fino alla prossima canzone. Toccò all’altoparlante intervenire e chetarlo, con una di quelle frasi che di solito annunciano cattivi eventi se non vere e proprie sventure. Non fu così stavolta: la voce acuta da soprano metallico urlò che uno di noi aveva pescato il carrello jolly. Significava che tutte le schifezze di cui lo aveva riempito le avrebbe portate a casa senza tirar fuori un soldo. Fui colto da un’ansia terribile. Mi guardai intorno. Non lo vidi in giro. Attraversai di fretta il reparto degli addobbi natalizi, e poi le vernici, e i casalinghi. Continuavo a non vederlo. Lo avevo perso da un bel po’ di minuti a dire il vero. L’ansia crebbe a dismisura nel mio petto. Giunsi di corsa alla barriera casse intento a fermare tutti e tutto. Avrei chiesto scusa e ce ne saremmo andati senza creare altri casini a voi umani che non riuscivate a mettere via neanche un po’ del vostro sbigottimento nel vederci camminare per corridoi e scaffali. Gnoeta mi picchiò sulla spalla da dietro mentre me ne stavo in piedi su un pallet di stelle di natale allungando il collo per capire chi, tra noi, in testa alla coda della cassa numero due stesse riempiendo il terzo o quarto sacco arancione senza il minimo ritegno. Fui colto di sorpresa e caddi con un piede dentro uno di quei vasi pieni terriccio, ma il mio petto si sgonfiò di colpo alla sua vista. Ringraziai il Dio Padre di tutti gli gnomi nibelunghi che Eta fosse lì, in quel preciso istante, accanto a me a scrutare da lontano la testa della cassa due. Lo abbracciai pregandolo di non fare trucchi con la sua spesa e di svuotare i calzoni prima della barriera antitaccheggio. Poi scavalcai la fila e ordinai alla signorina dietro al plexiglass di devolvere la vincita al carrello successivo. Gnoalice mi fissò con gli occhi pieni di una dolcezza triste e profonda chiedendomi di non rovinarle il suo momento di gloria atteso da chissà quanto tempo. Contai due abat jours, un tappeto senegalese, cento (duecento forse) pacchi di batterie stilo, un segaccio da giardino, reti per olive e diverse buste di tnt. E un mucchio di altra roba. Non ebbi il coraggio di pagare quello che Alice aveva vinto senza inganni di sorta.
“Perché tutte quelle pile?” le chiesi.
“Mi conosci Gnorri. Sono vecchia, tanto vecchia, ma non ancora del tutto stupida. Sapevo che avrei vinto il mio carrello e sapevo che ciò mi avrebbe fatto felice al punto di consumare in un colpo solo tutta quanta la riserva d’eccitazione. Le pile serviranno a ricaricarmi una volta a casa, quando sarò così a terra che non riuscirò neppure ad alzarmi dal letto e di certo avrò dimenticato la meravigliosa giornata trascorsa fuori dai confini soliti, travestita da intrepida avventrice di supermarket, sommersa sotto un’orda di oggetti che mi regala grosse manciate di felicità a prezzi di volantino. Non più soltanto in mezzo ai miei simili, ma nel caos ordinato di relitti umani in transito da questo Natale strano a non sappiamo bene dove. Pensi che potremo tornare a comprare i botti di capodanno, Gnorri? Senza carrello jolly stavolta, te lo giuro!”

Dal Diario del raccontatore toscivágo Gnorri

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