La finta di Falcao

“La partita” di Piero Trellini è un lungo viaggio. Il treno su cui sei seduto ferma a mille stazioni che non conosci e neppure ti aspetti, e attraversa paesaggi astrali che legano assieme uomini, calcio e storia. Usa una scrittura da romanzo l’autore, sa tenerci inchiodati alla pagina, la frase è breve e il ritmo non cede a tentennamenti di sorta. Gli riesce perfino il colpo a sorpresa. La partita della vita, quella tra due squadre che non si assomigliavano, di paesi distanti, divisi da un oceano che da sempre cancella in fretta ogni scia d’elica che lo attraversa, è Italia-Brasile. L’anno è l’ottantadue, il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati tutti quanti campioni del mondo. E lo facemmo esattamente quando Abraham Klein emise il triplice fischio alla fine di quel pomeriggio torrido del 5 luglio dentro lo stadio Sarrià di Barcellona. Ogni sfida che si rispetti ha una chiave di volta. Un episodio che vorrebbe annullare tutto il resto, l’apice che spacca in due l’evento e travolge di colpo gli equilibri raggiunti. Ogni spettatore che vive quella sfida al punto da non riuscire più a distinguersi da chi è chiamato a combatterla in mezzo all’arena sente arrivare quel momento che lo trascinerà via per sempre. Bearzot ammise di come un bacio che il suo portiere gli aveva stampato sulla guancia al rientro negli spogliatoi lo avesse segnato nel profondo, più delle parate che quel quarantenne miracolato aveva dispensato a tutti noi dal campo. Trellini ci racconta del suo istante in due pagine che mi paiono raggiungere il culmine in quanto a densità e tensione: “Cerezo alza una gamba e riceve d’interno. Aspetta che la palla sfiori l’erba, solleva la testa per vedere i compagni e, innamorato di se stesso, si contorce appena per appoggiare il pallone verso la sua sinistra. […] Il mondo recita il primo sillogismo del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, è tutto ciò che accade. È la totalità dei fatti, non delle cose. Un uomo che corre verso la palla è un fatto. E l’uomo che corre viene dal nulla. È l’uomo che ha capito tutto prima ancora che il tutto possa prendere forma. Si trova infinitamente più indietro della linea brasiliana che adesso sta per spezzare.” Paolo Rossi intercettò l’appoggio di Cerezo e incuneandosi tra Luizinho e Junior fece qualche passo in avanti, tirò in porta e battè Waldir Peres. Due a uno per noi. Era il venticinquesimo del primo tempo. Io stavo là, in piedi dietro a quella porta, ed ho già scritto del mio attimo che in mezzo a quella bolgia mi rapì al mondo. Racconterò di Falcao e della sua finta in un pomeriggio di un luglio torrido al vecchio Sarrià di Barcellona. La finta che spostò di lato Tardelli e Scirea, e una difesa intera schierata a riccio davanti al nostro portiere. La finta che si portò appresso la curva dei tifosi delle due squadre, mescolati a migliaia dietro la porta di Zoff che poi era il nome di quel portiere. Racconterò che insieme a Tardelli e a Scirea furono risucchiate nel vortice due nazioni e tutta l’acqua dell’oceano che sta in mezzo a dividerle. Il mondo ondeggiò paurosamente a sinistra mentre Falcao, palla al piede, piegava verso il centro del campo liberando un calcio secco a mezz’aria che sfiorò ginocchia e mani inutili prima di incollarsi sul fondo della rete. Proprio sotto a me. Era il ventitreesimo del secondo tempo, tre quarti di partita oramai consumati e noi avevamo smesso di vincere. Il pari avrebbe premiato il Brasile proiettandolo a fionda sul tetto del mondo. Racconterò che mio padre mi cadde addosso, anche lui travolto dal vento che si era alzato per la finta di Falcao. Mi guardò con occhi vitrei aggrappandosi alla mia spalla e masticando la sua cinquantesima sigaretta della giornata. Il bandierone bianco rosso e verde (con un giglio stizzito dipinto al centro) che io imbracciavo a fatica restò sospeso al cielo, immobile, perché in quell’attimo non seppe più da che parte sventolare. Un tifoso brasiliano dietro di noi soffiava un samba stonato dentro un corno da cui usciva una nota su tre. Mio padre si voltò verso di lui e disse che se non la finiva di fischiarci nelle orecchie glielo avrebbe infilato su per il culo il suo corno e allora invece di suonare il samba avrebbe cominciato a ballarlo. Ma il brasiliano non capiva e continuava a ridere e soffiare. Era una faccia buffissima la sua. Con un naso lungo e due occhi pensili che si rimpicciolivano ad ogni sforzo a cui il corno lo costringeva. Dissi al mio babbo che non era possibile litigare con quel tizio. Sarebbe stato contro natura. Mi sorrise e accese un’altra Muratti, mentre dalla parte opposta del prato Conti stava per battere un calcio d’angolo. Non racconterò che da lì in poi la partita e la Storia avrebbero preso la direzione che tutti conosciamo; che a quindici minuti dalla fine sul due a due nessun cuore dei ventimila italiani sugli spalti aveva interrotto il suo tambureggiamento. Non vi racconterò il terzo goal di Rossi e nemmeno di quando la mia bandiera alla rete di Antognoni – annullata per fuorigioco da un arbitro senza pietà – diventò la più grande di tutta la Catalogna. Non vi racconterò più niente di un pomeriggio in un luglio torrido al vecchio Sarrià di Barcellona. L’aereo che ci riportò a casa virò brusco sopra Borgo Panigale e perse quota d’improvviso. Poi un colpo violento sotto la fusoliera mi fece temere il peggio. Fui io stavolta ad aggrapparmi al braccio di mio padre con il respiro che mi si piantò in gola. “Tranquillo…”, mi disse guardandomi con lo stesso sorriso di sempre dietro al fumo della sua Muratti, “…non è niente di grave, un carrello restio e troppo rumoroso, o forse soltanto l’ultimo riflesso della finta di Falcao.”

One thought on “La finta di Falcao

  1. non-solo-Beatles?
    Mi piace la scelta di inventare racconti prendendo in prestito personaggi non fantastici, ma che sicuramente sono dei supereroi ai tuoi occhi.
    Bravo!

    "Mi piace"

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