Le favole di Rubber Soul

ogni libro di storie che si rispetti è un “inganno”. Sta a noi non affrontarlo con la guardia alta. Sta a noi non opporte resistenze e lasciare che le parole facciano il loro corso. Le buone storie, dopo averle lette, ci lasciano addosso il minimo indispensabile, ma di una robustezza disarmante. Non so se Le favole di Rubber Soul appartengano o meno alle buone storie, ma in netta contrapposizione a quanto ho finora affermato, e lo dico con il sorriso, non lasciatevi ingannare da loro, almeno su una cosa: i Beatles, questi sconosciuti, sono soltanto un pretesto. Adorabile finché vogliamo, finché volete, ma sempre e solo un pretesto; un gancio utile a farci restare in qualche modo appesi ad un’idea grandiosa di noi e del mondo. E di tutto quello che sta in mezzo tra noi e il mondo.

Le favole di Rubber Soul (e dei suoi immaginari dintorni)

Alcol e libri

Ho dato una ripulita al soggiorno. Non è proprio così. Ho solo tolto uno strato spesso di polvere ai nostri libri, e molti di loro, specie quelli all’ultimo piano delle mensole che tagliano in lungo le pareti, li ho maneggiati a fondo con fogli di Scottex bagnati di alcol. Uso sempre l’alcol quando lucido certi oggetti che mi stanno a cuore. Uso alcol sulla tastiera della chitarra allorché s’impigrisce e comincia a respingere più stizzita del solito le mie dita impacciate. Uso alcol con gli ultimi cd superstiti che ancora resistono eroici alla loro inutilità e al tempo che trascorre feroce. Uso alcol anche con i tasti e lo schermo del notebook per meglio mettere a fuoco i vecchi video su You Tube e le cazzate che scrivo. E poi lo uso, di quello buono, all’occorrenza, per sciacquarmi palato e stomaco e godere di un piacere che mi dicono avere poco o niente di sano. Ho impiegato un giorno intero, nove ore di lavoro, olio di gomito in abbondanza, rinunciando perfino al pranzo, per passare al setaccio ogni centimetro ed angolo di libreria. L’ho svuotata metro su metro e una volta strofinato tutti i ripiani ho fatto lo stesso con le costole e il bordopagina di ogni singolo esemplare. Ho lanciato uno sguardo rapido al titolo e all’autore di ciascuno. Ho scorto tracce nitide della nostra vita, lì a ricordarmi, nero su bianco, che quella vita c’è stata davvero; abbiamo trovato sempre una stagione nuova per attraversarla insieme io e lei, tenendo dietro ad idee distanti nell’approccio alle cose del mondo; ne siamo stati invece attraversati, in certi altri momenti duri, dalla vita, aggrappandoci ai nostri pensieri che si riempivano di una reciprocità profonda, figli in qualche modo delle stesse parole impresse su tutta quella carta. Non farò in tempo a leggere quello che ancora mi rimane da leggere tra le mensole del nostro soggiorno. Neppure se smettessi di acquistare per sempre nuovi libri. A tal proposito l’occasione mi è servita per fare un po’ di spazio. Ho riempito una scatola di vecchi Ludlum e Lee Child che ho consumato come faccio con le insalate Rio Mare e i fagioli in scatola Coop. Ho sbirciato tra i testi universitari di mia moglie senza trovare niente – grazie a dio – che assomigliasse al martelletto da roccia che Andy Drufesne nascose nel cavo della sua bibbia. Poi mi sono stupito. Di E.t.a. Hofmann di cui ignoro i racconti. Di Nikolaj Gogol e delle sue anime morte che non dovrò più preoccuparmi di comperare una buona volta. Degli scritti di Leonardo Sciascia che, sparsi a pioggia sui ripiani, paiono vigilare su tutto il resto. Mi sono seduto alla fine stanco e impolverato sopra al divano che dividiamo in famiglia alla sera quasi senza accorgercene. Il miracolo vero, ho pensato, è sfuggire di continuo alla tragedia che tocca in sorte a miliardi di uomini e donne della nostra stessa Terra, così come ci rivela Gianmaria Testa – autore e interprete mai celebrato abbastanza -, stavolta in un testo di canzone bellissima: “un abitare magro, magro, che non diventa casa”.

Le finestre delle case di Amsterdam

Lessi stralci del Diario alle elementari senza che mi rimanesse addosso niente. Poi sono trascorsi quaranta anni e sono volato ad Amsterdam. Una città che forse un giorno eleggeranno a capitale del mondo. Sono andato con mia moglie e due amici carissimi. Fosse per me passerei le vacanze nelle mura di Fuori del Ponte a mangiar pizza al solito posto, tra via Veneto e via Fiorentina. Ogni volta mia moglie mi trascina con lei fuori di casa e quando torniamo sento aria fresca nei polmoni per mesi, e mi nutro di quell’ossigeno fino a che si esaurisce e piano divento di nuovo pigro d’animo. Non mi preparo mai ad un viaggio. Non sfoglio guide in anticipo e non mi informo sui possibili itinerari da seguire. Ve l’ho detto, sono pigro e non guarirò presto. Oltre al biglietto di Ryan Air, alcuni giorni prima di partire ho però comprato e riletto il Diario e un po’ di cose intorno alla sua storia. Amsterdam è una città (di un’Europa nordica e ricca) che ha un modo tutto suo di tirarsela senza che tu te ne accorga troppo. La vita costa assai, eppure accoglie tutti, e di tutto. Ci sono i poveri ad Amsterdam che camminano a fianco degli uomini d’affari. Mi è parso che i poveri non avessero intenzione di chiedere nulla agli uomini d’affari e poco avessero loro da invidiare. I colletti bianchi d’altra parte camminano ai loro uffici curvi sui telefoni e nascondono ad arte la puzza sotto il naso. Ispanici e americani, indiani, orientali e giovani ragazze bergamasche che non sono più tornate dal loro giro (e ora gestiscono un coffee shop nei pressi di Piazza Dam) popolano, mimetizzandosi tra loro, il centro città. Amsterdam è un ordito di strade vecchie e canali, di facce stanche e sguardi impenitenti, le architetture imperfette e le case storte appese a un filo invisibile sopra il saliscendi dei selciati. Le luci accese dentro alle stanze che si affacciano sui viali e nessuno che abbia voglia di tirare una tenda a proteggere o nascondere. Non c’è soluzione tra il giorno e la notte, il via vai nei quartieri del centro non s’interrompe e trovi sempre uno slargo a ridosso di una spalletta che ti invita a sederti per una birra che val la pena sorseggiare piano; c’è anche un tizio che ti guarda timido sulla porta di ogni coffee shop e poi si sposta lasciandoti il passo se hai abbastanza rughe sulla faccia. Ci sono le donne in vetrina che ti ammiccano ma dopo un po’ non riesci più a farci caso; trasgredire è camminare piano, voltarsi se qualcuno ti chiama, nuotare e respirare sott’acqua quando i più rimangono a galla fino a notte fonda. Abbiamo corso quattro giorni in bici perché la bici laggiù ti porta davvero ovunque. Dalla Chiesa Vecchia al mercato di Waterloo; poi Westpark e il vecchio birrificio Heineken; abbiamo fatto visita a Van Gogh, Vermeer e Rembrandt, e di sera al Melkweg. Ho pedalato come neanche da bambino e non ho mai staccato gli occhi dalle case sui canali. Avrei voluto comprarmi una di quelle case eleganti oppure un barcone attraccato alle sponde con il giardino di tulipani a poppa e un letto soppalcato a prua. Voglio comprare sempre un sacco di cose io. Prinsengracht si trova ad ovest rispetto al centro cittadino. Siamo arrivati là di pomeriggio, abbiamo parcheggiato le bici di fronte alla chiesa e affrontato a muso duro il serpentone che portava all’ingresso del 263, l’alloggio dove Anna Frank, la sua famiglia e le altre quattro persone rimasero nascoste dai nazisti per oltre due anni, vivendo al buio e nel silenzio fino al 4 agosto del ’44, giorno in cui vennero scovate ed arrestate. Anna e la sorella Margot moriranno di tifo nel campo di Bergen Belsen agli inizi del ’45. Moriranno tutti gli inquilini dell’alloggio segreto, tranne Otto Frank, il padre di Anna, uno dei 7650 superstiti che i russi liberarono ad Auschwitz il 27 gennaio del ’45. Sarà lui a pubblicare qualche anno dopo la prima edizione del Diario. Siamo entrati dal passaggio nascosto dietro lo scaffale di libri e abbiamo attraversato il silenzio e il buio delle stanze nude. C’è stato un momento esatto, di fronte alla finestra del soggiorno coperta dalla stessa pellicola oscura che un tempo impediva agli abitanti di vedere il mondo fuori ad ogni ora del giorno e della sera, c’è stato un momento in cui mi ha preso un’emozione violenta, al limite del dolore. Il senso di una prigionia atroce, che non servì a salvare nessuno, ancora oggi impregna le stanze della casa, ed a un certo punto lo respiri come fosse una prima mano di vernice appena passata su quei muri; il senso opprimente di una clandestinità drammatica, sovrumana, lo stesso che Anna ci ha trasmesso dalle sue pagine. Tutto qui. Nient’altro. Ho scoperto in quell’attimo di stare in uno dei luoghi della Terra dove l’uomo ha commesso il più grande crimine verso se stesso, sempreché la bestia nazista possa essere considerata un nostro simile. Siamo tornati ai canali poi, sulle nostre bici, ed abbiamo pedalato fin quasi all’imbrunire lungo le vie fiancheggiate dalle stesse case costruite senza filo a piombo. Ho scorto un ragazzo che giocava alla Play Station dentro una grande sala illuminata a giorno ed ho provato ad immaginare perché la gente di Amsterdam non voglia più saperne di tende che si chiudono impedendole di guardare il mondo di là dalle finestre ad ogni ora del giorno e della sera.

A Walter Bonatti

Se sapessi scriver canzoni ne dedicherei una a Walter Bonatti. Il più grande di tutti. Se davvero sapessi scriverne di belle, lo farei adesso e canterei la mia canzone come neanche De Gregori cantò per Bufalo Bill. Fu un uomo al limite, che non conobbe sconfitta perché perdere significava morire, e Bonatti ebbe in dono risorse che lo costrinsero a tenere a bada tutto e tutti, perfino la morte. Lo sapeva bene lui. E lo seppero le sue montagne. O meglio, gli spunzoni in granito che di quelle montagne si levano ancora oggi concavi al cielo, inattaccabili per chiunque. La battaglia madre che più di ogni altra lo indusse a ostili prove di resistenza e tenacia fu quella che combatté per una vita intera contro i bugiardi del K2. Gli servì forgiarsi di rinnovata scorza e tempra di maniaco, per fare a pezzi, una ad una, le fandonie di Ardito Desio e dei suoi compari. Un merdoso piantagrane fu Bonatti, perché difese la sua onorabilità fino allo stremo, senza indietreggiare di fronte a nulla; non volle arrendersi alla squalifica ignobile dell’altro, che occorre prima di tutto a salvare se stessi; e non si arrese alla mistificazione; alla storia che non diventa Storia; alla falsità di cui ha sempre bisogno il potere; alla pochezza d’animo di chi si sceglie un posto comodo al servizio di colui che è seduto al comando; all’arroganza becera e al rigurgito fascista che in quella avventura cercò di inghiottirsi tutta la verità. Bonatti portò in quota l’ossigeno necessario all’ultimo assalto di Compagnoni e Lacedelli bivaccando una notte intera nel freddo, sull’orlo del precipizio ad ottomila e passa metri, salvò forse la vita al compagno di scalata Mahdi che dall’orrido di quella notte uscì fuori pazzo; poi tornò indietro, al mattino, e attese che i due piantassero piccozza e bandiera sulla vetta. Continuò negli anni a scalare in solitario le pareti estreme del mondo e della menzogna. Era un uomo davvero al limite. E il limite di un uomo ce lo ha spiegato lui stesso di cosa è fatto. Non è piantare chiodi su una roccia liscia e verticale. Neppure penzolare nel vuoto di un crepaccio cercando a tentoni una via di risalita. Il limite di un uomo è già compreso nell’idea che sta a monte di tutto questo, e prende forma giorno dopo giorno al chiuso delle nostre case e della nostra testa. È la disperazione che avremo saputo accantonare, e la forza che saremo chiamati a spenderci, sopra il germe di quella stessa idea. Il limite è la ricerca indomita della nostra vetta. La vita di Bonatti, per questo, è la più potente delle allegorie.
Da par mio, se imparassi un giorno a scriver canzoni, vorrei cantare di lui e delle sue conquiste. Metter su una storia meravigliosa insomma; non per il gusto di raccontare e basta; per inventarmi piuttosto un pezzo di vita nuova (rif. Philip Roth) che mi avvicini anche solo un poco alla mia prossima cima impervia, ancora tutta da immaginare.

La finta di Falcao

“La partita” di Piero Trellini non è un lungo racconto di sport. Piuttosto una transumanza tra calcio e storia. Ti siedi a leggere, lanci un occhio al numero delle pagine chiedendoti quali vicende che dipanino da quel lontano giorno di luglio ancora non sai, e quanti destini resteranno legati in eterno ad un incontro su un rettangolo verde durato il tempo di 90 minuti.

Scrittura da scattista, frasi agili, ritmo intenso. Non manca neppure il colpo a sorpresa. La partita della vita, quella tra due squadre di paesi distanti, divisi da un oceano che da sempre cancella in fretta ogni scia d’elica che lo attraversa, è Italia-Brasile. L’anno è l’ottantadue, il nostro anno, l’anno in cui saremmo diventati tutti quanti campioni del mondo. E lo facemmo esattamente quando Abraham Klein emise il triplice fischio alla fine di quel pomeriggio di un’estate torrida dentro lo stadio Sarrià di Barcellona.

Ogni confronto che si rispetti ha una chiave di volta. Un episodio che vorrebbe annullare tutto il resto, l’apice che spacca in due l’evento e travolge di colpo gli equilibri raggiunti. Certe volte non si è spettatori appassionati e basta. Certe volte gli spalti (ma anche la tv) si confondono con lo spazio di gioco e noi ci troviamo scaraventati al centro inconsapevoli. Viviamo la sfida al punto di non riuscire più a distinguerci rispetto a chi è chiamato a combatterla nel mezzo dell’arena; allora lo sentiamo arrivare quel momento che intende travolgerci, che appartiene a noi e a nessun altro, e sarà quello che ci trascinerà via per sempre. Bearzot ci confidò che a sovrastarlo emotivamente più di tutto il resto fu un bacio che il suo portiere gli aveva stampato sulla guancia al rientro negli spogliatoi; più dei gol e delle stesse parate che quel quarantenne miracolato aveva dispensato a noi tutti dal campo. Trellini a sua volta ci racconta del suo istante in due pagine che mi paiono raggiungere il culmine in quanto a densità e tensione: “Cerezo alza una gamba e riceve d’interno. Aspetta che la palla sfiori l’erba, solleva la testa per vedere i compagni e, innamorato di se stesso, si contorce appena per appoggiare il pallone verso la sua sinistra. […] Il mondo recita il primo sillogismo del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, è tutto ciò che accade. È la totalità dei fatti, non delle cose. Un uomo che corre verso la palla è un fatto. E l’uomo che corre viene dal nulla. È l’uomo che ha capito tutto prima ancora che il tutto possa prendere forma. Si trova infinitamente più indietro della linea brasiliana che adesso sta per spezzare.” Paolo Rossi intercettò l’appoggio di Cerezo incuneandosi tra Luizinho e Junior, fece qualche passo in avanti, tirò in porta e battè Waldir Peres. Due a uno per noi. Era il venticinquesimo del primo tempo. Accidenti. Una roba da perder la testa. Io stavo là, quattordici anni, in piedi, dietro a quella porta, ed anch’io fui rovesciato in una bolgia che mi spezzò il fiato nei polmoni. Ma non fu quello il mio attimo.

Racconterò di Falcao e della sua finta in un pomeriggio di un luglio afoso al vecchio Sarrià di Barcellona. La finta che spostò di lato Tardelli e Scirea, e una difesa intera schierata a riccio davanti al nostro portiere. La finta che si portò appresso la curva dei tifosi delle due squadre, mescolati a migliaia dietro la porta di Zoff che poi era il nome di quel portiere. Racconterò che insieme a Tardelli e a Scirea furono risucchiate nel vortice due nazioni e tutta l’acqua dell’oceano che sta in mezzo a dividerle. Il mondo ondeggiò paurosamente a sinistra mentre Falcao, palla al piede, piegava verso il centro del campo liberando un calcio secco a mezz’aria che sfiorò ginocchia e mani inutili prima di incollarsi sul fondo della rete. Proprio sotto a me. Era il ventitreesimo del secondo tempo, tre quarti di partita oramai consumati e noi avevamo smesso di vincere. Il pari avrebbe premiato il Brasile proiettandolo a fionda sul tetto del mondo. Racconterò che mio padre mi cadde addosso, anche lui inondato dal vento che si era alzato per la finta di Falcao. Mi guardò con occhi vitrei aggrappandosi alla mia spalla e masticando la cinquanta/sessantesima sigaretta della giornata. Il bandierone bianco rosso e verde (con un giglio stizzito dipinto al centro) che imbracciavo a fatica si strappò contro il cielo bianco, e un tifoso brasiliano dietro di noi prese a soffiare un samba stonato dentro un corno da cui usciva una nota su tre. Mio padre si voltò verso di lui e disse che se non la finiva di fischiarci nelle orecchie glielo avrebbe infilato su per il culo il suo corno e allora invece di suonare il samba avrebbe cominciato a ballarlo. Ma il brasiliano non capiva e continuava a ridere e soffiare. Era una faccia buffissima la sua. Con un naso lungo e due occhi pensili che si rimpicciolivano ad ogni sforzo a cui il corno lo costringeva. Dissi al mio babbo che non era possibile litigare con quel tizio. Sarebbe stato contro natura. Mi sorrise e accese un’altra Muratti, mentre dalla parte opposta del prato Conti stava per battere un calcio d’angolo. Non racconterò che da lì in poi la partita e la Storia avrebbero preso la direzione che tutti conosciamo; che a quindici minuti dalla fine sul due a due nessun cuore dei ventimila italiani sugli spalti aveva interrotto il suo tambureggiamento. Non vi racconterò il terzo gol di Rossi e nemmeno di quando la mia bandiera alla rete di Antognoni – annullata per fuorigioco da un arbitro senza pietà – diventò la più grande di tutta la Catalogna. Non vi racconterò più niente di un pomeriggio in un luglio torrido al vecchio Sarrià di Barcellona. L’aereo che ci riportò a casa virò brusco sopra Borgo Panigale e perse quota d’improvviso. Poi un colpo violento sotto la fusoliera mi fece temere il peggio. Fui io stavolta ad aggrapparmi al braccio di mio padre con il respiro che mi si piantò in gola. “Tranquillo…”, mi disse guardandomi con lo stesso sorriso di sempre dietro al fumo della sua Muratti, “…non è niente di grave, un carrello restio e troppo rumoroso, o forse soltanto l’ultimo riflesso della finta di Falcao.”

Guardando Kafka e Roth

Kafka è morto. E lo ha fatto per ben due volte. Leggendo i fatti, accadde una settimana prima dell’uccisione in Italia di Giacomo Matteotti. Lo scrittore boemo non fu nemico di nessun regime perché incapace di custodire nemici o forse perché in cuor suo lo erano tutti. Hitler, appena uscito dall’esito disastroso del Putsch di Monaco, stava scontando la sua pena nel carcere di Landsberg, dedito a mettere giù per iscritto la sua battaglia folle. Noi di qua dalle Alpi giocammo in anticipo sui tempi cupi. Il ’24 fu l’annus horribilis, l’occasione fallita per liberarsi anzitempo del mostro: al 10 giugno fece seguito l’Aventino, il tutto di fronte ad una monarchia inetta. Mussolini sbandò, non abbastanza per evitare al paese vent’anni di buio pesto. Kafka dicevamo. Visse a Berlino gli ultimi mesi della sua vita. Una delle due morti lo colse prima che potessero trascinarlo con le tre sorelle e gli altri milioni a Dachau o Auschwitz. Kafka, l’assicuratore ebreo col ciuffo nero e il naso appuntito. Kafka, genio ignaro, di sé e della sua arte, che scriveva e intimava all’amico di dare fuoco alle sue pagine. Succede di tanto in tanto a qualcuno, il cui lascito rimane inciso a fondo nella storia e nel pensiero degli uomini, di non dover scontare in vita la sua stessa ingombrante presenza; diviene preda di un destino postumo, magari gli capiterà alla fine di ritrovarsi in cerca del suo miglior autore. Ecco che Kafka ha vissuto una vita in più, quella stessa vita che ha preteso, giocoforza, una seconda morte, che non fu la sua. E non sarà il solo nella produzione letteraria di Philip Roth. Una sorte simile toccherà ad Hemingway ed Anna Frank. Si può pagare il prezzo del libro “Perché scrivere?” giusto per leggerne il primo breve saggio, diviso in due parti che sono una l’incastro dell’altra. La prima ricavata dalla biografia più o meno fedele del praghese che a sentire Roth, una volta preso coscienza della morte, va incontro all’amore di Dora strappandosi di dosso “il disgusto verso se stesso […] e quell’onnipresente senso di assoluta disperazione che permea le grandi fantasticherie punitive de Il Processo, Nella colonia penale e La metamorfosi.” Franz Kafka sfugge invece ad una morte precoce e diventa un fuggiasco del regime nazista nell’altro racconto. Insegna ebraico alla scuola americana del giovane Roth fino al 1948, continua ad abbandonare, per il terrore che ha di sé, le donne che incrocia nella vita; cosa più importante di tutte, le carte che dissemina in giro sono poche e insignificanti. Non vi è traccia del Processo, del Castello, e neppure dei diari. Non c’è niente che non prenda l’odore dell’oblio, niente che possa lasciarci esterreffatti. Niente di dannatamente e disperatamente kafkiano. Sia mai, chiude Roth, che il personaggio di questa seconda vicenda possa diventare quello della prima: “Perdinci, sarebbe ancora più strano di un uomo che si trasforma in un insetto. Nessuno ci crederebbe, men che meno Kafka.”

L’eretico Bruno

Venne ucciso una mattina di 420 anni fa per mano della Chiesa Santissima Apostolica, in Campo dei Fiori a Roma. Giordano Bruno fu arso vivo il 17 febbraio dell’anno tondo 1600. Gli inflisse la condanna il cardinale Bellarmino, lo stesso che risparmiò Galileo dopo l’abiura. Bruno invece, superate alcune personali e controverse incertezze, tenne fede a se stesso fino all’ultimo e fino all’ultimo respinse quei prelati che lo imploravano di ritrattare sconfessando le sue idee per aver salva la vita. Col cazzo, rispose lui, bruciatemi, davanti a Dio, alla Storia e al vostro animo ignobile.
Questo frate eretico domenicano ce lo offrono nei licei impacchettato all’interno di un trittico (Bruno-Telesio-Campanella) di cui si è soliti sbarazzarsi in fretta per far posto ai campioni indiscussi della modernità: Cartesio, Hobbes e Spinoza per primi. Bruno, Telesio e Campanella sono un po’ come Conti, Antognoni e Rossi contro Zico, Socrates ed Eder. E così come in Spagna la nostra nazionale di nani cacciò via i giganti del calcio carioca, allo stesso modo, tra il silenzio mortifero degli interminabili secoli a venire, fece Giordano Bruno nei confronti del mondo millenario costruito da Aristotele e Tolomeo. Negli ultimi tempi è stato un breve saggio di Aldo Masullo ad illuminare la figura del nolano con la potenza di un occhio di bue che si accende in un teatro immerso nel suo scuro: Giordano Bruno Maestro di Anarchia (Edizioni Saletta dell’Uva, 2016), già dal titolo, dico io, si presenta forgiato di un irrinunciabile invito alla sua lettura. Scrive Masullo: “Con Bruno non c’ė più l’aristotelico mondo convesso del primo mobile, e dunque centro dell’universo. Né più l’uomo, l’animale pensante che abita il mondo, è al centro della realtà naturale. La fine del geocentrismo comporta la fine dell’antropocentrismo.” E seppur nella concezione bruniana “l’uomo resta l’unico punto di vista, l’origine stessa della rappresentabilità del mondo”, ecco che “i centri” di quello stesso mondo esplodono, sparpagliandosi ovunque in un tripudio di legittima, sacrosanta relatività dei punti di vista.
E tale esplosione, insiste Masullo, ci inchioda al muro, obbligandoci tutti quanti a una via di relazione “effettiva o possibile”.
“È chiaro allora che la democrazia è la struttura essenziale del modo d’essere punto di vista. Un punto di vista privilegiato, nel suo ‘splendido isolamento’, è impensabile. Che il potere imponga il suo punto di vista è arroganza pratica, mai fondata veridicità.” C’insegna dunque Bruno, primo tra tanti altri, che qualunque modello anche solo vagamente mascherato di fascio-autoritarismo è una merda epistemologica ancor prima che civile e politica. E il professor Masullo bene fa a rimarcare, in questo rinnovato scorcio di secolo buio, che “in Bruno l’idea dell’illimitabilità del dialogo è esplicita. L’infinità dei mondi non è tanto quella fisicamente intesa, quanto l’infinità degli universi mentali, ovvero delle culture.”