Racconti dentro a una scatola (5)

Gli occhi cominciarono a bruciarmi. Colpa di una pessima lettura, mi dissi. Colpa di una lettura che fa bruciare gli occhi. I nostri sensi non si affaticano se li immergiamo in un qualunque bagno di piacere. Le parole invece presero una piega strana e le vidi come avvolte da una nebbia che si posava al centro della pagina scivolando subito dopo ai lati per far posto ad altra nebbia. Eppure non mi dispiaceva affatto quello che avevo fino ad allora letto. Socchiusi le palpebre ed alzai la testa al soffitto. Cercai nella memoria altre parole. Che non fossero lì con me, in quel momento, ma che mi appartenessero in un certo modo. Che avessero lasciato traccia in un altro tempo della mia vita. Non trovai nulla. Allora tenni stretti gli occhi al buio in attesa che una luce qualsiasi fosse costretta a farsi largo in un varco che si incuneava da dentro. A voce alta recitai L’Infinito di Leopardi. Non lo avevo mai imparato a memoria L’Infinito di Leopardi da ragazzo. Meglio, ero certo di non averlo fatto quando la maestra ce lo chiese rimbrottando severa chi tra noi non si era presentato a scuola con “l’ermo colle” e tutto l’armamentario appresso piantato bene in mente. Avevo letto al pomeriggio la poesia tre, quattro, dieci volte prima di arrendermi sgomento. La maestra il giorno dopo mi guardò quasi schifata quando mi rifiutai di pronunciare anche solo il titolo. Va da sé che non mi ero più avvicinato a L’Infinito neanche alle medie o al liceo. Avevo sempre evitato Leopardi con il talento e la grazia dei più grandi praticanti di slalom. Quell’esperienza di bambino trattato in malo modo dalla sua maestra per colpa di un pugno di righe scritte dalla mano di un tizio pieno di casini (che non aveva uno straccio di ragione per rompere i coglioni proprio a me coi suoi casini, oltretutto a centocinquanta e passa anni dacché era morto) mi aveva segnato per tutto il mio avvenire di studente e oltre. Fino al giorno in cui non recitai a memoria L’infinito in un serata d’inverno a occhi chiusi sulla poltrona a casa di mia madre. Fui sorpreso al punto di riprovarci.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando…

E una terza e una quarta volta. Mi arresi di nuovo dunque, a non so quanti anni di distanza, di fronte a L’Infinito di Leopardi. Mi arresi stavolta per aver scoperto che deve esserci un sistema insondabile per cui certe cose non ti lasciano in pace, ti si appiccicano addosso oltre ogni tua resistenza fisica. E volontà di rigetto. E ottuso rifiuto. E fuga da ogni parte. Continuai a recitare L’Infinito di Leopardi per altro tempo ancora, seduto sulla poltrona. Continuai fin quando fui certo che non sarei mai più stato buono a dimenticarlo. Mi convinsi in quegli attimi che devi prendere un respiro profondo prima di buttarti dentro a quell’idillio di frasi e sintagmi, perché serve intonazione, rigore ed apnea. Ecco il segreto per mandarlo a memoria senza la minima fatica. Puoi scegliere la tua ottava ma non puoi improvvisare pause e stacchi che non ci sono. Non ti è concesso mai e poi mai spezzare e buttare in aria alla cazzo di cane i magistrali accostamenti semantici che stanno fuori o dentro ai ripetuti enjambement. Soprattutto non lo puoi fare in quell’ultimo verso che vuole a sé gli ultimi resti di fiato che serbi nei polmoni. Ben sapendo, come Leopardi, che non verrai a capo di nulla.
Ecco che il naufragar diventa davvero dolce in questo mare.

Poi, una volta fuori dalla nebbia, ripresi a leggere sul quaderno marrone.

Passerella azzurra 14 aprile 1984 d.c.

Dora è seduta a cavalcioni sul muro basso sopra il rigo d’acqua quasi immobile e guarda in faccia il muro alto della scuola. Aspetta che la sorella finisca la sua lezione di italiano, così torneranno insieme a casa. Dora è uscita prima perché la prof di ginnastica è ammalata. Niente lotta greco romana dunque. E’ brava nella lotta lei. Ma non lo dice in giro. Certe cose, pensa, non debbano dirsi. Sente una fitta in fondo la ragazza, torna il dolore. Sente che nello stomaco (ma forse non è lo stomaco) sta incominciando adesso il dolore. Come se una fiamma si accendesse e diventasse sempre più forte. Dora sa che le fiamme non diventano più forti. La fiamma è spenta o è accesa. Lo dice anche Battisti in quella sua canzone che le piace da pazzi. Guarda al muro della scuola e pensa che lei non ci tornerà più là dentro. Poi gira gli occhi in basso verso il rigo d’acqua nascosto dagli sterpi e dai rovi. Giorni di secca. Non piove da mesi e il fiume non ce la fa più. Anche Dora è come il fiume. Secca, e piena di sterpi che dentro vogliono inghiottirsi tutto.
Il dolore.
La campana rimbomba nell’aria e il suono prova a portarsi via tutto il resto. Magari si portasse via anche il dolore. Cominciano a sentirsi le urla. Le urla dei maschi arrivano per prime. Qualche sciocco sguaiato lancia al cielo le note storte dei Frankie goes to Hollywood. Ride Dora e si piega sul muricciolo perché fa fatica anche a ridere. Arriva il primo sciame di studenti. Spuntano dai cancelli e dalla strada in basso. Li vede da sopra la passerella azzurra. Qualcuno corre e inciampa. Vola uno zaino anche. Libri e quaderni sparsi a terra. E risate di bambini stupidi che non meritano nessuna considerazione. Ma forse non è così. Lui passa vicino a lei. Si scambiano un sorriso, accennato come l’incipit di chitarra in quell’altra canzone di Battisti. Dora crede che non tutti i ragazzi siano sciocchi adolescenti senza importanza. Lui si volta. Lo sente. Anche lei si volta. Si rivedranno da qualche parte. Presto. Altre facce si mescolano davanti ai loro occhi e lui scompare dietro a quelle facce. Ecco che i ragazzi tornano a essere stupidi. Come si fa a interrompere un momento come questo? pensa Dora che prova ad alzarsi, inutilmente. Ma si rivedranno, domani forse, e i loro sguardi vorranno di nuovo incrociarsi.
Ecco che da lontano scorge la sorella. Anche lei è una cosa bellissima. Il dolore scompare e Dora pensa già alla sera che le attende, con il padre che suonerà alla festa e la madre che farà il discorso introduttivo. Lei e la sorella dovranno occuparsi delle più piccole, guidarle sopra il palco nel loro gioco di funghetti danzatori. Anche Dora e la sorella sono state funghetti danzatori. Poi tornerà il dolore e il fuoco marcirà insieme ai residui della cena dentro allo stomaco (ma forse non è lo stomaco). Si guardano le due sorelle, ora che sono vicine l’una all’altra. Sono sempre state vicine loro. Lo sanno entrambe. Sanno bene che il dolore di Dora non si può guarire. Non valgono medicine e formule magiche. E’ talmente in fondo il dolore che non lo peschi neanche con quelle lunghe pinze da idraulico. Il dolore, sanno anche questo le due sorelle, non viene dallo stomaco. È impossibile sapere dove nasca. A un certo punto lo scorgi dietro agli occhi di una persona amata. E pensi che sia terribile. Non si torna indietro più. Se ne vanno le ragazze, senza parlare. Scendono verso il centro del paese, l’aria calda di un pomeriggio di sole e vento spinge le loro gambe di atlete e ballerine. Si affaccia al muretto l’ultima volta Dora. Guarda il rigo d’acqua che scompare e riappare più avanti oltre gli sterpi e i rovi. Aspetta. Non si sa per quanto. Non c’è fretta. Lo capisce. L’acqua tornerà a crescere dentro al letto e si riverserà violenta, poco più avanti, nel fiume grande. Pensa al fiume Dora. Non lo sa perché pensa spesso al fiume negli ultimi tempi. Ha letto una favola di due fratelli che sono rimasti a chiacchierare sulla riva sinistra quando non avrebbero potuto. Volge la faccia al cielo e calcola l’ovest. Senza pronunciare parola. Quale la sponda della necropoli? si chiede. Risponde la sorella a voce alta: “Non c’è est e non c’è ovest. Dovrai inventarti dell’altro Dora. E io verrò con te. Lo sai vero?”

Continua

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