Due chiacchiere tra umani e toscivághi

Nel mese del Natale che vide salire di nuovo il reflusso acido della pandemia da corona virus, noi toscivághi uscimmo di casa. Ci allontanammo dai luoghi che frequentiamo di solito, sconfinando oltre la riva del fiume che dal Falterona scende fino alla spiaggia aspra e incontaminata che voi pis[um]ani chiamate Gombo e che d’estate usurpate coi vostri gommoni agili, come foste pirati o contrabbandieri di mare. Il grande fiume porta ogni santo giorno acqua in quantità alla sua foce, e lo fa disegnando sulla cartina del territorio tuscio una V corsiva e sbafata. Abitiamo la striscia sotterranea della sua riva sinistra e proprio come voi siamo figli delle invasioni barbariche. Ciò che gli unni e i visigoti strapparono alla superficie i nostri avi trasformarono in radici sode e fertili. La tribù dei toscivághi della grande famiglia nibelunga non fa che sopravvivere in uno zigo-zago continuo, estenuante, tra le nefandezze che continuate a nascondere sotto il tappeto, come foste predoni o contrabbandieri di terra. Ma il tempo è scaduto, e attendiamo solo il fischio finale. Tutti insieme, ognuno al suo piano, senza uno straccio di passione e speranza. Decidemmo di uscire dunque nei giorni del Natale dell’anno 2020 e ce andammo in giro laddove (sempre voi umani) ve ne stavate al largo per via delle restrizioni imposte per legge, più che per ordine delle vostre coscienze. Ma tra i nibelunghi la vostra legge non vale. Alt, non tutta la vostra legge. Abbiamo un nostro modo d‘intendere la vita. Lo abbiamo sempre avuto. Poche norme ci governano, eppure non siamo (non lo siamo mai stati) esseri docili. Conosciamo l’odio, il disprezzo e in mezzo a noi striscia la serpe, il ladro, perfino l’assassino. Cambiamo le nostre regole con referendum di popolo quando un numero importante si solleva e provoca un’onda. Cambiamo le nostre regole quando è tempo di cambiarle. Lo abbiamo fatto l’ultima volta un bel po’ di anni fa, sbirciando nelle vostre carte, come non ci era mai capitato prima. Dai tempi lontani del nostro arrivo. Abbiamo un’economia evoluta e beni sufficienti per tutti. Quanti siamo a vivere sotto la riva sinistra del fiume? Me lo chiese un tipo alto e secco che dicono mi somigliasse nell’aspetto e che incontrai in quella uscita che facemmo al faidate per comprare cose che non avevamo mai comperato in vita nostra. Milioni, risposi. Centinaia di milioni. Quando le comunità si moltiplicano mutandosi – provai a spiegare al tipo alto e secco -, e con loro si frantumano i bisogni da soddisfare, ecco che nasce anche l’urgenza di metter mano alle tavole; scovare altri modi per ricavare un disegno pratico e solenne al tempo stesso che tenga legate a doppio filo idee ancora buone di libertà e uguaglianza. I soli beni supremi. Al pari del nostro pane e della nostra salute. Sta scritto nella madre delle vostre leggi. Ad esser precisi, sta scritto nella sola parte che conti per noi. Le regole che rispettiamo, le uniche che hanno valore per i toscivághi di ogni luogo, sono impresse lì. Dovreste insegnare ai vostri figli la grammatica e la sintassi partendo dal senso compiuto dei Principi Fondamentali; dovreste infine educarli al pensiero, dunque alla ribellione autentica, per il tramite dei Diritti e dei Doveri, già nella loro età perversa di adolescenti. Noi lo facciamo da quando abbiamo sbirciato dentro la Carta che i padri dei vostri padri scrissero all’indomani del lungo buio che li attanagliò nello scorso secolo. Al punto da prendercene un pezzo intero di quella carta, e farlo nostro. Abbiamo dovuto approntare qualche adattamento qua e là, certo; eliminare ad esempio il 7 e il 29 del tutto superflui; oppure emendare il 12 perché sono altri i nostri colori. Soprattutto teniamo botta sulll’1, il 3 e il 4 che non vorremmo, a differenza di voi, gettare in fondo al cesso senza averci mai neanche provato.

Ps: in alto la foto clandestina col mio umano somigliante nel giorno della nostra visita al faidate.

Dal Diario del raccontatore nibelungo Gnorri

Toscivághi al faidate

toscivághi al faidate

“Avete il presepe con il marmo dell’angelo che spezza le catene?” chiese uno di noi agli addetti alle vendite che indossavano maglioncini in tinta e ci guardavano sfilare senza dire una parola.
Scosse la testa un tizio che ricordo paffuto e pieno di capelli del colore della cenere, continuando a non proferir risposta e a fissarci con occhi imperlati di sorpresa. Alcuni spalancarono i denti, poi si spostarono lasciandoci il passo come si fa con le alte autorità. C’era chi mostrava spavento addirittura. Ma noi toscivághi della tribù nibelunga che viviamo sotto la riva sinistra del fiume che scorre tra il Falterona e la sua bocca non abbiamo mai fatto paura a nessuno.
“Chiedi a uno di loro se possiamo trovare lampadine fioche da qualche parte, quelle da trenta candele…” s’intromise Gnoguccio cogliendo al volo la sua occasione.
“Non so se dietro questo silenzio in bella mostra si celi la loro cronica paura dell’ignoto o si tratti piuttosto di incredulità inopportuna e malversa”, chiosò il più saggio tra noi, Gnodylan.
“Ma no, suvvia, vecchio Dylan, non lo vedi? Mi paiono oneste queste figure d’umani, inconsapevoli dopotutto, di là dalle loro voci zitte e dai sorrisi spenti…” insistette Guggio che teneva le mani strette nelle tasche.
Poi si presentò uno col maglioncino in tinta sporco di vernice, pelaticcio e nervoso, e tutto parve finire in baraonda: “Chi siete voi e da dove venite?”
Gnodylan non lo ascoltò avviandosi oltre, verso la pedana dell’illuminazione, per via di certe idee nuove che aveva in testa e faticavano a trovar luce. Guggio rispose nell’unico modo che sapeva: “Facciamo acquisti oggi. Compreremo di tutto. Anche mobili, se ne avete, ma solo di quelli che non hanno mai visto altri splendori.”
Nessuno di noi rise, perché conoscevamo Guccio e la sua malaugurata sindrome da citazione acuta. E nessuno lo avrebbe dissuaso a cambiare registro. Fino alla prossima canzone. Toccò all’altoparlante intervenire e chetarlo, con una di quelle frasi che di solito annunciano cattivi eventi se non vere e proprie sventure. Non fu così stavolta: la voce acuta da soprano metallico urlò che uno di noi aveva pescato il carrello jolly. Significava che tutte le schifezze di cui lo aveva riempito le avrebbe portate a casa senza tirar fuori un soldo. Fui colto da un’ansia terribile. Mi guardai intorno. Non lo vidi in giro. Attraversai di fretta il reparto degli addobbi natalizi, e poi le vernici, e i casalinghi. Continuavo a non vederlo. Lo avevo perso da un bel po’ di minuti a dire il vero. L’ansia crebbe a dismisura nel mio petto. Giunsi di corsa alla barriera casse intento a fermare tutti e tutto. Avrei chiesto scusa e ce ne saremmo andati senza creare altri casini a voi umani che non riuscivate a mettere via neanche un po’ del vostro sbigottimento nel vederci camminare per corridoi e scaffali. Gnoeta mi picchiò sulla spalla da dietro mentre me ne stavo in piedi su un pallet di stelle di natale allungando il collo per capire chi, tra noi, in testa alla coda della cassa numero due stesse riempiendo il terzo o quarto sacco arancione senza il minimo ritegno. Fui colto di sorpresa e caddi con un piede dentro uno di quei vasi pieni terriccio, ma il mio petto si sgonfiò di colpo alla sua vista. Ringraziai il Dio Padre di tutti gli gnomi nibelunghi che Eta fosse lì, in quel preciso istante, accanto a me a scrutare da lontano la testa della cassa due. Lo abbracciai pregandolo di non fare trucchi con la sua spesa e di svuotare i calzoni prima della barriera antitaccheggio. Poi scavalcai la fila e ordinai alla signorina dietro al plexiglass di devolvere la vincita al carrello successivo. Gnoalice mi fissò con gli occhi pieni di una dolcezza triste e profonda chiedendomi di non rovinarle il suo momento di gloria atteso da chissà quanto tempo. Contai due abat jours, un tappeto senegalese, cento (duecento forse) pacchi di batterie stilo, un segaccio da giardino, reti per olive e diverse buste di tnt. E un mucchio di altra roba. Non ebbi il coraggio di pagare quello che Alice aveva vinto senza inganni di sorta.
“Perché tutte quelle pile?” le chiesi.
“Mi conosci Gnorri. Sono vecchia, tanto vecchia, ma non ancora del tutto stupida. Sapevo che avrei vinto il mio carrello e sapevo che ciò mi avrebbe fatto felice al punto di consumare in un colpo solo tutta quanta la riserva d’eccitazione. Le pile serviranno a ricaricarmi una volta a casa, quando sarò così a terra che non riuscirò neppure ad alzarmi dal letto e di certo avrò dimenticato la meravigliosa giornata trascorsa fuori dai confini soliti, travestita da intrepida avventrice di supermarket, sommersa sotto un’orda di oggetti che mi regala grosse manciate di felicità a prezzi di volantino. Non più soltanto in mezzo ai miei simili, ma nel caos ordinato di relitti umani in transito da questo Natale strano a non sappiamo bene dove. Pensi che potremo tornare a comprare i botti di capodanno, Gnorri? Senza carrello jolly stavolta, te lo giuro!”

Dal Diario del raccontatore toscivágo Gnorri

Pablito

Lo sapete bene. La primissima immagine che vi si accende dentro è la vostra, in quel torrido pomeriggio di un luglio lontano quasi quarant’anni. Ricordate esattamente dove vi trovavate. Davanti a quale tv, chi vi stava seduto accanto e gli occhi che avete incrociato al primo gol, e al secondo, e poi a quell’ultimo che chiuse i giochi quando lui deviò di puro istinto il tiro di Tardelli fregando per sempre Valdir Peres. A due metri dalla sua porta. Non vincemmo e basta la partita col Brasile più forte di ogni tempo (più forte anche di gilmar djalmasantos niltonsantos zito bellini orlando garrincha didì vavà pelè zagallo, e perfino più forte del Brasile di rivelino jairzinho dinuovopelè, che ci prese a schiaffi nella finale del ’70); non ci qualificammo semplicemente per le semifinali del torneo avendo battuto le due squadre destinate al titolo prima di tutte le altre; sono certo che diventammo Campioni del mondo proprio in quel pomeriggio di un luglio torrido del 1982. La Storia del calcio – e non solo – parve impazzire. Perché senza dubbio Italia-Brasile è parte integrante e inossidabile della nostra Storia. Quei novanta minuti stanno esattamente in mezzo a un prima e un dopo. Il fatto è che nessuno di noi si era mai dato la briga, in cuor suo, di sentirsi campione del mondo, al di là della merda che la vita continuava o meno a gettargli contro. La squadra, il suo tecnico deriso e sfanculato da tutti, il gigante Dinozoff, e prima di ogni altro il centravanti triste e ritrovato d’improvviso, quasi per magia, in un pomeriggio da tropico del cancro al campo Sarrià in terra catalana, furono un prodigioso tramite, il cavallo di Troia che catapultò la nostra comunità, di botto, al centro dell’universo, senza che una sola anima nell’intero paese – tranne il mio babbo, lo ammetto, per via del suo ottimismo onirico, quasi naif – avesse soltanto osato sognarlo. Quando una sera di quelle ero tornato a casa dopo aver visto alla tv del bar la nazionale carioca battere per tre a uno l’Argentina di Maradona – per cui noi, nella terza e decisiva sfida, eravamo costretti alla vittoria contro i verdeoro – chiesi a mio padre, che aveva già i biglietti in tasca per Barcellona, cosa saremmo andati a fare laggiù senza un minimo di speranza.
“Non ti ho insegnato nulla fino ad oggi giovanotto…”, mi rispose, “…noi andiamo là per vincere, punto”. Fu un mantra il suo.
Paolo Rossi era stato un fantasma fino al giorno della sua tripletta al dream team di falcao zico socrates eder. Scelse quel pomeriggio per tornare ad essere Pablito, il goleador dei giorni che parevano dimenticati. I giorni in cui aveva trascinato il Vicenza di Cerilli e Filippi al secondo posto in campionato dietro la juve, i giorni del mondiale argentino giocato alla grandissima, e tutti gli altri momenti radiosi affogati nel buio del calcio scommesse e della lunga squalifica. Si scosse la polvere di dosso con quel colpo di testa poco dopo il fischio d’inizio che ci illuse per una manciata di minuti, e sfoderò poi tutta la sua arguzia di predatore nel gol che segnò dopo esser scivolato lesto come un felino a ridosso di un pallone che le gambe di Junior, Luisinho e Falcao parevano chiudere a roccaforte. Cosa posso aggiungere? “La Storia ci racconta come finì la corsa, il Brasile deviato lungo una linea morta, con l’ultimo suo grido d’animale (il gol di Falcao), la selecao eruttò lapilli e lava, poi esplose contro il cielo e il fumo sparse il velo, nessuno la raccolse, ché tanto più non respirava.” E così, insieme alla squadra brasiliana più forte di tutti i tempi, Paolo Rossi sotterrò i sogni di un continente intero piegato in due nel suo dolore al di là dell’oceano.
Non so dirvi se i mondiali di Spagna furono anche il tentativo estremo di combattere la mancata speranza di riconoscersi e ritrovarsi, fosse solo per il tempo di un torneo di calcio, dentro un’idea di popolo appartenente ad un orizzonte libero, prima del marciume da rampantismo fallico e individualista che ci avrebbe invaso di lì a poco. Il 5 luglio 1982 non fu l’8 settembre, tantomeno il 25 aprile, è sicuro. Ma non è questo il punto stasera. Ciò che sappiamo è che un ragazzo umile e spietato, con una squadra di spalle i cui nomi avremo mandato a mente d’un fiato come l’Ave Maria, ci fecero dono della partita del secolo e di un racconto limpido che vale ancora la pena tramandare.

Ciao Pablito. Buon viaggio a te.

L’ultimo saluto

Sono seduto vicino a Simone e dal mio posto non riesco a vederlo in faccia. Siamo soli nella stanza da qualche minuto, in un silenzio opaco, farinoso, contaminato da un’aria che si lascia respirare a tratti. Alzo lo sguardo al quadro sopra la sua testa. Una casa regale di collina è immersa nella penombra del suo fondovalle di qua da una linea scura di montagne senza un colore preciso. La parete grande trattiene a stento l’imbrunire di quella campagna che pare allargarsi intorno traboccandoci addosso. È da un bel po’ di tempo che Simone ha smesso di parlarmi. Per questo avevo imparato a seguire i suoi occhi su lettere segnate sopra una lavagna trasparente. Fino a che non era diventato uno scontro all’arma bianca. Sillaba su sillaba, parola contro parola, alla conquista di un pensiero trattenuto dal quel suo guardare stanco che mi si chiudeva innanzi, alla fine di una fatica immane per non essere arrivati a niente. Ma non era dato arrendersi. E allora di nuovo con le stesse lettere da scoprire e cucire a un’idea qualunque. Qualunque idea fosse, anche la più grande, che significava spostare il cuscino sotto le sue spalle in cerca di una tregua preziosa quanto l’attimo che era destinato a consumarla. Poi non sono più riuscito neppure a seguirne lo sguardo che è andato spegnendosi inseguendo una traccia sempre più flebile, al punto che dovevo inventarmela io stesso. Era stata Francesca con la sua forza di leonessa indomabile ad insegnarmi qualche trucco buono a superare lo stallo ed illudermi di aver solo intuito una sua richiesta. Sempre in nome dello stesso principio. Ché non era dato arrendersi. In nessun caso. Andavo a trovarlo più o meno una volta a settimana e rimanevo un po’ di tempo con lui provando a raccontargli del mondo fuori, oppure qualche dettaglio sulla giornata di campionato appena trascorsa. Era un grande tifoso della juve Simone, vero. Una cosa che non so perdonare a nessuno, tranne ai miei amici più cari. Da ultimo mi limitavo a guardare in sua compagnia qualche spezzone di film che sceglievo per entrambi pescando più o meno a caso nel calderone confuso di Netflix. Abbassavo il volume di tanto in tanto, tornavo a dire qualcosa, la prima stupidaggine che mi saltava alla mente, nel tentativo disperato di non perderne il contatto e immaginando la sua voce che mi rivelasse una reazione o un pensiero nascosto. Ma non ci sono riuscito. E così ho lasciato che il silenzio s’insinuasse tra me e lui, rinunciando anche solo a intuire le ragioni profonde di una scelta che gli imponeva di affrontare giorno dopo giorno, ora dopo ora, quel suo sforzo inumano di restare attaccato alla vita a costo di ogni singola e incessante sofferenza che doveva patire nel letto di cui era diventato prigioniero.
Adesso sono seduto in questa stanza vicino a lui che non indossa più quel suo pigiama azzurro, ma un abito grigio, bellissimo, e scarpe lucide per il suo nuovo viaggio.
“Non puoi rammaricarti adesso…“, mi dice,
“…sei fuori tempo massimo.”
Mi volto in direzione della porta, ma non c’è nessuno tranne noi due.
“È il mio cruccio solito. Io faccio scelte fuori tempo massimo. Da sempre.”, rispondo fissando il quadro sopra la sua testa.
“Coglione. E risolvilo allora questo tuo problema. Una volta per tutte. Rinunciare un attimo prima del dovuto non serve a nessuno. È vero, ti sei arreso con me, ed io ti ho servito l’occasione per farlo su un piatto d’argento. Colpa della mia incessante stanchezza, certo. Cosa avrei potuto di diverso? Io quel silenzio di cui tu parli non l’ho mai provato sulla mia pelle. Ho continuato a risponderti fino all’ultimo. E così ho fatto con tutti quelli che mi hanno voluto bene continuando a interrogarmi. Io non ti biasimo in nessun modo, e spero tu impari una buona volta la lezione. C’è sempre un modo di vivere e restare legati agli uomini e alle donne che segnano la nostra vita. C’è sempre un motivo valido per resistere e soffrire senza rinunciare al nostro profondo sentire sincero. Tutto qui. E non c’è bisogno di lavagne trasparenti per dircelo.”
Tossisco e rimango seduto al mio posto. La stanza s’inonda di un sapore nuovo. Il neon sopra di me vacilla e cambia colore. Prendo un respiro profondo e mi alzo. Faccio un passo nella sua direzione prima che altre parole mi blocchino: “Fermati dove sei…” mi dice ancora, “…così, da bravo. Ti dico un’ultima cosa adesso, che ti farà ridere. Ascoltavo attentamente sai, mentre mi raccontavi di Cristiano Ronaldo, smorzando quella tua sorta di avversione nei confronti della mia amatissima squadra.”
“Nessuna avversione…”, lo interrompo fingendo un sorriso.
“Ma smettila una buona volta. Non ti chiedo nulla io. Mi prendo solo la mia piccola grande rivincita.”
“Sarebbe a dire?”
“Vorrei urlarti contro ‘viola merda’, carissimo Alberto, ma non è il mio stile. Non lo è mai stato. Così te lo risparmio, con lo stesso sentimento di amicizia e tenerezza che mi hai serbato, senza dover fare sconti su questo. Mai.”

Libertà mancanti

Furono giorni terribili. Lo ricordo bene. Lo ricordiamo bene tutti, anche se noi toscivághi, gnomi della tribù nibelunga stipata da sempre sotto la linea sinistra del vostro fiume, dal Falterona alla sua bocca, restammo immuni al virus. Voi umani morivate invece, a centinaia, ogni giorno, negli ospedali e in quelle case di vecchi che si trasformarono d’improvviso in catacombe. E i malati non si contarono più, confinati per settimane dentro le mura di casa. I portatori sani ed ignari furono costretti ad abbandonare bar e uffici, ristoranti e sale bingo. Le code alle casse no. Quelle rimasero intatte, e il corona organizzò il suo party. Gli avventori in fila come bombe senza neanche bisogno d’innesco. Noi toscivághi non abbiamo casse e neanche bombe con o senza innesco, ma riusciamo lo stesso a pagare i nostri debiti e risolvere le nostre liti.

Qualcuno di voi (più di qualcuno) tentò una ribellione, strillando per non riuscire a sopportare la privazione di libertà irrinunciabili, che non era rinuncia a mangiare, fare l’amore, o dare sfogo al pensiero così come nasce e fermenta dentro. Neppure fu in dubbio il distacco forzato da pagine scritte che smorzassero o levigassero quel vostro stesso pensiero, elevandolo semmai a una forma superiore di laboriosa perifrasi e utile complessità; tantomeno si assistette allo smarrimento di emozioni attese dalla forza di un suono o di un’immagine. Le libertà di cui lamentaste il sacrificio o il sopruso furono altre, comunque importanti, lo ammetto, al punto che molti si sentirono mancare il respiro: lo stare assieme prima di tutto; la densità di corpi amici seduti a un tavolo, sui gradoni fuori di una chiesa o ai bordi di un campo sportivo; quel senso di contiguità fisica che pretende il parlarci addosso, o anche solo il versare un altro po’ da bere mentre imprechiamo e agitiamo le mani senza che ci sentiamo per forza luridi malfattori. Uso la prima persona perché anche noi toscivághi beviamo forte, e imprechiamo sputando bacilli e saliva. E ci ritroviamo assieme nei giorni delle feste. È tutto quello che abbiamo in fin dei conti. L’unico racconto a nostra disposizione per conoscere cose nuove e rammentarci delle vecchie. Anche tra noi, sono certo, qualcuno, nelle stesse vostre condizioni, avrebbe dato fuori di testa e rotto anzitempo le righe.

Un’altra libertà mancò al vostro appello comprensibilmente disperato. La più discussa da un po’ di secoli, vezzeggiata o avversata con la stessa foga, in tempi e luoghi diversi. Sto parlando di mercato, e tengo fuori tutto l’armamentario che si porta appresso. Gridaste per la morte apparente della regina di tutte le libertà borghesi venuta meno al cospetto di Dio; vi sgomentaste per il mondo, e sfuggì ai più la necessità postuma del suo salvatore che sarebbe nato in ogni caso di lì a pochi giorni; temeste di perderlo il mondo, proprio nelle settimane del Natale, senza accorgevi che il virus, mentre uccideva davvero uomini e donne di cui non conoscevate nome e volto, colpì soltanto di striscio l’idea vostra di quello stesso mondo che vi relegava in eterno al suo centro indiscusso. Il cartaio – umano quanto voi – sbarrò gli occhi per il terrore di mischiare un mazzo senza più assi e figure, solo numeri sparsi, parimenti necessari, di semi diversi.

Poca gente in giro a impedirci di uscire in quel breve, brevissimo scorcio d’inverno pandemico. Rubammo così le vostre libertà mancanti. Ci aggregammo e ci radunammo fino all’invidia, in mezzo a scaffali ghirlandati, alberi di plastica, e luci a led colorate. Ci ritrovammo in tanti, e stretti, laddove non ci aspettavate da vivi, a ingombrare spazio, invadere corridoi, fare code alle casse senza ritegno, e pagare per una montagna di cose carine e del tutto inutili. Al posto di voi umani, costretti a rintanarvi nelle vostre case (comode) lungo questa linea del fiume che è anche la nostra, e molte altre.

Dal Diario del raccontatore nibelungo Gnorri

Io, Bizio, Diego e Luis

Si chiama come il Ciro patriota giustiziato a Modena nel 1831 per cospirazione contro gli Asburgo. Il ct della nazionale Luis Cesar Menotti rinunciò però all’idea romantica di portar con sè ai mondiali (poi vinti in casa dall’Argentina al cospetto del dittatore Videla e del portiere peruviano Quiroga) l’adolescente che già era un talento straordinario, e che avrebbe irradiato di calcio e di genio il mondo intero a stretto giro di posta. Così io ebbi a scoprirlo solo nell’estate dell’anno seguente. Era un pomeriggio di un fine giugno afoso, la scuola chiusa e le strade del quartiere vuote. Davano la differita della partita che la notte precedente i campioni avevano giocato contro il resto del mondo: Passarella Ardiles Kempes da un lato, Rossi Platini Zico dall’altro, per intenderci. Non sapevamo il risultato io e Bizio. Comprammo solo un tubo gigante di patatine al mais e ci vedemmo la gara dal televisore Brionvega nel tinello di nostra nonna. Io e Bizio eravamo calciofili dentro, tifosissimi viola perché qualcosa o qualcuno ce lo aveva impresso a fuoco nei cromosomi. Nostro nonno guidava alla domenica sul padule e poi in autostrada fino all’Osmannoro. Di là dalla Fortezza e i viali infilava il cavalcavia che era già come stare stipati nel casino di Maratona, all’ombra della torre. Gli anni di mezzo del nostro Dieci illuminato e potente. Gli anni della Fiorentina di Alessio Tendi e Dino Pagliari. Il capocannoniere della squadra in quella stagione fu Ezio Sella. Otto gol. Nientepopodimenoché.
Luis Cesar Menotti dicevo. Era un tipo tosto e s’inventò qualcosa di burlesco per lasciare a casa il ragazzo prodigio. Dovette farci attendere poco però. Diego pianse a dirotto per l’esclusione e incazzato a bestia col suo ct si prese la Storia del calcio sulle spalle senza lasciarla andare più. In quel pomeriggio di un’estate del ’79 non lo avevamo ancora visto giocare, sapevamo appena chi fosse. Il suo nome era rimbalzato per caso dall’Argentina, certe immagini di quel ragazzo tarchiatello, dai palleggi improbabili e reti che si gonfiavano dopo un suo colpo sotto, erano apparse timide in qualche programma alla domenica sera. Insomma, non aveva ancora compiuto diciotto anni, non lo conoscevamo quasi, se ne annusava il talento per sentito dire, eppure io e Bizio, senza avere chiaro in testa questo pensiero, ce ne stavamo seduti nel tinello di nostra nonna ad aspettare di vederlo sullo schermo. Come fosse il terzo film di Trinità. Con le patatine e quel misto di ansia e gioia che non ci è concesso ad ogni occasione. Lo guardai correre sul prato prima del fischio. Era bellissimo già quando si scaldava. Non gli passavano il pallone e lui andò a strapparlo dalle gambe di uno che poteva essere Manfred Kaltz o Ruud Krol. Gli correva sopra, leggero, al Tango, e lo trattava con il rispetto e la cura che si usa a un neonato. Ballava, scartava, spariva e riappariva. Poi fece gol. Il suo gol. Dentro l’area, spostato a destra, controllo e calcio di sinistro a rientrare nel sette opposto. Leao si levò in aria con le braccia e le reni senza neanche sfiorare la palla. Saltai dalla sedia come un pazzo ed esultai girando intorno al tavolo non so quante volte. Ecco che il calcio s’inventò d’improvviso un modo nuovo e inusitato di rivelarsi al mondo. Differente da prima. Fosse stato anche per l’attimo che si consuma in un colpo sotto a rientrare nella porta avversaria di uno che si chiamava Maradona. Io e Bizio scendemmo in strada alla fine e facemmo la nostra partita con gli altri, e i mattoni a segnare le porte. Ero bravo a recitare la mia parte. Giocai con in testa la maglia biancoceleste quella sera in piazzetta. E per la prima volta da quando ero nato, il 10 sulle spalle, pensate un po’, non fu quello di Giancarlo Antognoni.

Ciao Diego e grazie di tutto.

Il quarto numero

Squilla il telefono sul mio tavolo. Una signora mi chiede se può venire da un comune non troppo distante per comprare il bue e l’asinello, e le luci colorate dell’albero di Natale. Ascolto rispettoso la signora che parla, ed è come rispondere incoscienti alle domande del prof senza neanche avere aperto il libro, perchè “tanto lo sai (col cazzo!) che non t’interroga”. Possiamo venderli o no il bue e l’asinello? Chi stabilisce il loro grado di necessità per la signora in questione?

Finirà questo tempo. E saremo di nuovo tutti in strada. A mischiare i fiati e respirarci addosso. E quando ci ammaleremo, alla fine, non sarà nulla che non potrà esser curato con due pastiglie di Tachipirina 500. Mi chiedo ‘cosa fare’ intanto, di queste ore scarne, e di questi giorni monchi trascorsi al lavoro. Di un lavoro neppure a metà. Mi chiedo poi ‘come fare’, a parte saltare passaggi da sempre necessari, tirar dritto alla riga finale del compito assegnatomi, e abusare oltre il lecito di una riflessione ridotta a poco più di un calcolo binario. Navigo a vista come il timoniere del Titanic. Le istruzioni ricevute diventano muffa prima ancora di averle elaborate anche solo un minimo. Mi sforzo di portare a casa la giornata senza lasciare indietro nulla. Nel frattempo sto imparando il mestiere nuovo di centralinista, in attesa di diventare presto van driver. Va bene così. Va bene tutto per combattere la speranza che si sgonfia e il nemico mostro di Amazon ad ogni ora più cattivo. Sono fortunato penso, non ho troppe questioni in sospeso con la banca e la rata della macchina mi pare ancora sostenibile. Ho messo da parte qualche barattolo di nutella per il pantagruele in cui si trasforma mia figlia all’ora di merenda. Ho messo da parte nutella in barattolo e qualche fetta biscottata Buitoni. In cuor mio, lo ammetto, sto già facendo un pensiero ai Tre mulini. Ho appena detto che rispondo ai clienti che chiedono informazioni al telefono. Non sapevo quanta disperazione ci fosse in giro, alimentata da notizie, dati, percentuali, opinioni di esperti che mi paiono voler ridurre la scienza ad una volgare rincorsa del dire, ad un rilancio continuo senza posa e controllo, costi quel costi. La scienza non è certezza in nessun caso perdio, non lo è mai stata, ma neppure sgretolamento precoce e costante di ogni fondato sapere pregresso. Peggio ancora, la scienza non può incarnare mai produzione eccessiva di sapienza quando ancora quella sapienza non si è data. Mi chiedo ‘cosa fare’, al di là del mio ritorno di fiamma per Max Stirner. Riprendo a guardare il terminale e provo a chiudere un ordine di stufe a combustione elettronica mentre ripenso al bue e l’asinello che in fin dei conti altro non sono che la trasfigurazione sacra dell’eterno, identico bisogno a cui rispondono adesso le mie stufe. Suona ancora il telefono: “Mi chiamo Gino, come il corridore…”, dice, “…ho 92 anni, una tosse forte e due linee di febbre. Ough…”, butta fuori un mostro dai polmoni, fa un respiro lungo e continua, “…vorrei sapere se posso uscire per una passeggiata intorno alla mia casa e prendere aria…”

“Mi scusi, qui è il faidate, forse ha sbagliato numero…”

“Non ho sbagliato numero perlamiseria, lo so che è il faidate, esattamente il quarto della mia rubrica. Vi chiamerò tutti quanti finché non troverò qualcuno che mi stia ad ascoltare. A che serve sennò il telefono, soprattutto di questi tempi? A che serve? Me lo dica lei.”

Non potrei mai fermare il suo sfogo.

“Dopo Aniciuti, il dottore di famiglia, che mi ha detto che non può rispondermi adesso, ho chiamato Berto, mio figlio: fanculo lui e la sua segreteria. Poi Caterina…”

Colgo un lamento strozzato.

“Caterina è mia moglie. Mi sono ricordato al secondo tuuuu che non può rispondermi lei. Non più.”

Il quarto numero è il mio numero. Lettera F, di Firenze, faidate, fanculo al figlio Berto. Il primo della sua rubrica pronto ad ascoltarlo. Il vecchio è ancora lì, in attesa, non arretra, pretende una risposta, da me, ora.

Finirà questo tempo, ed io sarò ancora qua al telefono con Gino, ad immaginare, sciocco, qualunque argomento buono per tutti quelli che, come lui, mi faranno domande improbabili solo perché ancora non avranno voluto arrendersi di fronte a un numero che non risponde, ad una voce che non si fa sentire, alla loro angoscia che diventa ultima e irrimediabile urgenza.

Rocky Raccoon

X Factor è il Sanremo che non mi sono quasi mai concesso per averci creduto poco o niente. X Factor è una stronzata di show, ma anche l’ultima occasione rimasta per noi tre in famiglia di usare la tv con le giuste dosi di complicità e trasporto. Da quando abbiamo chiuso con i Teletubbies e Winnie The Pooh intendo. Guardo ogni anno X Factor perché è la mia frontiera americana: provo disperatamente a restare attaccato alla musica popolare per il tramite delle sembianze informi che assume in questo secolo oramai inoltrato, disintossicandomi per una sera dai vezzi e dai luoghi che ho alle spalle. Mostro una contenuta soddisfazione di fronte al trappista che lascia in pace il mio ventre basso e salto sul divano quando la giovane di turno (mi paiono una spanna avanti le ragazze in queste competizioni) usa gesti ed accenti insoliti fino a trascinarmi con sé nell’arte del travestire un vecchio motivo di uno stile nuovo e imprevisto (i luoghi che ho di spalle non mi lasciano in pace mai). Discutiamo animati noi tre allora, ed elargiamo giudizi ultimi. Emettiamo sentenze, pronunciandone all’occorrenza dure condanne. Si può fare, lì, dinanzi allo schermo, immersi nell’intimità profonda del nostro show. Non siamo d’accordo sempre. Alle volte i gusti in gioco neanche si sfiorano, poi tutt’ad un tratto (il coro, mi verrebbe da dire) un cenno di voce strappata dal dentro di una canzone sconosciuta ci riallinea su un’onda che cavalchiamo come quei surfisti che lo fanno in punta di tavola, incollati alla cresta più alta, pronti per esser travolti alla spicciolata da un’esplosione di schiuma improvvisa. Guardo X Factor perché ci fa muovere l’uno nella direzione dell’altro senza che ce ne accorgiamo. Fuori da qualunque necessità solenne o urgenza di sorta. Guardiamo X Factor perché ci piace parlargli addosso. Ognuno di noi con un’idea, e il tono giusto a tenerla in piedi. C’era una ragazza giovanissima l’altra sera che si è presentata con una folk a tracolla dicendo di cantare un pezzo dei Beatles di cui non ho capito il titolo. Camilla mi ha guardato sorridendo. Io le ho chiesto della ragazza in tv e della sua canzone. “È un brano dei Beatles, hai sentito?”. Qualcuno ha ripetuto il titolo e la ragazza ha iniziato a cantare. “Questa non è una loro canzone…”, ho sussurrato. Gli occhi di Camilla si sono riempiti di paura e sgomento. Non la ricordavo, non ricordavo neppure di averla mai ascoltata. Il titolo mi era sconosciuto. Agnelli e Mika la canticchiavano tenendo dietro alle parole della ragazza. Ho provato un senso di vertigine. Un vuoto dentro, smarrimento e angoscia. Per un secondo o due ho perfino creduto di essere morto. Ho cercato il telefono, e sul telefono Google, e dentro Google, Wikipedia. Ho preso un respiro prima che le mie residue certezze crollassero definitivamente ed io con loro. Rocky Raccoon ho letto, Album Bianco, millenovecentosessantotto, scritta, pensate un po’, dal duo Lennon-Mc Cartney. Ho infilato le cuffie e ho ascoltato la versione originale da You Tube. Ho guardato a lungo riflesso nella camera del telefono il mio naso per capire se davvero avesse cominciato a pendermi, e da quale parte. Ho continuato a stropicciarmi il naso senza più sentire voci e canzoni intorno a me. Mi sono steso sul letto alla fine e ho trattenuto a fatica il pianto. Il resto della nottata è stato un lento e doloroso risalire in superficie. In tutta sincerità, debbo dirvi che non è ancora finita: il tizio che mi porto appresso si chiama Vitangelo Moscarda; torna a trovarmi quando ne ha voglia, fa melina. In attesa dei Bootcamp prossimi venturi.

Dipendenza

Ideazione e foto di Leonardo Lisi

Testi di Alberto Becherini

Model: Andrea Vangelisti

vizio

Crepe di sabbia e carcasse di legna si fondono, e sulla riva non c’è più mare. Solo una bottiglia vuota e un ago. Tutto di me. Non ho più sangue in circolo, basto a un nervo che s’inerpica e mi muove a comando. L’aria è azzurra e la respiro ancora. Tira vento dentro, e un aeroplano dal monte cola a picco senza avvisarmi. Nuove crepe si aprono e fende il silenzio, a ritmo di voce e fiato, una mescola di accordi e dittonghi. Sulla riva aspetto che torni il sereno, aspetto tutto quello che è mio da sempre. A che serve l’attesa? Non lo so più. Il mare rincula e l’affanno si fa schiuma di amaro terrore.

schiavitù

La terra è ampia, si apre a ventaglio una ferita che l’attraversa. Il cane abbaia al nulla, caccia i pochi insetti rimasti e anche lui si prepara a morire. Occupo io la sua cuccia che mi para dal sole e dalla pioggia. E tengo stretta ai polsi la catena. Le mani si piegano a perpendicolo, a implorare un sorso di qualunque cosa sia buona a bruciarmi stomaco e gola. Cosa sto facendo, mi chiedi? Niente più che scontare la mia pena. Ti rammento che il giudice prese posto al suo scranno con un aquilone al posto delle sopracciglia, ordinando al mondo intero che si accalcava dentro l’aula di alzarsi in piedi e rendere gli onori a quella stessa corte. Lesse la sentenza, prese sottobraccio il cancelliere e insieme se ne andarono ballando un valzer triste, come due artisti di strada.
“Dichiaro colpevole Cugo…” ha scritto il giudice nella sentenza, “…per aver mischiato alcol e droga in abbondanza da affogarci dentro la sua anima. Ma l’anima di Cugo non si è mai ribellata a questo scempio, dunque condanno entrambi al massimo della pena. L’uomo sarà destinato al patibolo domani mattina stesso, e prego il boia di predisporre gli utili strumenti a riguardo. L’anima dell’uomo venga messa in catene di fronte la sua stessa casa a reclamare libertà nei tempi dell’eterno che verranno.”

alcol

Farò di tutto. Per primo salirò le scale e prenderò a martellate il tetto spiovente che invade abusivo il cielo. Costruirò un veliero di fiammiferi e piccoli stecchi di pino alpestre rubati alla montagna. Spianerò la trincea poi, e taglierò il filo senza attendere qualcuno che mi riempia il petto della sua artiglieria. Tornerò a meravigliarmi indossando scarpe eleganti per la tua festa. Suonerò i notturni e di notte accarezzerò ancora il suo culo a forma di luna. Ti presterò alla fine il mio martello così che mi risparmierai gli ultimi sforzi. Non saprò più niente di me e tu dovrai frenarmi dal colpire anche questo cielo stretto. Passerà il tempo della morte e farò di tutto. Lascia che io vada adesso. A svernare da solo sul limite dell’orrido.

eroina

È il momento della tregua. Dell’abbandono. Sono qui, in attesa di una crisi che non tarderà. Guardo quello che resta di me, fuori. Perché il dentro ha già consumato il suo intero e non mi è dato sapere più nulla di lui. Il dentro ha divorato se stesso facendo a pezzi il ricordo e lasciando strascichi di sogno. Accenno un respiro, quanto basta a velare il mio viso riflesso in bozza sullo specchio. Curvo gli occhi al fianco dove non c’è opaco a inibire la mia vista. Gli occhi sono la memoria del presente. Cos’è rimasto dunque fuori, di me, a sostenere gli ultimi residui di sangue rappreso a baccanale? Pantaloni di stoffa e carne dura senza traccia di ferite. E uno scavo di gomito lavorato da un ago come fosse lo scalpello impazzito che non obbedisce più alla mano dell’artista.

vicolo

“Vado al lavoro, ci vediamo stasera. Ti aspetta una tazza di latte da scaldare, con dei biscotti, sul ripiano vicino al frigo”. La donna non era più tanto giovane, seppure carica di una tenacia ammirevole per quel suo modo di restare abbarbicata ad una cristallina bellezza che le apparteneva da sempre. Il ragazzo non era sicuro di aver sentito bene le ultime parole di lei prima che uscisse di casa tirandosi dietro la porta: “Vedi che ti ho lasciato anche la pistola sopra al tavolo, accanto alla siringa e alla tua dose quotidiana”. Lui si alzò dal letto cantando una canzone. Ma non ricorda se fosse davvero una canzone o piuttosto una sorta di preghiera lagnosa. Si vestì in fretta, tirò su il cappuccio della felpa e andò in giro a cercare quello di cui aveva bisogno. Alla fine del giorno le sue mani non hanno presa. Alla fine del giorno anche la forza delle gambe non basta più a tenerlo in piedi. Il vicolo accoglie il ragazzo a sera, prima del rientro, lasciando che l’odore della carne e quello del mondo tornino a confondersi di tutta la loro zozzeria. Farà così lui, ogni sera dentro al vicolo, fino a quando ci sarà aria da succhiare al mondo e al buco del suo culo schifoso.

anime vuote

Quando finisce il tormento ecco che siamo pronti al ballo in maschera. Guardami nella foto. Usa gli occhi che porti sulle spalle, incavati nelle orbite che eseguono gli ordini del tuo pensiero sciocco. Lascia indietro il pensiero, fosse anche solo per una volta. Guardami e riconosci chi, dietro questi volti, tu da sempre conosci. Non ti è possibile dici? Eppure sono io. Quello che ti ha rapito al rumore sordo della tua vita inerme, distrutto il paradiso terrestre che era il tuo armamentario, e scarnificato perfino il terrore che avevi di te. Che ti ha rubato tutto tranne la morte, l’ultimo bene che ci è rimasto indisponibile. Guardami senza vergogna e guardami in mezzo a costoro, ché finirà presto anche questo giro di valzer tra maschere sedute.

il saluto

Spinsi sul gas quando la donna mi disse di lui. Non stava male e basta, stavolta la situazione pareva senza via d’uscita. Accelerai ancora di più perché colsi tra le pause la speranza mancata. La parola fine nel suo tono di voce. La stessa voce che sapeva già tutto e rinviava ad una verità che non avrebbe mai voluto svelarsi al telefono. Mi abbracciò sulla porta di casa lei: “L’ho sentito ieri sera e non ho avuto una buona sensazione. Sono venuta a controllare come se la stesse passando. Sapevo dei giorni duri che…”, si asciugò gli occhi e smise di parlare. Entrai levando lo sguardo al soffitto, l’aria era irrespirabile e l’odore forte di whisky mi bucò la gola. Si tirò indietro i capelli scuri e ricominciò: “Non ho ancora chiamato nessuno. Volevo che tu lo vedessi prima. Ha una lettera con sé, non ho avuto il coraggio di leggerla.” Non l’ascoltavo più. Lo cercai in tutte le stanze. Alla fine lei che mi seguiva ad ogni passo guardò verso la scala a chiocciola. C’era un bugigattolo lassù, con un water e un lavandino. Stava seduto mezzo storto appoggiato al muro e teneva stretto un pezzo di carta scritto fitto con una biro nera in una grafia che si faceva più incerta ad ogni frase fino a diventare quasi illeggibile. La penna era in terra alla sua destra vicino alla bottiglia vuota. Puzzava come puzzano gli ubriachi. Gli carezzai la testa fredda e lo guardai in viso l’ultima volta, sperando che anche lui mi vedesse. Da qualsiasi luogo. Ovunque avesse deciso di cacciarsi per sempre. Gli sfilai di mano il foglio e cominciai a leggere.
“Nella vita ho fatto di tutto sulla tazza del gabinetto: costruito fionde, imparato il barrè e il do it yourself (che non c’entra col bricolage), ripetuto la controriforma, provato a capire la filosofia del diritto hegeliana; ho fumato Gitanes, guardato i gol di Caso e Casarsa alla juventus (con la minuscola), ascoltato in cuffia il III e il IV degli Zeppelin (con la maiuscola), mandato a mente la 2^ e la 3^ declinazione, Alla sera del Foscolo e Eskimo di Guccini; ho tagliato le unghie dei piedi, medicato le ferite, mi sono isolato dal resto del mondo e da qui ho ricominciato. Ho giocato a soldatini seduto sul cesso, immaginato un assedio, letto qualche dozzina di Gialli Mondadori, sostituito il Mi basso e il cantino alla Ibanez acustica; ho cambiato voce e pure qualche idea, vomitato di tutto, perso le speranze e compiuto gli anni. C’ho perfino cagato sul cesso. Poi l’ho abbandonato alla ricerca di altri lidi e margini di terra. Non ci puoi stare in due (o più) seduto sul cesso. Non ce la fa ad accoglierci in troppi. Ad un certo momento della vita c’è bisogno di spazi più ampi che taglino l’orizzonte e ne mettano via una parte, in vista delle nostre sconfitte future. In due poi non serve un cesso, semmai una strada sterrata per camminare sulla riga d’erba in mezzo, una lenza che ci laceri le mani fino al sanguinamento per quanto la teniamo stretta, una striscia finissima di letto da riempire con tutti gli affanni del caso. Sono tornato alla fine, perché questo è il posto migliore per stare da soli. Sono tornato a sedere sul cesso e mi sono portato una bottiglia a tenermi buono. Oggi ho scolato un bel po’ di questo whisky scadente seduto sulla mia tazza. Bevo whisky perché è l’arma migliore di noi cavalieri senza più mulini a vento. Bevo whisky da quanto faccio schifo al mio ronzino. Bevo whisky per non guardare in faccia il mondo che vuole fottermi. Mi addormento adesso, non so per quanto tempo. Stendo all’indietro la schiena e tiro la catena del serbatoio rugginoso sopra di me. Il rumore di una cascata e schizzi d’acqua sulle chiappe mi sveglieranno da questo sonno che mi prende dal basso. Non vedo più il foglio. Ti saluto fratello. Non stare in pen”. Pena o Pensiero, non mi è dato conoscere quella parola che forse era l’ultima. Non ha importanza. Fui invaso di colpo da tutto il carico di dolore che entrambe si portavano appresso.
Aprii la finestra in alto, troppo piccola anche solo per immaginare terra abbondante e orizzonti che avanzino alle nostre sconfitte, come aveva scritto lui. Non toccai niente, e rimasi al suo fianco finché non crollai. Finché sentii che per una volta il suo cesso potesse accoglierci tutti e due. Rilessi quelle frasi tre, quattro volte seduto per terra con le gambe che sfioravano il suo braccio teso nella mia direzione, piegai il foglio ed alzandomi lo riposi nella tasca dietro i pantaloni. Me ne andai guardando appesa al muro la sua foto di giovane marcatore d’uomo che era stato. Un talento vero nel tenere a bada gli attaccanti. “Il segreto è l’anticipo” mi disse una volta. Abbandonò il calcio che aveva già troppo alcol in circolo. Il segreto è l’anticipo. Sono sicuro: aveva dovuto confessarlo anche alla morte un attimo prima di incrociarne gli occhi e andarsene, sciancato sul suo cesso.

Il soldato Giovanni

Faccio un salto mortale all’indietro, scavalco a pie’ pari una guerra mondiale, due generazioni e più di un secolo di Storia: l’uomo di cui parlerò è il bisnonno per linea paterna. Giovanni si chiamava, esattamente come mio padre e mia zia, perché mio nonno volle per i figli quel nome che non aveva mai sentito usare per il suo di padre. Mi spiego. Nessun figlio si rivolge al genitore con il nome di battesimo, ma vigila con apprensione quando, per un motivo anche solo vagamente serio, è il mondo attorno a pronunciarlo. Non sappiamo quasi niente del primo Giovanni, tranne che se ne andò via improvvisamente a ventisei anni dalla sua casa che si affacciava su una delle colline ai limiti della valle del fiume Era in una mattina di quelle radiose giornate (…) del maggio 1915. Arruolato presso il distretto di Pisa nel 125° Reggimento Fanteria Territoriale dell’Esercito Regio, lasciò in pegno alla moglie Laura il bambino piccolissimo nato soltanto quattro mesi prima. Mi viene da pensare che in cuor suo nutrisse speranze di tornare da loro il più in fretta possibile, magari illuso dalla voce di qualche fervente cazzone interventista che aveva creduto davvero all’idea assurda della guerra lampo. Il 125° prese parte fin dalla metà di giugno alle primissime feroci battaglie dalle parti di Quota 383 sull’altura di Plava (oggi in terra slovena), contando già in quei giorni perdite ingenti (le cronache parlano di 18 ufficiali e 894 soldati in tutto). Il 27 del mese lo stesso reggimento, insieme al 126°, occupò nuove posizioni a ridosso del monte Kuk sulla dorsale a nord di Gorizia. Le schermaglie contro gli austroungarici continuarono estenuanti da luglio a settembre, senza che la strategia di quel beota di comandante che rispondeva al nome di Cadorna portasse a niente di buono. Al 25 di settembre i due reggimenti vennero posti temporaneamente a riposo nella zona di Craoretto. Eravamo nel mezzo della Terza battaglia dell’Isonzo. Il 125° vi avrebbe preso parte con molti dei suoi effettivi durante la fase finale, che si rivelò drammatica per entrambi gli schieramenti. Il 21 di ottobre terminò il ristoro delle truppe e i due reggimenti furono rispediti al fronte pronti ad una nuova avanzata contro le posizioni nemiche. Gli attacchi del 1° novembre avvennero simultaneamente in direzione di Globna e verso il villaggio di Zagora, ritenuto d’importanza strategica sulla via di Gorizia. La resistenza austriaca fu durissima. Nei primi due giorni del mese le perdite del 125° e 126° ammontarono a 23 ufficiali e 480 soldati.
Mi chiedo quale scorcio dell’infinito illuminò in quei frangenti lo spirito di un giovane uomo chiamato dalla sua collina distante a combattere una guerra come non si era mai vista prima nella storia del mondo; stretto tra avversari che gli stavano davanti, a poche decine di metri, lesti ad uccidere per non dover essere uccisi, e carnefici rintanati di spalle, nelle retrovie, che impartivano ordini buoni solo a gettare lui e quanta più carne umana possibile dentro la fornace, rinfocolando così, senza sosta, la brace che nutriva quell’inferno. In quale punto esatto dell’infinito, mi domando, sapremmo anche noi riconoscere la faccia di quel giovane uomo, e di quale anima vera, quella faccia, si fece portatrice? Potremmo inventarci una luce impazzita ai margini dell’universo che si riempe di quell’esistenza mancata. O più miseramente scorgerne le tracce da qualunque parte lui fu costretto a morire, esattamente come altri milioni di suoi simili: inzuppato di fango e sangue nel fondo lurido della sua trincea, o appena fuori di essa, sotto una pioggia di fuoco inesorabile lanciatagli contro dalle postazioni avverse. Non vorrei mai ci riducessimo a ritrovarne le sembianze soltanto nel dolore e nei cenni di follia tra chi visse all’ombra della sua assenza. Non ho nessuna risposta a riguardo di simili questioni, che il tempo e le sue distanze non riescono a seppellire come fece la terra con i corpi di quei giovanotti sparsi ovunque in una striscia neanche troppo immaginaria tra la Somme e Riga, passando per Caporetto e Salonicco.
Oggi mi trovo qua, chiuso nella mia quarantena, a leggere dall’Albo d’oro dei caduti della Grande Guerra le parole scarne sul soldato Giovanni Becherini, del Reggimento 125, figlio di Luigi, nato a Peccioli il 24 giugno nell’anno 1889, caduto il giorno 1 di novembre in seguito a ferite riportate durante i combattimenti nella zona di guerra del Medio Isonzo. Oggi mi imbatto in questo giovane uomo che fu il padre di mio nonno e ne escogito il ricordo non certo per strapparlo alla polvere e al giallo di pagine rilegate in un volume alto 10 milioni di morti. No. Sarebbe soltanto una triste e tarda commemorazione la mia. Me ne sto piegato sul mio tablet e scrivo di lui perchè scrivere in questi tempi di caos straordinario significa andarsene in cerca di nuovi interlocutori, nobili, fuori dal comune, che non facciano di ogni parola un suono inutile, ci diano in prestito silenzio vivo e scampoli della loro presenza. Lontano da ogni eccesso di verità.

Lo so, festeggiamo oggi la fine di un’altra guerra e la vittoria sui nazifascisti, che seguirono appresso di 30 anni esatti le vicende narrate. Vogliate perdonarmi la digressione.

Buona Festa di Liberazione a tutti quanti. Indistintamente.