Racconti dentro a una scatola (4)

Ci sono pagine scritte che pretendono più di una semplice lettura. Non perchè troppo difficili da comprendere, semmai restie nel rivelarsi compiutamente al primo lettore venuto. Mantengono una certa distanza, si concedono poco alla volta lasciando in aria uno strano sentore. Vogliono altri passaggi, maggiore attenzione di quella che sei solito usare per i tuoi svaghi. Dunque rileggi da capo mentre quelle righe si trasformano repentine sotto i tuoi occhi, svestono ogni indumento superfluo e diventano intime al punto di apparire una confessione del tuo stesso spirito. O un’anticipazione di un futuro che ti si svela d’improvviso, quasi a tradimento. Così ti ritrovi tra le mani uno scenario che consumerai in un giorno di un tempo lontano. Come un gettone di giostra tenuto a lungo in serbo nelle tasche di un bambino.

Per chi suona la barriera

I pantaloni gli scendono bassi in vita e dalla cintura logora spuntano tacche oramai in disuso. Il gancio della fibbia è infilzato nell’ultima, quella più interna, e non c’è spazio per nessun altro buco.
Io quel suono lo odio. Perché è quasi sempre (quasi sempre) un suono di disperazione. L’intermittenza mi fa ancora più senso. Come tutte le intermittenze s’incunea nella pelle oltre che in testa. Vorrebbe sfondarmi le budella e richiamarmi al dovere. All’intervento. Al poliziotto che non è in me. Addirittura vorrebbe erigermi a giudice. Pensate un po’. I giudici, quelli che a milioni camminano per le strade, popolano gli uffici, le fabbriche, i ristoranti, le spiagge d’estate; i giudici che ti guardano di là da una qualunque cattedra eretta al momento: sono peggio dei prestatori di denaro a strozzo. Ascoltano il neo melodico i giudici. Ignorano chi fossero Brian Epstein e George Martin, e disprezzano Maradona solo perché non ha giocato per loro e in più si faceva di coca. I giudici mi fanno da sempre un po’ schifo. Se dio, alla fine di tutto, sarà lì solo per questo mi farà schifo un poco anche lui.
Il vecchio è tornato indietro, senza premura, appena il suono infernale dell’antitaccheggio ha riempito l’aria intorno. “Non ho preso nulla”. Chi sono io per non credergli? “Ok, allora sarà stato un contatto. Provi soltanto a ripassare…”
Il rumore è più forte di prima. Tira fuori da sotto la maglia una busta di semi. “Va bene…” dice, “…è questo che suona.”
Fagiolo verde nano. Un euro e diciannove.
“Mi piace il fagiolo nano”. Chi sono io per non credergli? Piace anche a me il fagiolo nano, con un filo di extravergine e una spruzzata di pepe nero.
Lo scruto in viso. Ha gli occhi chiari e piegati agli estremi, segni di vita dura. “Arrivederci”. Mi saluta con la mano. Lascia i semi sul banco, si allontana e di nuovo esplode la barriera.
“Ancora?” Urlo quasi.
Si volta verso di me. Non dice nulla stavolta. Dalla maglia estrae un’altra busta di semi, come un Silvan vecchio stile. Peperone Atzeco.
“Si va sul piccante eh?” Mi esce così.
“Sì, meglio non dare nulla per scontato. Metti che mi ritrovi in un gran bel giro una sera di queste. Il piccante aiuta.”
“Certo, il piccante aiuta. Non è il Viagra ma sempre meglio di niente. C’ha dell’altro sotto la maglia? Magari facciamo un prezzo di stock.”
“No, il peperone era l’ultimo, giuro.”
Avrebbe voglia di parlare ma non lo fa. Accenna un passo verso l’uscita e ricomincia il casino. Torna a guardarmi con quei suoi occhi piegati dal tempo e dalla vita passataci attraverso chissà con quale impeto. Infila dentro una mano dal collo. Mi porge la Salvia Officinalis.
“Perché la salvia?” domando.
“Perché non ho trovato il basilico, che adoro nella pizza.”
“Ma la salvia non c’entra niente col basilico, scusi.”
“Qui devo darle ragione. Ho commesso un peccato.”
“Prima che quel coso ricominci a minacciarci, tiri fuori tutto quello che ha nascosto là sotto.”
“Non ho più niente, stia tranquillo.”
Non finisce la frase, si muove appena di lato e il suono riparte. Guardo in basso e noto un rigonfiamento nella tasca destra dei pantaloni. Glielo indico: “E quello?”
Estrae una bottiglietta in plastica: “L’olio per il motorino. Mi si è accesa la spia mentre venivo a fare spesa…”
“…a fare spesa, quale spesa?” Non mi risponde e non guarda più neppure dalla mia parte.
Vorrei ridere e offrirgli uno Spritz. Vorrei parlare con lui e sentire le storie che non mi ha mai raccontato. Vorrei pure abbracciarlo, e dirgli che anch’io, quando un giorno me ne andrò per supermercati a nascondere semi di piante sotto la felpa, saprò farlo con quegli stessi occhi suoi piegati agli estremi. Occhi usurati dalla rinuncia forse, che non cercano disperate vie di fuga abbassandosi ad implorare pietà o perdono ad uno stronzetto qualsiasi che ti ferma appena suona la barriera.

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