Pablito

Lo sapete bene. La primissima immagine che vi si accende dentro è la vostra, in quel torrido pomeriggio di un luglio lontano quasi quarant’anni. Ricordate esattamente dove vi trovavate. Davanti a quale tv, chi vi stava seduto accanto e gli occhi che avete incrociato al primo gol, e al secondo, e poi a quell’ultimo che chiuse i giochi quando lui deviò di puro istinto il tiro di Tardelli fregando per sempre Valdir Peres. A due metri dalla sua porta. Non vincemmo e basta la partita col Brasile più forte di ogni tempo (più forte anche di gilmar djalmasantos niltonsantos zito bellini orlando garrincha didì vavà pelè zagallo, e perfino più forte del Brasile di rivelino jairzinho dinuovopelè, che ci prese a schiaffi nella finale del ’70); non ci qualificammo semplicemente per le semifinali del torneo avendo battuto le due squadre destinate al titolo prima di tutte le altre; sono certo che diventammo Campioni del mondo proprio in quel pomeriggio di un luglio torrido del 1982. La Storia del calcio – e non solo – parve impazzire. Perché senza dubbio Italia-Brasile è parte integrante e inossidabile della nostra Storia. Quei novanta minuti stanno esattamente in mezzo a un prima e un dopo. Il fatto è che nessuno di noi si era mai dato la briga, in cuor suo, di sentirsi campione del mondo, al di là della merda che la vita continuava o meno a gettargli contro. La squadra, il suo tecnico deriso e sfanculato da tutti, il gigante Dinozoff, e prima di ogni altro il centravanti triste e ritrovato d’improvviso, quasi per magia, in un pomeriggio da tropico del cancro al campo Sarrià in terra catalana, furono un prodigioso tramite, il cavallo di Troia che catapultò la nostra comunità, di botto, al centro dell’universo, senza che una sola anima nell’intero paese – tranne il mio babbo, lo ammetto, per via del suo ottimismo onirico, quasi naif – avesse soltanto osato sognarlo. Quando una sera di quelle ero tornato a casa dopo aver visto alla tv del bar la nazionale carioca battere per tre a uno l’Argentina di Maradona – per cui noi, nella terza e decisiva sfida, eravamo costretti alla vittoria contro i verdeoro – chiesi a mio padre, che aveva già i biglietti in tasca per Barcellona, cosa saremmo andati a fare laggiù senza un minimo di speranza.
“Non ti ho insegnato nulla fino ad oggi giovanotto…”, mi rispose, “…noi andiamo là per vincere, punto”. Fu un mantra il suo.
Paolo Rossi era stato un fantasma fino al giorno della sua tripletta al dream team di falcao zico socrates eder. Scelse quel pomeriggio per tornare ad essere Pablito, il goleador dei giorni che parevano dimenticati. I giorni in cui aveva trascinato il Vicenza di Cerilli e Filippi al secondo posto in campionato dietro la juve, i giorni del mondiale argentino giocato alla grandissima, e tutti gli altri momenti radiosi affogati nel buio del calcio scommesse e della lunga squalifica. Si scosse la polvere di dosso con quel colpo di testa poco dopo il fischio d’inizio che ci illuse per una manciata di minuti, e sfoderò poi tutta la sua arguzia di predatore nel gol che segnò dopo esser scivolato lesto come un felino a ridosso di un pallone che le gambe di Junior, Luisinho e Falcao parevano chiudere a roccaforte. Cosa posso aggiungere? “La Storia ci racconta come finì la corsa, il Brasile deviato lungo una linea morta, con l’ultimo suo grido d’animale (il gol di Falcao), la selecao eruttò lapilli e lava, poi esplose contro il cielo e il fumo sparse il velo, nessuno la raccolse, ché tanto più non respirava.” E così, insieme alla squadra brasiliana più forte di tutti i tempi, Paolo Rossi sotterrò i sogni di un continente intero piegato in due nel suo dolore al di là dell’oceano.
Non so dirvi se i mondiali di Spagna furono anche il tentativo estremo di combattere la mancata speranza di riconoscersi e ritrovarsi, fosse solo per il tempo di un torneo di calcio, dentro un’idea di popolo appartenente ad un orizzonte libero, prima del marciume da rampantismo fallico e individualista che ci avrebbe invaso di lì a poco. Il 5 luglio 1982 non fu l’8 settembre, tantomeno il 25 aprile, è sicuro. Ma non è questo il punto stasera. Ciò che sappiamo è che un ragazzo umile e spietato, con una squadra di spalle i cui nomi avremo mandato a mente d’un fiato come l’Ave Maria, ci fecero dono della partita del secolo e di un racconto limpido che vale ancora la pena tramandare.

Ciao Pablito. Buon viaggio a te.

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