
Scrissi le righe che seguono in un giorno d’entusiasmo allo scrivere.
Chi siamo noi davvero? O se preferite, qual è la vita che abbiamo vissuto in concreto? Esiste una verità nascosta in qualche piega del tempo che alla fine si svela e ci racconta della nostra essenza reale e profonda? Quante persone portiamo dentro? Chi redige il giudizio, per noi comuni e anonimi mortali che non lasceremo traccia, non dico nella Storia, ma neppure nella cronaca di quartiere o negli archivi di parrocchia? Chi avrà l’ultima parola? Se credessi in un Dio sapiente e giusto non dovrei dannarmi troppo nel cercare risposte a domande difficili che vengono a tormentarmi, come fanno i succhi gastrici, ad ogni cambio di stagione. Se credessi in un Dio onnisciente e misericordioso chiederei a lui. Dio è risposta per pochi però, ed io non sono fra gli eletti. Non riesco neanche a immaginare se sarei capace di sopportare la certezza della sua presenza. Io che di certezze faccio a meno ogni volta che posso. Io che mi deprimo e divento triste davanti alla più sciocca e insignificante delle verità rivelate. Dovrei prendere altre pillole forse. Non basterebbero più le mie confezioni di Moment Act e Tachipirina 1000. Mi chiedo poi se un Dio sovrano assoluto ma anche illuminato, a capo della magistratura celeste, non imporrebbe ai suoi interpreti una revisione completa del corpo normativo penale, datato oramai più del codice Rocco. La condanna alle fiamme perenni dell’inferno, piuttosto che la sala d’attesa del purgatorio, o l’accesso alla felicità infinita nelle volte del paradiso mi paiono idee che oggigiorno fanno presa giusto fra le frange dei cristiani più accaniti. Inferno e paradiso hanno smesso di essere i destini ultimi delle nostre anime in bilico e (im)mortali; esistono semmai in quanto luoghi misteriosi e difficili da esplorare, tutti interni però alle umane vicende. Dante per primo ce lo ha raccontato nel poema più famoso, affascinante resoconto di viaggio del suo spirito inquieto, prima ancora che commedia divina. Dio, insomma, è un personaggio che in letteratura ha sempre mantenuto un certo appeal, anche solo comparendo a margine delle storie. Ma non puoi rifilargli ad ogni costo l’onere del giudizio ultimo (Universale, dicono addirittura le Scritture). Credo che, dall’alto della sua autorevolezza, sentendosi tirato per la giacca ad ogni occasione minima, si sfogherebbe più o meno così: «io devo giudicarvi, decidere sul destino di tutti voi? Ma per chi mi avete preso? Io che non riesco a tener dietro a un sacco di faccende molto più serie e gravi al confronto della vostra sciocca vita di uomini. Rivolgetevi, che ne so, all’Uomo Ragno oppure a Fonzie di Happy Days. Meglio, portatevi avanti da soli.»
Dunque scartata l’ipotesi del divino che stabilisce una verità finale sopra la bontà del nostro vivere e delle nostre scelte, a chi possiamo appellarci? Se, nel dubbio che intanto non mi abbandona, dessi retta a Dio (anche solo poco così), allora proverei sul serio a mettere sotto torchio la mia coscienza. Questo significa – per tornare alla domanda d’inizio – che la vita numero uno è la vita che crediamo di aver vissuto. E qui entra in gioco la nostra tempra. Supponenza, umiltà, presunzione, autostima, arroganza diventano elementi che spostano la barra. Il giudizio su noi stessi occorre, ma è un tratto debole di matita che marca le ombre. Le ombre che danno profondità al disegno ma non ne tratteggiano il corpo.
Il ricordo delle persone che ci hanno conosciuto da vicino; coloro che ci hanno voluto bene e quelli che non ce ne hanno voluto: ecco che comincia a definirsi una nuova vita per noi. Differente da quella che ci siamo raffigurati. La memoria degli eventi e dei personaggi che vi hanno preso parte. Sta qui la vita numero due. La vita che abbiamo trascorso senza che siamo riusciti a rendercene troppo conto. Potremmo stupirci a questo punto e non riconoscere più il disegno, che però assume tratti più nitidi oltre le ombre di partenza e certe linee confuse che ancora non trovano una ragione d’essere all’interno del quadro. E arriviamo alla vita numero tre. La vita che rimane di qua e non è dato vedere a chicchessia. La vita non passibile di giudizi perché nessuno può accedervi. La vita che non sfuoca in immagine, che non trasfigura, come la scena che sfugge all’obiettivo della macchina da presa; la vita racchiusa in una zona buia al punto che anche Dio rinuncia a coglierne i contenuti. Quella che non hai vissuto ancora e chissà se sarai buono a prendertela, fossi anche all’ultimo metro della tua corsa.
La pagina è di nuovo bianca ed io chiudo gli occhi mentre disegno strisce che tagliano di sbieco le mie ombre.