La finta di Falcao

“La partita” di Piero Trellini non è un lungo racconto di sport. Piuttosto una transumanza tra calcio e storia. Ti siedi a leggere, lanci un occhio al numero delle pagine chiedendoti quali vicende che dipanino da quel lontano giorno di luglio ancora non sai, e quanti destini resteranno legati in eterno ad un incontro su un rettangolo verde durato il tempo di 90 minuti.

Scrittura da scattista, frasi agili, ritmo intenso. Non manca neppure il colpo a sorpresa. La partita della vita, quella tra due squadre di paesi distanti, divisi da un oceano che da sempre cancella in fretta ogni scia d’elica che lo attraversa, è Italia-Brasile. L’anno è l’ottantadue, il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati tutti quanti campioni del mondo. E lo facemmo esattamente quando Abraham Klein emise il triplice fischio alla fine di quel pomeriggio di un’estate torrida dentro lo stadio Sarrià di Barcellona.

Ogni confronto che si rispetti ha una chiave di volta. Un episodio che vorrebbe annullare tutto il resto, l’apice che spacca in due l’evento e travolge di colpo gli equilibri raggiunti. Certe volte non si è spettatori appassionati e basta. Certe volte gli spalti (ma anche la tv) si confondono con lo spazio di gioco e noi ci troviamo scaraventati al centro inconsapevoli. Viviamo la sfida al punto di non riuscire più a distinguerci rispetto a chi è chiamato a combatterla nel mezzo dell’arena; allora lo sentiamo arrivare quel momento che intende travolgerci, che appartiene a noi e a nessun altro, e sarà quello che ci trascinerà via per sempre. Bearzot ci confidò che a sovrastarlo emotivamente più di tutto il resto fu un bacio che il suo portiere gli aveva stampato sulla guancia al rientro negli spogliatoi; più dei gol e delle stesse parate che quel quarantenne miracolato aveva dispensato a noi tutti dal campo. Trellini a sua volta ci racconta del suo istante in due pagine che mi paiono raggiungere il culmine in quanto a densità e tensione: “Cerezo alza una gamba e riceve d’interno. Aspetta che la palla sfiori l’erba, solleva la testa per vedere i compagni e, innamorato di se stesso, si contorce appena per appoggiare il pallone verso la sua sinistra. […] Il mondo recita il primo sillogismo del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, è tutto ciò che accade. È la totalità dei fatti, non delle cose. Un uomo che corre verso la palla è un fatto. E l’uomo che corre viene dal nulla. È l’uomo che ha capito tutto prima ancora che il tutto possa prendere forma. Si trova infinitamente più indietro della linea brasiliana che adesso sta per spezzare.” Paolo Rossi intercettò l’appoggio di Cerezo incuneandosi tra Luizinho e Junior, fece qualche passo in avanti, tirò in porta e battè Waldir Peres. Due a uno per noi. Era il venticinquesimo del primo tempo. Accidenti. Una roba da perder la testa. Io stavo là, quattordici anni, in piedi, dietro a quella porta, ed anch’io fui rovesciato in una bolgia che mi spezzò il fiato nei polmoni. Ma non fu quello il mio attimo.

Racconterò di Falcao e della sua finta in un pomeriggio di un luglio afoso al vecchio Sarrià di Barcellona. La finta che spostò di lato Tardelli e Scirea, e una difesa intera schierata a riccio davanti al nostro portiere. La finta che si portò appresso la curva dei tifosi delle due squadre, mescolati a migliaia dietro la porta di Zoff che poi era il nome di quel portiere. Racconterò che insieme a Tardelli e a Scirea furono risucchiate nel vortice due nazioni e tutta l’acqua dell’oceano che sta in mezzo a dividerle. Il mondo ondeggiò paurosamente a sinistra mentre Falcao, palla al piede, piegava verso il centro del campo liberando un calcio secco a mezz’aria che sfiorò ginocchia e mani inutili prima di incollarsi sul fondo della rete. Proprio sotto a me. Era il ventitreesimo del secondo tempo, tre quarti di partita oramai consumati e noi avevamo smesso di vincere. Il pari avrebbe premiato il Brasile proiettandolo a fionda sul tetto del mondo. Racconterò che mio padre mi cadde addosso, anche lui inondato dal vento che si era alzato per la finta di Falcao. Mi guardò con occhi vitrei aggrappandosi alla mia spalla e masticando la cinquanta/sessantesima sigaretta della giornata. Il bandierone bianco rosso e verde (con un giglio stizzito dipinto al centro) che imbracciavo a fatica si strappò contro il cielo bianco, e un tifoso brasiliano dietro di noi prese a soffiare un samba stonato dentro un corno da cui usciva una nota su tre. Mio padre si voltò verso di lui e disse che se non la finiva di fischiarci nelle orecchie glielo avrebbe infilato su per il culo il suo corno e allora invece di suonare il samba avrebbe cominciato a ballarlo. Ma il brasiliano non capiva e continuava a ridere e soffiare. Era una faccia buffissima la sua. Con un naso lungo e due occhi pensili che si rimpicciolivano ad ogni sforzo a cui il corno lo costringeva. Dissi al mio babbo che non era possibile litigare con quel tizio. Sarebbe stato contro natura. Mi sorrise e accese un’altra Muratti, mentre dalla parte opposta del prato Conti stava per battere un calcio d’angolo. Non racconterò che da lì in poi la partita e la Storia avrebbero preso la direzione che tutti conosciamo; che a quindici minuti dalla fine sul due a due nessun cuore dei ventimila italiani sugli spalti aveva interrotto il suo tambureggiamento. Non vi racconterò il terzo gol di Rossi e nemmeno di quando la mia bandiera alla rete di Antognoni – annullata per fuorigioco da un arbitro senza pietà – diventò la più grande di tutta la Catalogna. Non vi racconterò più niente di un pomeriggio in un luglio torrido al vecchio Sarrià di Barcellona. L’aereo che ci riportò a casa virò brusco sopra Borgo Panigale e perse quota d’improvviso. Poi un colpo violento sotto la fusoliera mi fece temere il peggio. Fui io stavolta ad aggrapparmi al braccio di mio padre con il respiro che mi si piantò in gola. “Tranquillo…”, mi disse guardandomi con lo stesso sorriso di sempre dietro al fumo della sua Muratti, “…non è niente di grave, un carrello restio e troppo rumoroso, o forse soltanto l’ultimo riflesso della finta di Falcao.”

Guardando Kafka e Roth

Kafka è morto. E lo ha fatto per ben due volte. Leggendo i fatti, accadde una settimana prima dell’uccisione in Italia di Giacomo Matteotti. Lo scrittore boemo non fu nemico di nessun regime perché incapace di custodire nemici o forse perché in cuor suo lo erano tutti. Hitler, appena uscito dall’esito disastroso del Putsch di Monaco, stava scontando la sua pena nel carcere di Landsberg, dedito a mettere giù per iscritto la sua battaglia folle. Noi di qua dalle Alpi giocammo in anticipo sui tempi cupi. Il ’24 fu l’annus horribilis, l’occasione fallita per liberarsi anzitempo del mostro: al 10 giugno fece seguito l’Aventino, il tutto di fronte ad una monarchia inetta. Mussolini sbandò, non abbastanza per evitare al paese vent’anni di buio pesto. Kafka dicevamo. Visse a Berlino gli ultimi mesi della sua vita. Una delle due morti lo colse prima che potessero trascinarlo con le tre sorelle e gli altri milioni a Dachau o Auschwitz. Kafka, l’assicuratore ebreo col ciuffo nero e il naso appuntito. Kafka, genio ignaro, di sé e della sua arte, che scriveva e intimava all’amico di dare fuoco alle sue pagine. Succede di tanto in tanto a qualcuno, il cui lascito rimane inciso a fondo nella storia e nel pensiero degli uomini, di non dover scontare in vita la sua stessa ingombrante presenza; diviene preda di un destino postumo, magari gli capiterà alla fine di ritrovarsi in cerca del suo miglior autore. Ecco che Kafka ha vissuto una vita in più, quella stessa vita che ha preteso, giocoforza, una seconda morte, che non fu la sua. E non sarà il solo nella produzione letteraria di Philip Roth. Una sorte simile toccherà ad Hemingway ed Anna Frank. Si può pagare il prezzo del libro “Perché scrivere?” giusto per leggerne il primo breve saggio, diviso in due parti che sono una l’incastro dell’altra. La prima ricavata dalla biografia più o meno fedele del praghese che a sentire Roth, una volta preso coscienza della morte, va incontro all’amore di Dora strappandosi di dosso “il disgusto verso se stesso […] e quell’onnipresente senso di assoluta disperazione che permea le grandi fantasticherie punitive de Il Processo, Nella colonia penale e La metamorfosi.” Franz Kafka sfugge invece ad una morte precoce e diventa un fuggiasco del regime nazista nell’altro racconto. Insegna ebraico alla scuola americana del giovane Roth fino al 1948, continua ad abbandonare, per il terrore che ha di sé, le donne che incrocia nella vita; cosa più importante di tutte, le carte che dissemina in giro sono poche e insignificanti. Non vi è traccia del Processo, del Castello, e neppure dei diari. Non c’è niente che non prenda l’odore dell’oblio, niente che possa lasciarci esterreffatti. Niente di dannatamente e disperatamente kafkiano. Sia mai, chiude Roth, che il personaggio di questa seconda vicenda possa diventare quello della prima: “Perdinci, sarebbe ancora più strano di un uomo che si trasforma in un insetto. Nessuno ci crederebbe, men che meno Kafka.”

L’eretico Bruno

Venne ucciso una mattina di 420 anni fa per mano della Chiesa Santissima Apostolica, in Campo dei Fiori a Roma. Giordano Bruno fu arso vivo il 17 febbraio dell’anno tondo 1600. Gli inflisse la condanna il cardinale Bellarmino, lo stesso che risparmiò Galileo dopo l’abiura. Bruno invece, superate alcune personali e controverse incertezze, tenne fede a se stesso fino all’ultimo e fino all’ultimo respinse quei prelati che lo imploravano di ritrattare sconfessando le sue idee per aver salva la vita. Col cazzo, rispose lui, bruciatemi, davanti a Dio, alla Storia e al vostro animo ignobile.
Questo frate eretico domenicano ce lo offrono nei licei impacchettato all’interno di un trittico (Bruno-Telesio-Campanella) di cui si è soliti sbarazzarsi in fretta per far posto ai campioni indiscussi della modernità: Cartesio, Hobbes e Spinoza per primi. Bruno, Telesio e Campanella sono un po’ come Conti, Antognoni e Rossi contro Zico, Socrates ed Eder. E così come in Spagna la nostra nazionale di nani cacciò via i giganti del calcio carioca, allo stesso modo, tra il silenzio mortifero degli interminabili secoli a venire, fece Giordano Bruno nei confronti del mondo millenario costruito da Aristotele e Tolomeo. Negli ultimi tempi è stato un breve saggio di Aldo Masullo ad illuminare la figura del nolano con la potenza di un occhio di bue che si accende in un teatro immerso nel suo scuro: Giordano Bruno Maestro di Anarchia (Edizioni Saletta dell’Uva, 2016), già dal titolo, dico io, si presenta forgiato di un irrinunciabile invito alla sua lettura. Scrive Masullo: “Con Bruno non c’ė più l’aristotelico mondo convesso del primo mobile, e dunque centro dell’universo. Né più l’uomo, l’animale pensante che abita il mondo, è al centro della realtà naturale. La fine del geocentrismo comporta la fine dell’antropocentrismo.” E seppur nella concezione bruniana “l’uomo resta l’unico punto di vista, l’origine stessa della rappresentabilità del mondo”, ecco che “i centri” di quello stesso mondo esplodono, sparpagliandosi ovunque in un tripudio di legittima, sacrosanta relatività dei punti di vista.
E tale esplosione, insiste Masullo, ci inchioda al muro, obbligandoci tutti quanti a una via di relazione “effettiva o possibile”.
“È chiaro allora che la democrazia è la struttura essenziale del modo d’essere punto di vista. Un punto di vista privilegiato, nel suo ‘splendido isolamento’, è impensabile. Che il potere imponga il suo punto di vista è arroganza pratica, mai fondata veridicità.” C’insegna dunque Bruno, primo tra tanti altri, che qualunque modello anche solo vagamente mascherato di fascio-autoritarismo è una merda epistemologica ancor prima che civile e politica. E il professor Masullo bene fa a rimarcare, in questo rinnovato scorcio di secolo buio, che “in Bruno l’idea dell’illimitabilità del dialogo è esplicita. L’infinità dei mondi non è tanto quella fisicamente intesa, quanto l’infinità degli universi mentali, ovvero delle culture.”